martedì 12 dicembre 2017

Ma che musica Mestro

di Fabio Trevisan

In uno dei suoi ultimi album,“Snob”, del 2014, Paolo Conte criticava il modus vivendi ricercato e falsamente aristocratico: “Perché adesso tu parli così? Stai arrotando tutte le erre, forse tu pensi che tutto sembri più nobile, snob”. Allo snobismo vacuo egli preferiva l’ostentazione provocatoria, capace di far riflettere, seppur ambiguamente, di un dandy come ad esempio Oscar Wilde.
L’astigiano avvocato Paolo Conte, conscio del provincialismo italico (“Le mie canzoni rappresentano la peculiarità di tutta la cultura italiana, che ha una forte connotazione provinciale”) ha alternato brani popolari e irrisori di costume a rimandi esotici, di località, personaggi e lingue diverse. In una delle sue più conosciute canzoni, Bartali, Paolo Conte lasciava trasparire la fatica del vivere quotidiano: “Quanta strada nei miei sandali, quanta ne avrà fatta Bartali, quel naso triste come una salita, quegli occhi allegri da italiano in gita…”. Anche nella saga dedicata all’ “Uomo del Mocambo”, quel proprietario di un bar immaginario rifletteva la tristezza ed il grigiore di un uomo comune, specchio di quel malessere esistenziale tipico della contemporaneità, a cui Conte ha sempre cercato di fuggire, come asserito dalle sue testuali parole: “Un invito a distaccarsi dalla barbarie del quotidiano”. In un’altra sua celebre canzone, “Onda su onda”, resa famosa nell’interpretazione di Bruno Lauzi, Conte usava la metafora della nave per ripudiare il mondo da cui si doveva fuggire per approdare su un’isola deserta: “Che acqua gelida qua, nessuno più mi salverà. Son caduto dalla nave, son caduto mentre a bordo c’era il ballo. Onda su onda il mare mi porterà alla deriva, in balìa di una sorte bizzarra e cattiva. Mi sto allontanando ormai, la nave è una lucciola persa nel blu, mai più ritornerò…”. Anche nel pezzo “Un gelato al limon”, portato in tournée con successo negli stadi nel 1979 da De Gregori e Lucio Dalla, Paolo Conte denunciava il non sense di una vita amara, resa un po’ più dolce dal sapore effimero di un gelato: “Sprofondati in fondo a una città, mentre un’altra estate se ne va”.
La ricerca dell’esotismo, oltre a qualificarne il provincialismo dandy, permetteva così al cantautore e pianista piemontese di ammorbidire l’impatto con una realtà da cui fuggire, come espresso nella canzone Aguaplano: “Scendi, pilota, fammi vedere, scendi a bassa quota, che guardi meglio e possa raccontare cos’è che luccica sul grande mare…gira, pilota, recuperiamo il cielo ad alta quota, torna nel mondo dal bel colore baio…”. Per Conte l’esotismo era espresso con queste sue parole: “Il mio esotismo è un malessere che i francesi chiamano ailleurs, il senso dell’altrove, ed è una forma di pudore, in modo che certe storie della vita reale vengano trasferite in un teatro più lontano per attutire il senso della realtà”. Come indicato nel brano “Il quadrato e il cerchio”, in Paolo Conte si riflette una filosofia pessimistica e disillusa, “Il tempo è un cerchio che finisce là dove comincia”, a cui si cerca inutilmente di fuggire. Così anche l’appello all’andarsene, ripetuto nella canzone “Vieni via con me” rimane senza contenuti e reso ironico e triste da un improbabile “It’s wonderful”. Paolo Conte ha fatto riferimento pure alla vita circense, come rimarcato dalla sua stessa voce e dal pensiero che sottende alle sue canzoni: “Il tipo di applauso che io desidero è quello circense. Lavoro con lo spirito dell’acrobata che in equilibrio cammina sul filo teso”.
Nella deformazione della realtà e nell’obliquità del suo sguardo, manifestato anche dalla posizione ricurva sul pianoforte e da quella voce rauca e dimessa, Paolo Conte ha palesato quanto espresso nel titolo significativo (Una faccia in prestito) di un’altra sua canzone: “Con una faccia imprestata da un altro, che se ti fa comodo, d’altra parte vorresti la tua da offrire a quel pubblico, che ti guarda come a carnevale si guarda una maschera”. Nella celeberrima Genova per noi traspare ancora il triste e incomprensibile apparire del quotidiano e la mancanza di senso che rende la realtà ottusa e quasi impenetrabile: “Con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così che abbiamo noi prima di andare a Genova, che ben sicuri mai non siamo che quel posto dove andiamo non ci inghiotte e non torniamo più”.
da: www.riscossacristina.it

mercoledì 6 dicembre 2017

In memoria di Jurij Mal’cev

di Andrea Bartelloni

Nell’anno centenario della Rivoluzione d’Ottobre è morto, nella sua casa nelle prealpi bergamasche, uno dei più importanti studiosi del dissenso nell’Unione Sovietica: Juri Mal’cev. Nato nel 1932 a Rostov-na-Donu (Rostov sul Don) si laurea in filologia all’università di Leningrado e insegna lingua italiana all’università di Mosca traducendo in russo autori italiani tra i quali Moravia, E. De Filippo, Zavattini.
Il suo dissenso verso il regime comunista inizia nel 1967 fondando il «Gruppo di iniziativa» per i diritti dell’uomo che lo porta a sperimentare l’esperienza di essere, prima allontanato dall’università e poi internato in manicomio; nel 1974 riesce a lasciare l’Unione Sovietica. L’Italia lo accoglie e inizia a insegnare a Parma, Perugia e alla Cattolica di Milano testimoniando sempre la realtà del sistema sovietico.
Nel 1976 esce per i tipi de La Casa di Matriona di Milano, coraggiosa casa editrice che ha fondato assieme a Giovanni Codevilla e altri e diventa la voce del dissenso, L’«altra» letteratura (1957-1976). La letteratura del samizdat (dal russo “edito in proprio”) da Pasternak a Solzenicyn. Per la verità dagli anni sessanta il centro studi Russia Cristiana, fondata da un gruppo di sacerdoti tra i quali p. Romano Scalfi (1923-2016), porta in Italia le prime informazioni sul fenomeno russo, ma il volume di Mal’cev fa conoscere e cataloga questa realtà diffusa in Unione Sovietica: la letteratura del sottosuolo o la “seconda letteratura” (Andrej Sinjavskij) che si contrappone a quella ufficiale “nei suoi criteri artistici e nella forma come nelle sue posizioni filosofiche e nella sua visione del mondo”.
Il fenomeno samizdat “viene alla luce soltanto dopo la morte di Stalin e precisamente dopo il XX Congresso del PCUS”. Il Dottor Zivago (1957) “trascina dietro di sé un’intera valanga di letteratura sotterranea. Il fenomeno rapidamente si diffonde: (…) nel 1974, si potrebbe già mettere insieme con la produzione del samizdat un’intera biblioteca di grosse dimensioni”. Dattiloscritti che costavano l’arresto a chi li produceva, ma la catena non si interrompeva e le riviste continuavano ad uscire a getto continuo. Poi escono i romanzi, saggi, miscellanee e Mal’cev pubblica i nomi e i lavori di questi eroi della letteratura del sottosuolo che “riflette con grande precisione gli stati d’animo del popolo russo (…), e in ciò si distingue nettamente dalla letteratura ufficiale sovietica che è costruita per intero in ossequio alle convenzioni e ai modelli stereotipati e inanimi che il potere ha artificialmente imposto”.
Mal’cev lascia le tracce di questa letteratura iniziando da Il Dottor Zivago di Boris Pasternak definito “un evento storico”, “un ponte attraverso l’abisso del vuoto spirituale e del fatale inselvatichimento, tra la vecchia cultura russa e quella nuova, nascente e risorgente”. E poi ancora per più di trecento pagine ricche di storie e testimonianze. Ma il samizdat è anche la diffusione della letteratura proibita sia straniera che russa, da Orwell a Koestler, da Kafka a Camus e Musil, per ricordarne solo alcuni. E poi i russi Nabokov, Zamjatin, Cvetaeva fino a Osip Mandel’stam e Michail Bulgakov.
Mal’cev, da grande conoscitore della letteratura russa, entra anche nella descrizione dei lavori di scrittori meno noti che fa conoscere al pubblico italiano: fra tutti Andrej Platonov incompreso dalla critica occidentale che Mal’cev paragona a Gogol’.
Un capitolo del suo libro è dedicato alla satira in un paese dove si andava in carcere per una barzelletta e di barzellette ne scrive in abbondanza. C’è n’è una su Marx che cerca disperatamente di parlare ad una radio sovietica e, alla fine, gli viene concesso di dire una sola frase. E dice: «Proletari di tutto il mondo, perdonatemi!». O la vecchietta che trova sugli scaffali di un negozio la scritta “Il comunismo è agiatezza” e dice: «Pazienza! Abbiamo sopportato la fame, e bene o male sopporteremo anche l’agiatezza!». E così via soffermandosi e descrivendo numerose opere satiriche nelle quali comicità, sarcasmo “si mescolano alla mestizia e all’afflizione (…) e l’assurdo delle situazioni descritte è messo in rilievo dalle intonazioni e dalle espressioni grottesche”.
Mirabili le pagine che descrivono I Racconti di Kolima di Salamov, all’epoca conosciuti solo in parte, o le riflessioni di Grossman che descrivono “Lenin come un dittatore e un oppressore della libertà”.
Preziose infine le schede biografiche degli autori citati.
Mal’cev sapeva quello che scriveva perché lo aveva vissuto sulla sua pelle e lo regalava agli italiani perché non potessero dire di non conoscere la realtà, ma erano gli anni del compromesso storico e i nostri politici, ma soprattutto coloro che avevano in mano la cultura del nostro paese, erano impegnati in altro.
Comunque grazie Jurij Mal’cev

da: www.libertaepersona.org

Li chiamavano “Bensonians”: gli illustri (ed eccentrici) figli spirituali di mons. R. H. Benson

di Luca Fumagalli

Tra il 1904 e il 1909, dopo essere stato ordinato sacerdote a Roma, mons. Robert Hugh Benson (1871-1914) prese residenza a Cambridge. L’arcivescovo Bourne lo aveva esplicitamente invitato a concentrarsi sui suoi studi teologici e a lasciare che fosse mons. Arthur Barnes – anch’egli un convertito dall’anglicanesimo – a occuparsi della cura spirituale degli studenti universitari. Benson, in quanto figlio “apostata” dell’ex arcivescovo di Canterbury, era già all’epoca una celebrità. Tuttavia, negli anni seguenti, consolidò la propria posizione grazie alle straordinarie doti di predicatore e a romanzi apologetici, tra cui Il Padrone del mondo, che riscossero un grande successo.Mons. R. H. Benson (1907)
Il carisma di Benson finì naturalmente per attrarre diversi universitari che, stanchi della Chiesa ufficiale o di una vita dissipata, guardavano con favore a Roma. Poco alla volta andarono a formare un circolo ristretto di discepoli, quelli che Shane Leslie, uno di essi, definì “Bensonians”. Nella maggior parte dei casi si trattò di amanti della liturgia, di effeminati e di ruspanti profeti di utopiche riforme statali ed ecclesiastiche. Cercavano, se non un paradiso, almeno una nuova occasione su questa terra, affascinati dalle parole che Benson andava ripetendo a proposito dell’anticonformismo come sale della vita. Col tempo alcuni di questi exalté divennero persino piuttosto famosi.Baron Corvo (1907)
La quiete di Cambridge venne turbata irrimediabilmente nel 1905 dall’arrivo di un losco figuro, uno scrittore cattolico e omosessuale perennemente a corto di soldi. Frederick Rolfe (1860-1913), autoproclamatosi Baron Corvo, aveva pubblicato nel 1904 un romanzo fantastorico, Adriano VII, in cui si narrava la straordinaria ascesa al trono petrino di un Papa inglese, rivoluzionario e anti-socialista. Benson, tra i pochi che seppero apprezzare le complicate volute sintattiche e i florilegi lessicali del testo, scrisse all’autore una lettera d’elogio. Fu così che i due si conobbero e, in seguito, divennero inseparabili amici. Le successive visite di Rolfe a Cambridge – trascorse tra esperimenti di magia bianca, gare natatorie e il fumo delle immancabili sigarette – culminarono nel 1906 con la proposta, avanzata da Benson, di scrivere insieme un libro dedicato a San Thomas Becket. Una serie di incomprensioni, che andarono ad assommarsi all’indole paranoica di Corvo, decretarono il fallimento del progetto e, di conseguenza, la rottura dell’amicizia.
Anni dopo, nel suo romanzo veneziano Il desiderio e la ricerca del tutto, lo strambo barone si vendicò ritraendo Benson nei panni dell’ottuso pretuncolo Bobugo Bonsen. Quest’ultimo, da parte sua, creò il personaggio di Chris Dell, l’esteta protagonista di The Sentimentalists (1906), ispirandosi tanto a Rolfe quanto a Eustace Virgo, un altro dei “Bensonians” che venne presto ai ferri corti con Corvo.Vyvyan Holland (1904-05 ca.)
Virgo (1861-1937), pur non essendo uno studente, era spesso in visita presso la canonica di Cambridge. Il poco che si conosce sul suo conto lo si ricava dalla lettura del volume autobiografico Life at a Venture, pubblicato nel 1930 con il nom de plume di E. V. de Fontmell (Virgo era originario di Fontmell Magna, nel Dorset). Cattolico di nascita, ma propugnatore di uno strano sincretismo paganeggiante, ricoprì per qualche tempo l’incarico di precettore prima di diventare corrispondente da Roma e da Atene per il «New York World» e per il «Morning Post». Era tornato in Inghilterra con la speranza di entrare nell’ordine domenicano, ma dopo che la sua domanda venne respinta, si ritirò ad Oxford, trascorrendo gli ultimi anni di vita tra molte privazioni.Ronald Firbank (1905 e 1917)
Ronald Firbank (1886-1926), il “Bensonian” destinato a lasciare il segno più profondo nella storia della letteratura inglese, era invece il dandy par excellence. Quando arrivò a Cambridge, nel 1906, aveva già pubblicato un romanzo, ed ebbe molti amici – tra cui Vyvyan Holland (1886-1967), secondogenito di Oscar Wilde – che videro in lui un modello di novità ed eccezione. Viveva in un’assolata stanza al Trinity Hall, sempre piena di fiori freschi e di oggetti d’arte d’ogni sorta; addirittura un suo ritratto esotico era appeso a una delle pareti. Quando abbandonò l’università, nel 1909, non aveva sostenuto nemmeno un esame.
La stanza di Ronald Firbank al Trinity Hall (1907)
Grazie a Holland, Firbank conobbe Benson e con quest’ultimo prese l’abitudine di conversare quasi ogni giorno. Si discuteva con passione di vari argomenti, soprattutto arte e religione. Fu così che nel 1907 il ragazzo decise di convertirsi alla Chiesa di Roma. Al monsignore, come ringraziamento, regalò una copia con dedica dell’Imitazione di Cristo. Anche se nella maturità Firbank mantenne un atteggiamento piuttosto superficiale nei confronti della fede, l’estetica camp che anima le sue opere, costruite su un uso consapevole e sofisticato del kitsch, molto deve al retaggio cattolico (un esempio illuminante in tal senso è il romanzo Sulle eccentricità del Cardinal Pirelli del 1926).
Tra la metà del 1908 e la fine del 1909, John Stratford Collins (1882-1912), soprannominato Jack, fu ospite di mons. Barnes alla Llandaff House. Ragazzo per bene, anch’egli uno studente convertito di recente al cattolicesimo, svolgeva il ruolo di segretario e sacrestano, servando durante la messa, preparando i pasti e organizzando l’agenda degli appuntamenti. Fu forse il sostenitore più accanito di Benson con cui trascorreva ogni istante del proprio tempo libero. Pendeva letteralmente dalle sue labbra e conosceva a memoria molti dei sermoni del reverendo. Prima di morire tragicamente di polmonite, non ancora trentenne, tentò inutilmente e a più riprese di entrare in seminario.
Collins, al pari di Baron Corvo, Benson e di molti altre figure picaresche della Cambridge di inizio secolo, fa capolino sotto pseudonimo in The Cantab (1926), romanzo autobiografico di Shane Leslie, l’ultimo dei “Bensonians”. Amico di Jack e di Holland, Leslie (1885-1971) – il cui vero nome era John Randolph – era cugino di Winston Churchill e rampollo di una delle famiglie aristocratiche più ricche e rappresentative del protestantesimo irlandese. Membro del King’s College, in università approfondì la liturgia anglo-cattolica, la teologia bizantina e mostrò di condividere il socialismo cristiano teorizzato da Tolstoy (che conobbe personalmente durante un viaggio in Russia). Grazie all’incontro con Benson, sfidando l’ostilità della famiglia, nel 1908 si fece battezzare in una chiesa di Bayswater.
Dopo gli studi si dedicò alle più svariate attività: oltre a essere stato, per un certo periodo, direttore del «Dublin Review», fu politico, poeta, romanziere, saggista, docente universitario in America, bibliofilo e critico letterario. Divenne inoltre noto alle cronache mondane per le magnifiche feste che organizzava nella sua dimora londinese e per i pettegolezzi che circolavano sul suo conto a proposito di pruriginose relazioni extraconiugali. Nonostante la condotta non proprio impeccabile, si guadagnò la stima e la confidenza di diversi cardinali e fu sempre in prima linea nel combattere, a colpi di narrativa e di saggistica, le cattive idee dei protestanti e degli agnostici.Vyvyan Holland e Shane Leslie al matrimonio del primo, figlio di Oscar Wilde (1943)
Quella dei “Bensonians” fu, in definitiva, una piccola isola felice, una tribù di irregolari per certi versi simile al baronetto ribelle del romanzo di Benson None Other Gods (1911). Per quanto l’apporto del gruppo al cattolicesimo britannico rimase piuttosto marginale, concentrandosi prevalentemente in ambito letterario, la storia dei suoi membri testimonia uno dei primi e dei più fecondi esperimenti di “inclusione papista” in contesto universitario (solo di recente, infatti, l’abolizione delle leggi restrittive aveva permesso ai cattolici di frequentare gli atenei dell’Impero). Mons. Robert Hugh Benson, oltre ad aver consegnato ai posteri pregevoli scritti, ebbe dunque il merito di aver allevato una nidiata di “figli spirituali” che, per quanto scapestrati ed irregolari, furono comunque tra i germogli della rinascita cattolica inglese del XX secolo.

“Secondo lo stesso principio delle cattedrali”: il lavoro ben fatto, l’onore dell’Uomo e la Gloria di Dio

di Simone Gambini

Proponiamo un breve testo, rielaborato a partire dallo scritto di Charles Peguy sull’importanza di fare bene un lavoro, contro chi sostiene, come Ikea e simili, che la ricchezza si produca fornendo beni di consumo e di scarsa qualità, anziché far bene ciò che deve essere fatto bene, nei tempi previsti dalla natura e dalle Leggi di Dio, che sia durevole e bello nel tempo e per i secoli a venire.

Un tempo gli operai non erano servi.
Lavoravano.
Coltivavano un onore, assoluto, come si addice a un onore.
Un oggetto, un mobile, un edificio dovevano essere ben fatti.
Era naturale, era inteso. Era un primato.
Non occorreva che fossero ben fatti per il salario, o in modo proporzionale al salario.
Non dovevano essere ben fatti per il padrone,
né per gli intenditori, né per i clienti del padrone.
Dovevano essere ben fatti di per sé, in sé, nella loro stessa natura.
Una tradizione venuta, risalita dal profondo della razza, una storia, un assoluto, un onore esigevano che ogni cosa fosse ben fatta, anche per valorizzare i talenti che Dio ha donato ad ogni uomo.
E ogni parte di ogni cosa fosse ben fatta.
E ogni parte di ogni cosa che non si vedeva era lavorata con la medesima perfezione delle parti che si vedevano.
Secondo lo stesso principio delle cattedrali.
E sono solo io — io ormai così imbastardito — a farla adesso tanto lunga.
Per loro, in loro non c’era neppure l’ombra di una riflessione.
Il lavoro stava là. Si lavorava bene.
Non si trattava di essere visti o di non essere visti.
Era il lavoro in sé che doveva essere ben fatto per l’onore dell’Uomo e la Gloria di Dio.
Per gli uomini di ogni epoca, per gli uomini di ieri, di oggi e di domani.

Ma oggi, purtroppo, questa… é un’altra storia.

da: www.riscossacristiana.org

martedì 28 novembre 2017

Engels: l’Universo non può avere fine… nè inizio

di Francesco Agnoli

Friedrich Engels, l’amico di Karl Marx, riteneva anch’egli di avere “la scienza” dalla sua parte. Per questo leggeva molti libri ed articoli di chimica, fisica, biologia… cercando poi di dare a tutte le scoperte una lettura materialista. A costo di forzature ed incomprensioni marchiane.
Nel suo La dialettica della natura (1883), affermava l’impossibilità della morte termica dell’Universo, di cui a quei tempi si cominciava a discutere, in nome del principio ateistico: poichè l’Universo è tutto ciò che esiste, non può avere nè inizio nè fine.
Scriveva: “Clausius (uno dei padri della termodinamica, ndr), se comprendo corettamente, dimostra che l’universo è stato creato, ergo che la materia è creabile, ergo che essa è distruttibile, ergo che anche la forza ossia il movimento sono creabili e distruttibili, ergoche tutta la teoria della ‘conservazione della forza’ è assurdità, ergo che tutte le sue conseguenze sono assurdità. Il secondo principio di Clausius ecc. può essere formulato come si vuole: comporta la perdita di energia, qualitativa se non quantitativa. Dell’entropia non può essere per via naturale distrutta ma solo creata. L’orologio dell’universo, per camminare, deve essere prima caricato; e cammina finchè non si riduce all’equilibrio, dal quale solo un miracolo può farlo uscire e rimetterlo in moto di nuovo. L’energia impiegata per caricarlo è scomparsa, perlomeno qualitativamente, e può essere ristabilita solo da un impulso esterno. L’impulso esterno era quindi necessario anche al principio; quindi la quantità di movimento (o energia) presente nell’Universo non è sempre la stessa, quindi l’energia deve essere stata creata, quindi dev’essere creabile, quindi distruttibile. Ad absurdum!” (Friedrich Engels, Dialettica della natura, Editori Riuniti, Roma, 1971, p. 294).
Come Engels condannava Rudolf Clausius, per i motivi sopra spiegati, così i marxisti ed i comunisti del Novecento, sempre impegnati nel sostenere un presunto conflitto tra scienza e fede in Dio, condanneranno la teoria del Big Bang, colpevole di proporre l’idea di un inizio temporale dell’Universo: un’idea, diranno, diffusa dal Vaticano e dai preti per mettere in dubbio l’eternità della materia e suggerire l’idea di un Creatore della materia stessa.
Vedi anche: http://www.filosofiaescienza.it/le-persecuzioni-dei-mendeliano-in-urss/

Il Cielo può sedurre più della carne: Olive Custance, la poetessa cattolica che sposò l’amante di Oscar Wilde

di Luca Fumagalli

Quattro raccolte poetiche e un marito celebre non bastarono a garantire a Olive Custance (1874-1944) la notorietà che avrebbe meritato. Il suo nome rimane confinato ancora oggi nelle note a piè di pagina del decadentismo inglese, solleticando al massimo l’interesse di qualche collezionista di testi tardo-vittoriani. Anche gli studi a lei dedicati, ad eccezione della breve monografia Olive Custance: Her Life and Work (1975) del carmelitano Brocard Sewell – curatore pure di un’antologia intitolata The Selected Poems of Olive Custance (1995) –, si limitano perlopiù a sintetici accenni in volumi miscellanei e a una manciata di articoli.
Eppure la Custance, che certamente pagò l’aver vissuto all’ombra di Lord Alfred Douglas, era una delle poetesse migliori del suo tempo, paragonabile per talento a Dollie Radford e Alice Meynell. Fu nel novero degli autori che gravitarono intorno alla casa editrice The Bodley Head di John Lane e scrisse contributi per riviste di grido come «The Yellow Book» e «The Savoy», dirette rispettivamente da Henry Harland e Arthur Symons. Aubrey Beardsley la omaggiò con un Ex librisdisegnato di suo pugno, e la scrittrice Natalie Barney, di cui fu amica, elogiò ampiamente la bellezza evocativa della sua lirica.La breve monografia di padre Brocard Sewell dedicata a Olive Custance
Figlia di un colonnello dell’esercito, Olive Custance iniziò a scrivere i primi versi in giovane età guadagnando presto l’ammirazione dei circoli culturali della capitale. Alla campagna nei dintorni di Norwich, dove abitava la famiglia, preferiva di gran lunga la caotica Londra, brulicante dei nuovi fermenti artistici che giungevano dal continente come una ventata d’aria fresca. Nei suoi volumi di poesie – Opals (1897), Rainbows (1902), The Blue Bird (1905) e The Inn of Dreams (1911) – si nota una certa patinatura fin de siècle, un viaggio nell’inesauribile mistero dell’essere umano che, in verità, risulta più affine al simbolismo piuttosto che al decadentismo tout court. Né mancano componimenti religiosi, il cui numero andò progressivamente aumentando nel corso degli anni, specie dopo la conversione alla Chiesa di Roma.
Prim di incontrare il futuro marito, l’amore di Olive Custance fu tutto per John Gray, giovane e attraente poeta, amico di Oscar Wilde, che una consolidata tradizione indica come modello del quasi omonimo protagonista del Ritratto di Dorian Gray. Il ragazzo, all’epoca venticinquenne, più tardi abbandonò il vizioso sottobosco bohémien per diventare sacerdote cattolico, e mantenne con Olive una lunga corrispondenza, piena d’affetto e di utilissimi consigli letterari.
Nel giungo del 1901, quando “Wild Olive” – come la Custance era solita firmarsi – incontrò per la prima volta Lord Alfred Douglas, soprannominato “Bosie”, fu per entrambi amore a prima vista. Douglas, classe 1870 ed egli stesso poeta di discreto valore, era appena scampato alla burrascosa relazione che aveva condotto Wilde alla tomba ed era ansioso di rifarsi una vita. I soldi ereditati dal padre, però, erano stati sperperati quasi subito e con essi erano andate in fumo le speranze di poter cominciare daccapo, allontanando per sempre il fantasma di quel processo che aveva causato l’incarcerazione dell’amante e gettato fango sul suo nome.
In autunno, mentre Douglas era in America per trovare una ricca ereditiera da impalmare, Olive, consapevole che il matrimonio con il dolce Bosie sarebbe stato impossibile, si fidanzò ufficialmente con George Montagu, membro del parlamento, destinato a ereditare un titolo nobiliare e un’immensa fortuna. Quando Alfred Douglas tornò in Inghilterra a mani vuote, lottò con le unghie e con i denti per riavere la donna che amava. Quest’ultima, dopo un’iniziale resistenza dettata più dalle convenzioni galanti che da un reale convincimento, ruppe il fidanzamento con Montagu e i due poterono convolare a nozze nel marzo del 1902, pur senza il consenso della famiglia Custance.L’Ex Libris che Aubrey Beardsley disegnò per Olive Custance
La loro vita matrimoniale fu un alternarsi di drammatici alti e bassi.
Se, a coronamento dei primi idilliaci mesi, Bosie riuscì ad appianare i dissapori con i suoceri, il malessere che gli derivò dal coinvolgimento in numerosi processi legati dell’eredità letteraria di Wilde contribuì al dilagare della tensione tra le mura domestiche. Ingannandosi di poter trovare un po’ di requie, Douglas si concesse ad altre donne, come Doris Edwards e la pittrice Romaine Brooks, mentre Olive faceva da sola i conti con la schizofrenia del loro unico figlio, Raymond, che avrebbe trascorso la maggior parte della vita in un ospedale psichiatrico.
Il vero annus horribilis della coppia fu il 1911: la conversione di Lord Alfred Douglas al cattolicesimo, naturale coronamento delle posizioni conservatrici maturate da quando, nel 1907, era diventato direttore del «The Academy», scavò un solco profondissimo tra lui e i Custance, fieri protestanti. Il rapporto con Olive – che si sarebbe convertita a sua volta nel 1917 – naufragò definitivamente; non si giunse al divorzio, ma dal 1913 i due iniziarono a condurre esistenze separate. Persero così la custodia del figlio, che passò al colonnello Custance.Olive Custance (1910 ca.)
Il loro amore, burrascoso ma al fondo sincero, si riaccese solo nel 1932, quando Olive decise di trasferirsi a Hove, nei pressi di Brighton, occupando un’abitazione vicino a quella del marito. Da quel momento, fino alla scomparsa della donna, i Douglas ripresero a vedersi quasi ogni giorno, facendo anche amicizia con Marie Stopes, Montague Summers e altri personaggi eccentrici. Lord Alfred morì a pochi mesi di distanza dalla moglie, nel 1945.
Negli anni ’30, ritrovata la serenità, “Wild Olive” aveva ricominciato a scrivere. Nuove poesie comparvero su varie testate, mettendo fine a quel lungo silenzio che durava dal 1911. Si trattò di una “seconda primavera” che, pur non raggiungendo stilisticamente i livelli dei primi lavori, confermò la direzione che la sua lirica aveva preso tempo addietro. L’ “inquiétude de Dieu” di un Rimbaud richiamava, nel dialogo costante tra sacro e profano, i momenti luminosi della gioventù.
Il cattolicesimo, di cui Olive aveva abbandonato la pratica solo pochi mesi dopo la conversione, tornò prepotentemente a bussare alla porta della sua anima durante gli ultimi giorni di vita. Nel letto, con le lacrime agli occhi, mentre stringeva la mano del suo Bosie, si pentì di aver anteposto alla religione se stessa e la letteratura. Come l’opale che tanto venerava – “Opal” era infatti un altro dei suoi nomignoli – aveva condotto un’esistenza multicolore, piena di contraddizioni e peccati. La speranza, comunque, non era mai venuta meno. Forse, prima di spirare, pensò per un’ultima volta a Beauty, quella poesia che aveva scritto in un momento di rara felicità, un’accorata preghiera rivolta alla Madonna: davvero, ora ne era certa, il Cielo poteva sedurre più della carne.
da: www.radiospada.org