martedì 15 agosto 2017

Amore coniugale: per Thibon si basa su quattro fattori

di Teresa Moro

L’amore: chi ne parla, spesso non sa cosa sia; chi lo vive, non sa parlarne. Sembra paradossale, ma è così: l’amore è troppo grande e complesso per poter essere descritto. Se poi si parla di Amore con la “A” maiuscola, la questione si fa ancora più complessa.
Alcuni aspetti dell’amore si possono tuttavia descrivere, senza la pretesa di essere esaustivi e di abbracciare l’esperienza di ognuno. Lo ha fatto per esempio il filosofo Gustave Thibon, enucleando quattro pilastri dell’amore coniugale nel libro Ce que Die a uni, trad. it. Quel che ha unito (Società Editrice Siciliana, Mazara del Vallo (Trapani) 1947).
In apertura Thibon chiarisce la differenza tra innamoramento e amore: il primo, fondato essenzialmente sui sentimenti, è precario e sfuggevole; il secondo, invece, passato attraverso inevitabili prove e fatiche, ha la caratteristica della stabilità e si presta a durare negli anni.
Definito questo, il filosofo sostiene che l’amore degli sposi deve basarsi su quattro pilastri: passione, amicizia, sacrificio e orazione.
PASSIONE, «poiché non possiamo concepire il matrimonio senza una attrazione sessuale reciproca, assunta, coronata e superata dallo spirito, che impone di adattarsi ai gusti e agli appetiti sessuali dell’altro, assai differenti nella donna e nell’uomo». Una passione che nasce dall’istinto, ma che viene trasfigurata dalla parte più nobile di noi e che impone un’accoglienza reciproca dei bisogni: l’uomo ha mediamente più bisogno di “sfogare gli istinti”, mentre la donna ricerca nell’unità fisica, in massimo grado, una tenerezza e una sintonia emotiva.
AMICIZIA perché, ancora prima che amanti, i due coniugi devono essere alleati verso un percorso di crescita umana (e spirituale) e di unione sempre più profonda, in una conoscenza dell’altro sempre più completa. Un’amicizia, dunque, che «insegni loro ad amarsi e a rispettarsi reciprocamente, incitandoli a penetrare nell’anima dell’altro, correggendo e dominando la tensione insita nel dualismo sessuale».
SACRIFICIO, perché le cose belle costano e vivere 24h/24 a stretto contatto con una persona, condividendo le scelte quotidiane come quelle più impegnative, mette a dura prova l’ego di chiunque, naturaliter egoista. Parafrasando, Thibon afferma che: «Disconoscere il lato positivo e fecondo insito nel sacrificio è la tara dell’umanitarismo evanescente proprio della nostra epoca. Tutti i disastri, tutte le miserie del matrimonio procedono da un tale disconoscimento. Non si dà matrimonio felice senza mutuo sacrificio, senza sforzo per superare le delusioni, la monotonia, i rispettivi egoismi».
ORAZIONE, perché è importante tenere sempre presente che a riempirci non è l’amore terreno del coniuge, ma un Amore che trascende il tempo e lo spazio. Ecco quindi che marito e moglie devono aiutarsi reciprocamente a mantenere lo sguardo puntato in alto, il che permette anche di amare di più chi ci sta vicino: infatti, «per amare un essere finito, con tutte le sue miserie e imperfezioni, occorre amarlo come messaggero di una realtà che lo oltrepassa, di una pienezza divina».
Questi quattro pilastri sono oggi in crisi, come è in crisi – di conseguenza? – il matrimonio: i coniugi non pregano più assieme; spesso non sono disposti a retrocedere, sacrificandosi, in vista del bene dell’altro o dei figli; l’amicizia, intesa come conoscenza e perfezionamento reciproco, è rara: un po’ perché non si ha chiaro l’orizzonte cui tendere e un po’ perché togliersi le maschere che indossiamo all’esterno può essere difficile anche tra le mura domestiche, così come lo è – per molti – accettare i propri limiti e difetti; infine, la passione: tutti parlano di sesso, ma in pochi lo vivono in maniera soddisfacente… tranne i cattolici, pare. Perché? Proprio perché la passione va unita e trasformata dalla spinta dello spirito, altrimenti rimane – per dirla con la sessuologa belga Theresé Hargot – un mero «esercizio fisico».
Che i quattro punti enucleati da Thibon possano essere utili e attuali?

da: www.libertaepersona.org

domenica 13 agosto 2017

Il misticismo dei matematici

di Giuliano Guzzo

Scienza e fede sono compatibili? Se un simile quesito solleva in voi dubbi, pensieri o semplice curiosità, c’è un libro – appena uscito – che fa esattamente al caso vostro. Sto parlando de Il misticismo dei matematici (Cantagalli 2017, pp. 137), l’ultima fatica di Francesco Agnoli, ottimo studioso da anni impegnato in una meritoria opera di approfondimento sui grandi scienziati della storia. Si tratta di un volume con cui l’Autore, con la competenza dello storico e la chiarezza del divulgatore, mette in luce – come viene premesso nelle prime pagine – «la presenza, in quasi tutti i più grandi matematici, di riflessioni filosofiche e teologiche riguardo all’esistenza di Dio, l’anima immortale, il mondo soprasensibile» (p.13).
La cosa bella del libro è però il fatto che, a parlare del misticismo dei matematici, una volta tanto sono…loro stessi. Agnoli infatti compie un’opera di notevole onestà intellettuale dando la parola direttamente a 15 giganti della matematica – da Pascal a Gauss, da Boole a De Giorgi -, cosa che consente al lettore di scoprire come costoro fossero non soltanto credenti, ma spesso veri e propri difensori della religione. Attraverso le pagine de Il misticismo dei matematici è così possibile scoprire aspetti e particolari interessantissimi ma che normalmente i libri di storica omettono e a scuola gli insegnanti quasi mai dicono. Tipo che Cartesio definiva l’ateismo «crimen atrocissimum» (p. 28) o che Leibniz combatteva il materialismo, apostrofato come «figlio illegittimo della nuova scienza della natura» (p.37).
Ma per forza costoro erano credenti – ribatterà subito lo scettico – dal momento che tutta la società, a quel tempo, era molto religiosa. Un’ipotesi interessante, ma che Il misticismo dei matematici confuta totalmente da un lato mostrando la religiosità di grandi uomini di scienza anche contemporanei – da Enrico Bombieri a Federico Faggin -, e, dall’altro, mettendo in luce come talvolta i giganti della matematica furono uomini di fede anche contro le mode del proprio tempo. Come fece per esempio Eulero, il più prolifico matematico della storia, il quale se da una parte frequentava ambienti nei quali «l’argomento principale della conversazione» era la presa in giro della religione dall’altra «tutte le sere riuniva la famiglia e leggeva un capitolo della Bibbia, che accompagnava con una preghiera» (p.45).
Ingenuo, dunque, sarebbe chi pensasse di spiegare la religiosità dei matematici appoggiandosi a meri fattori culturali. Ciò che Agnoli evidenzia, infatti, è come queste menti geniali fossero molto più che semplicemente credenti, ma costantemente attratte dalla religione. Si pensi al fascino che in Alexander Grothendieck, considerato da molti il più grande matematico del XX secolo e uno dei più grandi di sempre, suscitò «la cattolica francese Marthe Robin: una mistica segnata dalla sofferenza, che vive di Eucaristia» (p.102-103), o alla spinta metafisica che portò il grande logico Kurt Gödel «a respingere materialismo e panteismo, a leggere la Bibbia, a porsi, nei suoi taccuini personali, numerose domande sulla dottrina cattolica» (p.92). La religiosità, in ciascuna delle 15 figure approfondite da Agnoli, è una costante.
Il motivo per cui consiglio vivamente l’acquisto e la lettura de Il misticismo dei matematici non è quindi tanto la sottolineatura del fatto che molti scienziati siano credenti – già una ricerca della Rice University, condotta su 1.700 studiosi di primo piano, aveva chiarito come il 70% di essi lo sia (cfr. Science vs Religion – What Scientists Really Think, 2010) -, bensì la possibilità, che questo libro – che si legge davvero tutto d’un fiato, provare per credere – offre, di seguire da vicino i percorsi di fede, talvolta anche tormentati e per nulla lineari, di grandi scienziati la cui profondissima religiosità non viene mai ricordata. A tutto vantaggio dello stereotipo dello scienziato ateo, anticlericale e desideroso di smascherare le menzogne della Chiesa cattolica. Una bufala clamorosa della quale, quando avrete letto questo eccellente testo, non potrete che farvi lunghe risate.

da: www.libertaepersona.org

sabato 12 agosto 2017

Shakespeare era cattolico?

di Luca Fumagalli

Quando Chesterton scriveva che «un grande classico è uno scrittore che si può lodare senza averlo letto», senza dubbio stava pensando anche e soprattutto a William Shakespeare, il più grande autore della letteratura inglese e una delle menti eccellenti della cultura occidentale. Chesterton, da fine cesellatore di paradossi, in poche parole esplicita l’essenza poetica del Bardo dell’Avon, promotore di un messaggio così radicato nel cuore e nella mente dell’uomo da essere universalmente valido. Il fatto che Shakespeare abbia qualcosa da dire a tutti noi non lo rende, però, una specie di extraterrestre, né tantomeno un essere quasi angelico, estrapolato da ogni contingenza, superiore alle esigenze e alle incognite del quotidiano.
Ma è proprio a questo punto che iniziano i problemi. La vita di Shakespeare, infatti, pur affannosamente indagata nei secoli da storici e letterati di tutto il mondo, rimane ancora un grande punto interrogativo. Pochi particolari della lunga parabola esistenziale del drammaturgo elisabettiano sono noti con un certo grado di sicurezza, mentre intere annate pare si siano perse nell’oblio. Da qui hanno preso piede le più assurde e strampalate supposizioni che hanno fatto nascere nel tempo una sorta di “questione Shakespeare”, non troppo diversa per complessità dalla nota “questione omerica”. Innumerevoli saggi e articoli sono stati scritti per rivelare le presunti origini italiane del Bardo o per narrare la storia di uno scribacchino poco talentuoso diventato celebre solo per aver fatto da prestanome a nobili letterati di corte. Il tema è ancora caldo, e film recenti come Shakespeare in Love (1998) o Anonymous (2011) sono riusciti a costruire sceneggiature convincenti – con ottimi incassi al botteghino – inseguendo ora l’una ora l’altra delle più fantasiose piste interpretative a disposizione.
Elisabetta Sala, docente di storia e letteratura inglese, con il saggio L’enigma di Shakespeare. Cortigiano o dissidente? (Ares, 2011) affronta l’argomento da una prospettiva diversa, anche se per certi versi non del tutto inedita. Sgombrato il campo dalle dicerie e dalle grossolane semplificazioni di certa storiografia nazionalista, Sala conduce per mano il lettore in un’appassionante avventura investigativa alla ricerca di tutti quegli indizi che sembrano confermare la più scomoda delle verità per la protestante Inghilterra: Shakespeare era cattolico.
Già Jan Dobraczynski nel suo romanzo L’invincibile armata (1960) aveva fatto indossare al Bardo i panni di uno sfuggente ricusante amico dei gesuiti, nelle cui opere mette alla berlina tanto l’anglicanesimo quanto l’ottusa arroganza del sovrano di turno (poco importa se Elisabetta o Giacomo). L’enigma di Shakespeare dà a questa intuizione la forma di un corposo trattato che vanta, tra i molti meriti, un ricco apparato bibliografico e una prosa godibile.
Bastano dunque poche pagine per far crollare miseramente l’immagine convenzionale del Shakespeare cantore dell’ottimismo elisabettiano. Le sue simpatie, a quanto emerge in modo sempre più chiaro da studi autorevoli, erano rivolte piuttosto alla minoranza perseguitata – tra l’altro era in stretto rapporto con diversi rappresentanti della dissidenza cattolica –, e le sue opere cercavano, pur cautamente, di dar voce a chi non aveva più diritto di parlare. Il teatro e i testi lirici sono attraversati, non a caso, da un filo rosso sotterraneo che torna alla ribalta nella riproposizione di figure e situazioni ricorrenti (nonché nella citazione di particolari della devozione popolare cattolica, scomparsa con l’imposizione della chiesa nazionale). Lotte fratricide, equivoci dalle terribili conseguenze e personaggi positivi ingiustamente esiliati sono solo alcuni esempi di quelle immagini shakespeariane che comunicano a più livelli e che, tra le righe, raccontano allo spettatore di un regime corrotto, di una religione annientata dalla brama dei disonesti e di tanti sacerdoti che hanno pagato con la vita la fedeltà alla Chiesa di Roma.

Se, come ha dovuto infine ammettere anche qualche studioso protestante, Shakespeare morì papista, è perché, molto semplicemente, era rimasto tale per tutta la vita.

da: www.radiospada.org

giovedì 10 agosto 2017

Meglio la (vera) scienza che la (falsa) fede

di Fabrizio Carbone

Non c’è peggior cieco di colui che scientemente non voglia sforzarsi per vedere. O almeno per cercare di vedere meglio. Specie oggi che non mancano affatto gli ausili alla vista, in tutti i sensi della parola. Ma è anche vero che, come diceva il filosofo francese Jean Madiran (1920-2013), “quando c’è un’eclissi, tutto quanti siamo immersi nelle tenebre”.
Le tenebre di oggi si chiamano rifiuto dell’intelligenza, dell’analisi, della lettura realista (né ottimista-progressista, né conservatrice-pessimista) della società. E prima di tutto dell’orizzonte politico, sociale, economico ed esistenziale vissuto sulla propria pelle da parte del nostro popolo e della nostra gente.
Noi altri italiani siamo confrontati, ormai da decenni e con un ritmo invero crescente, ad una decadenza spettacolare dei costumi e della legalità, di cui i frequenti crimini su cui ricamano con godimento i media senza censura, sono solo la punta più visibile dell’iceberg. La stessa immigrazione di massa (incontrollata e colonizzatrice), e a sua volta causa di nuovi delitti e di nuove tragedie, è il segno di una debolezza sociale, culturale e politica ormai nota e innegabile.
Il recente saggio del duo Claudio Risé–Francesco Borgonovo (Vita selvatica. Manuale di sopravvivenza alla modernità, Lindau, 2017) enumera una preziosa serie di dati oggettivi, fatti di stime accertate, statistiche e alcune non difficili proiezioni come queste. Nel 2050, anno in cui milioni di persone già nate oggi saranno ancora in vita, la popolazione mondiale sfiorerà, salvo catastrofi precedenti imponderabili, i 10 miliardi di esseri umani, specie asiatici e africani. “I non bianchi saranno la maggioranza in Europa e negli Stati Uniti” (p. 13). Certo, il colore della pelle è secondario nella personalità di un uomo, ma il dato resta simbolico. O no?
La disoccupazione endemica crescerà per più motivi, ma anche a causa della tecnologia e della robotica che sostituiranno gli uomini in molte mansioni di fabbrica. Non pochi mestieri tenderanno a scomparire del tutto, specie i mestieri più arcaici, tradizionali e socialmente rassicuranti, come buona parte di quelli legati al mondo agricolo e all’artigianato, all’arte e al piccolo commercio al dettaglio.

Il caos, già onnipresente nei vari gangli della società europea, arriverà a un punto tale che perfino un insospettabile economista del sistema come Jacques Attali (1943) ha scritto che fra 30 anni il mondo “comincerà a decostruirsi sotto i colpi della globalizzazione. L’Africa di domani non assomiglierà perciò all’Occidente di oggi, sarà piuttosto l’Occidente di domani ad assomigliare all’Africa di oggi” (Breve storia del futuro, citato a p. 9).
Alcuni pensatori originali però, previdero fin dagli anni ’20 la crisi che stiamo vivendo. Si pensi ad Oswald Spengler (1880-1936) e al suo celebre Tramonto dell’Occidente (1923), ma anche ad altri autori meno noti come i brasiliani Gustavo Corçao (1896-1978) o Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995). Quest’ultimo, nel 1993, a due anni dalla morte, scrisse che “Se si cerca un denominatore comune nelle vicende della vita pubblica e privata di tante nazioni, si potrebbe dire che esso è il caos. Le prospettive caotiche sembrano moltiplicarsi sempre più tra di loro; si avanza sulla strada del caos, e nessuno sa con certezza fin dove” (R. de Mattei, Plinio Corrêa de Oliveira, apostolo di Fatima e profeta del Regno di Maria, 2017, p. 73).
D’altra parte, il rifiuto di analizzare la realtà coincide, né più né meno, con il rifiuto della scienza, in nome della fede.
La scienza è qui la conoscenza della realtà attraverso l’osservazione e l’analisi spassionata, a base di indagini, ipotesi e conclusioni. Conclusioni sempre perfettibili certo, ma mai del tutto inutili se hanno come punto di partenza la realtà, e non l’ideologia e i pregiudizi. La fede, in questo contesto, non è la fede religiosa, di tipo cristiano o altro. Ma la fede irreligiosissima nei miti umani più démodé come il progresso necessario e automatico, l’ottimismo modernista e filo-tecnologico, la visione dell’umanità fatta solo di “bravi ragazzi” e semmai di “incompresi”, e non di buoni e cattivi, onesti e disonesti, coraggiosi e vili, eroi e delinquenti.
Galileianamente e cartesianamente dovremmo fare ogni sforzo per conoscere la verità in ciò che ci riguarda necessariamente, specie quando si affastellano nel popolo idee diverse e contraddittorie su temi di importanza vitale.
Ad esempio: è bene o è male dare accoglienza a tutti i profughi del pianeta? E’ possibile o no accettare una ondata migratoria virtualmente illimitata come quella che ci si prospetta nei prossimi anni? Alcuni politici come Macron o intellettuali alla Saviano rispondono che sì, dobbiamo accettare accogliere ospitare e tacere. Altri sono assai più cauti e riservati. Alcuni pensano invece che con una immigrazione costante come quella attuale le nostre società arriveranno al collasso economico. Chi ha ragione? E chi ha torto?
Il nostro popolo palesemente si sta slabbrando, sta compiendo una corsa disperata e a tratti inconscia verso la propria morte per eutanasia. Poche nascite, divorzi e separazioni che superano i matrimoni, decadenza dell’istituzione scolastica, violenza videodipendenza e dilagante alcolismo come dati ormai acquisiti e banalizzati presso i nativi digitali (si veda in tal senso, Carlo Casini, Vita nascente, prima pietra di un nuovo umanesimo, San Paolo, 2017)
I nemici della civiltà però non sono i migranti come tali, e meno che mai i (veri) profughi, che tentano una via di salvezza, magari con le migliori intenzioni di inserimento sociale e di vivere con dignità.
Ma le guide “spirituali” dell’Europa e dell’Occidente – le Boldrini, gli Schulz, i Macron – davanti alla situazione tremenda in cui si trovano popoli di antica civiltà come l’italiano, il tedesco e il francese, cosa fanno? Organizzano, come possono, nuove caccie alle streghe, dove le streghe redivive sono il fascismo, il populismo, i difensori della famiglia tradizionale (e costituzionale), e tutti coloro che mantengono uno sguardo critico verso l’andamento della società di questo primo scorcio del XXI secolo.
“La Rivoluzione non ha bisogno della scienza” sembra che si disse, da parte dei più feroci giacobini, nell’atto di condannare a morte il grandissimo chimico e biologo francese Antoine de Lavoisier (1743-1794), colpevole solo perché di origini nobiliari e non assimilabile al nuovo corso terroristico della politica rivoluzionaria.
Anche in quel caso, la fede ideologica di un Jean-Paul Marat (1743-1793) e di un Robespierre (1758-1794), fu la causa della censura verso un uomo di raro valore come Lavoisier. Ma la storia, nel sangue che ne è il segno più emblematico, sembra doversi ripetere.
La fede laica nella democrazia, nel progresso e nel futuro sopprime le analisi ponderate, ancorché sgradite, della realtà. E se la fede cancella la conoscenza, chi mai potrà dirci come stanno esattamente le cose? La scienza non è mai stata scalzata dalla fede cristiana, al contrario di quanto si afferma in testi di storia manichei e ideologici (si vedano in proposito i libri di Giorgio Israel e di Rodney Stark). Ma la fede irreligiosa delle élite senza patria di oggi, essa sì rappresenta un pericolo senza precedenti per l’intera umanità.

da: www.libertaepersona.org

martedì 8 agosto 2017

La storia dimenticata del gesuita Gerard Manley Hopkins, genio della poesia

di Luca Fumagalli

Gerard Manley Hopkins (1844-1889) è un poeta fuori dal tempo. Passato praticamente inosservato durante la vita, divenne in seguito una delle figure di riferimento per la poesia inglese del XX secolo. Nonostante Hopkins scrisse la maggior parte dei suoi componimenti tra il 1876 e il 1889, fu solo nel 1918, quasi trent’anni dopo la morte, che l’amico Robert Bridges pubblicò finalmente un’edizione completa dei suoi versi, Poems of Gerard Manley Hopkins. Appena il volume raggiunse gli scaffali delle librerie, il successo fu immediato.
Hopkins, che proveniva da una famiglia anglicana, sin dalla giovane età diede prova di doti non comuni. Frequentò con ottimi risultati il Balliol College di Oxford ed ebbe come insegnante, tra gli altri, quel Walter Pater che fu maestro di Wilde e di tutta la generazione degli scrittori decadenti. Influenzato dal Movimento di Oxford e dalle posizioni del cosiddetto partito “ritualista”, sorprese tutti quando nel 1866 si convertì al cattolicesimo; fu il noto teologo e futuro cardinale John Henry Newman ad accoglierlo ufficialmente nella Chiesa di Roma. Insegnò poi alla scuola dell’Oratorio di Birmingham fino al 1868, anno in cui maturò la decisione di diventare sacerdote gesuita. Per ribadire la serietà delle sue intenzioni, bruciò tutte le poesie che aveva scritto sino a quel momento: la letteratura era un passatempo profano, non adatto a un futuro uomo di Dio.
Hopkins trascorse l’ultimo periodo della sua formazione da seminarista, tra il 1874 e il 1877, al St Beuno’s College, nel Galles del nord. Mentre si trovava lì, imparò il gallese ed ebbe modo di apprezzare le liriche medievali di quella terra misteriose ed evocativa. Il risultato fu una folgorazione. Non senza esitazioni prese di nuovo la penna in mano e nel 1875 stese quella che sarebbe diventata la sua composizione più famosa: Il naufragio del “Deutschland” (The Wreck of the “Deutschland”). La poesia, ispirata a un fatto di cronaca – il naufragio di una nave che stava trasportando un gruppo di suore esiliate dalla Germania a causa alle nuove leggi penali -, venne definita dall’artista cattolico David Jones «una delle opere più affascinanti mai scritte in lingua inglese».
Hopkins continuò a coltivare la sua passione, alternando la letteratura ai molti impegni che gli derivavano dal duplice ruolo di sacerdote e insegnante. Nel 1884 divenne professore di latino e greco presso la Royal University of Ireland di Dublino. In realtà il soggiorno nell’isola di smeraldo, al netto del prestigio derivatogli dall’incarico, fu tutt’altro che appagante; le carte del periodo, non a caso, sono attraversate da un senso di cupo sconforto, al limite dell’angoscia.
Nel 1889 il tifo spezzò prematuramente la vita di un talento che avrebbe potuto dare una contributo decisivo allo sviluppo di una marcata sensibilità “papista” all’interno del panorama culturale britannico. D’altro canto il controverso rapporto con il proprio genio avrebbe quasi certamente convinto Hopkins a continuare con la politica di non pubblicare ciò che scriveva, ancora considerato, malgrado gli ottimi risultati ottenuti, qualcosa di poco dignitoso per un sacerdote (e questo nonostante la testimonianza di illustri confratelli del passato come Robert Southwell, poeta e martire sotto il regno di Elisabetta).
I lavori del gesuita, quando vennero finalmente dati alle stampe nel 1918, ebbero l’effetto di un piccolo terremoto. Non solo Hopkins dimostrava di voler abbandonare le forme tradizionali, ma, attingendo a piene mani dal mondo greco e da quello ebraico dei Salmi, puntava più sull’effetto ritmico piuttosto che sulla metrica. La musicalità era garantita dai rimandi alla liturgia cristiana e alla poesia medievale, nonché dalla sapiente cesellatura di allitterazioni, assonanze e onomatopee.
Nei poemi la natura suggerisce all’uomo l’esistenza di verità profonde, generate da allusioni simboliche. Il cattolicesimo di Hopkins, sul modello di quello medievale di Duns Scoto, si rivela soprattutto nel costante rimando a Dio, un mistero che tutto pervade. Semplicità e complessità convivono brillantemente. Così, per esempio, quelli che potrebbero apparire come semplici descrizioni o bozzetti paesaggistici, si rivelano infine per quello che sono: indizi di una Presenza più grande che travalica il dato sensibile. Tale certezza, tuttavia, non toglie ai fedeli la fatica di dover dimostrarsi ogni giorno all’altezza dell’ideale cristiano; l’errore e la disperazione, in questo senso, sono nemici sempre in agguato.
Oltre alle poesie mariane e a quelle caratterizzate da contenuti più “laici”, Hopkins scrisse molte altre liriche che contengono spunti tratti direttamente dall’immaginario cattolico. Tra le più interessanti si segnalano La grandezza di Dio (God’s Grandeur), Variopinta bellezza (Pied Beauty), I pioppi di Binsey (Binsey Poplars), Primavera e autunno (Spring and Fall) e Scritto sulle foglie della Sibilla (Spelt from Sybil’s Leaves).
Nel 1975 una lapide dedicata alla memoria del grande gesuita venne posta nel famoso Poets’ Cornerdell’Abbazia di Westminster, accanto a quella dei nomi più illustri della cultura inglese. Con questo gesto si voleva ricordare la storia dimenticata di un poeta straordinario, un poeta che in Italia, ad eccezione di una manciata di monografie e di vecchie edizioni mai più ristampate, è stato colpevolmente ignorato, e oggi più che mai merita di essere riscoperto.

da: www.riscossacristiana.org

domenica 6 agosto 2017

“L’impero bonsai”, Indro Montanelli racconta il suo viaggio in Giappone

di Riccardo Rosati  
Gli articoli raccolti in questo volume sono apparsi per la prima volta sul Corriere della Sera tra il novembre 1951 e il marzo 1952, periodo in cui Indro Montanelli (1909 – 2001) soggiornò in Giappone, per osservarne di persona le evoluzioni dopo la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale. Le condizioni, quindi, di una Nazione occupata militarmente e reduce dai sei anni della “Reggenza MacArthur”, col generalissimo americano che, nella gestione praticamente plenipotenziaria dell'Arcipelago, raramente evitò di palesare la sua scarsa stima verso i sudditi del Sol Levante. A Montanelli, infatti, ciò non sfugge e riporta con chiarezza come la cappa oltraggiosa imposta da Douglas MacArthur cessi praticamente di esistere quando al suo posto subentra a capo dello SCAP (Supreme Commander for the Allied Powers) il generale Matthew Ridgway, un uomo mite e non prigioniero di quella auto-idolatria che danneggerà successivamente la carriera del suo collega. Pagina dopo pagina, il miglior giornalista italiano di sempre – insieme a quel Mussolini che affascinò proprio il giovane Montanelli – coglie con occhio acutissimo taluni aspetti essenziali di un Popolo che sperimenta per la prima volta la democrazia e si avvia verso quella straordinaria espansione economica che avrebbe di lì a poco minacciato il primato delle economie occidentali.
Giornalismo, ecco, questa è la parola chiave che connota il libro, come spiega bene Vittorio Zucconi nella Prefazione: “[...] perché il segreto di questa forma di giornalismo non è la conoscenza, al contrario è l'ignoranza del soggetto” (8). Zucconi non gode affatto della nostra stima, eppure, nel presentare questi scritti di Montanelli, offre alcune riflessioni di assoluta qualità; forse ciò è dovuto al fatto che anch'egli è stato inviato in Giappone, però negli anni '80, dunque in un Paese ormai totalmente capitalista e in parte alieno alla propria tradizione, a causa della forte americanizzazione. Invero, le parole di Zucconi ci riportano alla mente quelle di Italo Calvino, il quale, col suo Collezione di sabbia (1984), riuscì a toccare una delle massime vette nella narrazione del Giappone moderno. Alla stessa stregua di Zucconi, anche nello scrittore ligure, l'“ignoranza” è un paradossale valore: “Nuovo nel paese, sono ancora nella fase in cui tutto quel che vedo ha un valore proprio perché non so quale valore dargli”.
Certo, Calvino è stato uno dei prìncipi tra gli autori del XX secolo, mentre Montanelli e Zucconi, con tutto il dovuto rispetto, sono dei giornalisti e non degli intellettuali. Nondimeno, ne L’impero bonsai si incontrano vari passaggi davvero sorprendenti per la loro comprensione della cultura nipponica, tanto che in qualche caso ci siamo detti che, alla fine, Montanelli aveva “capito tutto” o quasi; come quando cristallizza in poche parole un elemento assai complesso, legato a quella raffinata composizione tutta giapponese di un'estetica fatta di crudeltà: “Non si educa e non ci si educa senza una buona dose di cattiveria, di spietata intransigenza. Io non ho mai visto un popolo maleducato e crudele” (40). Inoltre, se egli comprende con adeguata profondità l'eleganza dell'animo di questa Nazione, non manca altresì di cogliere la rozzezza degli occupanti, di quella America che Montanelli, benché da tempo convertito all'antifascismo, non riusciva proprio ad apprezzarne qualsivoglia portato valoriale: “Ma è proprio, tutto questo, una novità, la rivoluzionaria democratica novità che gli Americani pensano di avere introdotta?” (46).
Tornando a Zucconi, costui confessa di provare una “rancorosa ammirazione” (7) verso gli scritti del più blasonato e talentuoso cronista, il quale affresca un ritratto del Giappone tramite una scrittura magari non bella, eppure “calda”, partecipata. Questo reportage in forma di articoli giornalistici permette di scoprire addirittura un rarissimo Montanelli “affettuoso”, quando, ad esempio, parla di Shigeru Yoshida (1868 – 1977), Primo Ministro giapponese (1946 – 1947 e 1948 –1954), nonché amante dell'Italia e di Napoli in particolare.
L’impero bonsai si attesta quale una preziosa testimonianza di un Paese invaso, vittima di umiliazioni, che però il popolo giapponese affronta con sobrietà e dignità. Montanelli non fa mistero di ritenere il “fascismo giapponese” (definizione verso la quale nutriamo puntualmente forti dubbi) un errore grave. Sia come sia, il suo spirito da anarchico strutturato, quindi con una propensione talvolta reazionaria, spunta fuori con prepotenza nella sua difesa di Tomoyuki Yamashita (1885 – 1946), conosciuto anche come la “Tigre della Malesia”, per via delle atrocità commesse dai suoi soldati a Manila, impiccato come criminale di guerra, o almeno questa è stata la versione dei fatti propagandata dagli “alleati”. Montanelli la pensa in tutt’altro modo, e lo si vede quando riporta il dissenso della stampa, persino di quella statunitense, per l'esecuzione di questo coraggioso e nobile ufficiale, passato alla storia per la sua incredibile presa della “fortezza” britannica di Singapore: “Subito dopo la lettura del verdetto, il mio collega Pat Robinson dell'International News Service mise ai voti e pubblicò, […], il responso dei dodici corrispondenti americani, inglesi e australiani che dopo aver seguito il processo dalla prima all'ultima seduta si pronunciarono unanimemente contro la legalità della sentenza: lo dico con una certa fierezza di giornalista” (28).
Dicevamo sopra che non abbiamo a che fare con un intellettuale. Ragion per cui, tante sfumature della società dell'Arcipelago gli risultano ostiche da afferrare. In primis, quelle riguardanti la più complessa figura nella cultura giapponese, ovvero il suo sovrano (天皇, Tennō). Montanelli non riesce a carpirne l'essenza, il motivo per cui un semplice essere umano possa diventare il simbolo di una intera Nazione, parimenti a quello che per noi occidentali è la Bandiera. Quello che, però, non gli sfugge è l'umiliante condizione dell'Imperatore dopo la guerra: “[...] oggi il centoventiquattresimo erede di una dinastia che dura ininterrottamente da duemilaseicentoquattordici anni vive come un padre di famiglia della media borghesia, senza sfarzo né seguito” (49). Allora, possiamo pensare, leggendo questa sua cronaca in una terra così lontana geograficamente e non solo, che quando Montanelli non riesce a comprendere, e questo avviene abbastanza spesso, non smarrisce mai il rispetto, e anche in ciò egli ci ricorda lo smarrimento provato sempre da Calvino in Giappone: “Così il tempio Manju-in, che un incompetente come me giurerebbe che è zen e invece non lo è […]”.  
In conclusione, sovente il Giappone si rivela capace di tirare fuori il meglio di noi. La spiegazione fornita da Montanelli è che questo è dovuto al fatto che si tratta di un “Paese serio”! La raccolta di articoli in questione è una sorta di album di realtà nipponica, con delle “istantanee” scattate dalla mente di un uomo che era capace di spiegare e, talora, pure raccontare. La sua visione del Giappone non è elaborata, ma è tanto vera, potentemente autentica nella sua ingenuità, come dice giustamente ancora una volta Zucconi: “[...] perché un giornalista non è mai un professore, se vuol chiamarsi tale, ma sempre e soltanto uno studente sul filo della bocciatura” (15). Montanelli e la sua penna arcigna ci mancano molto. La lettura di questo testo, come abbiamo avuto modo di indicare, ci ha ricordato il viaggio nel Sol Levante di Calvino. Da un lato un grandissimo giornalista, dall'altro uno dei massimi scrittori della epoca moderna, entrambi accomunati dall'“umiltà” che ha fatto nei secoli grande la odeporica (la “Letteratura di Viaggio”) degli Italiani. Loro, i giapponesi sono quello che sono, gente seria; noi, dal canto nostro, siamo quello che siamo, o almeno eravamo fino a qualche tempo fa, il Popolo più intelligente del pianeta, al punto che un “semplice” giornalista si dimostra capace di esprimere concetti sul Giappone ben più profondi ed esatti di quelli di tanti accademici di scuola anglosassone che vanno per la maggiore da decenni: “A meno che il mio errore non sia proprio questo; di voler trovare una logica e dare una spiegazione a ciò che i Giapponesi fanno. Che è anche questa, a pensarci bene, una spiegazione; e forse la sola che valga” (51).
Indro Montanelli, L’impero bonsai. Cronaca di un viaggio in Giappone 1951 – 1952, Rizzoli, Milano, 2007

*Un ringraziamento alla collega orientalista Annarita Mavelli, che ha gentilmente portato il testo di Montanelli alla nostra attenzione
da: www.ordinefuturo.net