giovedì 14 luglio 2016

Un falso mito


di Aristide Banchieri

14 luglio 1789. La presa della Bastglia. Un falso mito della Rivoluzione. "Quando furono scardinate le porte delle celle della Bastiglia, con grande disappunto dei conquistatori, furono trovati soltanto sette prigionieri, e tutt'altro che malconci. Si mandarono a chiamare gli ingegneri per verificare non vi fossero sotterranei segreti. Niente. I detenuti erano proprio sette: quattro falsari (Bèchade, Pujade, La Corrège e Laroche) che si eclissarono velocemente e nessuno riuscì più a trovarli; due malati di mente (Whyte e Tavernier), fatti rinchiudere dietro consiglio dei parenti, ed il conte di Solages, un aristocratico, internato su domanda della famiglia, perchè depravato sessuale".

grazie ad Aristide Banchieri

giovedì 7 luglio 2016

Saruman, il «Modernista»

di Isacco Tacconi

Cari lettori, quest’oggi vorrei riprendere il cammino del nostro sentiero tolkieniano col sottoporvi un quesito: vi è mai capitato di percepire che ciò che sta accadendo intorno a noi, mi riferisco ai rapidi mutamenti della società e del tempo in cui il Buon Dio ci ha posti, sia mosso da un fine invisibile, da un progetto latente, preciso ma sfuggente e, quasi, “sovrumano”? Non mi sto riferendo ovviamente all’azione della Divina Provvidenza che tutto dispone e a cui nulla sfugge, sapendo volgere ogni cosa al bene. No, mi riferisco piuttosto a quei piani delle forze anticristiche, a quei disegni delle nazioni, a quei progetti dei popoli che nonostante l’impegno e le macchinazioni dei loro artefici finiranno, presto o tardi, per dissolversi come pula nel vento.
«Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: Viene la pioggia, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: Ci sarà caldo, e così accade. Ipocriti! Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo?» (Lc 12,54-56).
Francamente, credo che questo tonante rimprovero risuoni alla presente generazione con una forza e una attualità così intense da far tremare i polsi, al pari della voce del profeta Giona. Chi può negare, infatti, i radicali sconvolgimenti di cui il secolo scorso è stato foriero e quello presente terribile, quantunque collaterale, prosieguo e avveramento? Una mutazione antropologica e culturale, diffusasi come una epidemia planetaria, letale quanto contagiosa tanto da sovvertire i cardini stessi dell’umanità, che a suo confronto l’abbattimento dell’Ancien Régime appare poca cosa.
«Il mondo è cambiato. Lo sento nell’acqua, lo sento nella terra, lo avverto nell’aria». Nel prologo della versione cinematografica del Signore degli Anelli questa frase, presagio di sventura, viene pronunciata da Galadriel, nel libro invece è Barbalbero, il Pastore di alberi, che nel prendere congedo, la pronuncia stanco e mesto come foglia d’autunno che ondeggia inesorabile verso la terra, ai Signori di Lòrien, Celeborn e Galadriel. Ma possiamo presumere che, verosimilmente, anche la Dama Bianca, con il suo sguardo penetrante e lungimirante, nella contemplazione della sua cattedrale boscosa, abbia meditato in cuor suo le stesse parole già dai tempi della riconquista della Montagna Solitaria da parte di Thorin Scudodiquercia, quando il Male tornò strisciando fra le ombre del mondo.
Il mondo come era non esiste più, molti di noi neanche lo abbiamo mai conosciuto, quel mondo, se non attraverso i ricordi a volte vividi, a volte sbiaditi dei nostri vecchi, o scoprendolo sui libri come se si trattasse di un passato ancestrale e obliato. Al suo posto un “altro” mondo è stato fondato sulle macerie dell’antico. Ma un tale trapasso di epoca a quali cause recondite è dovuto, e a quali effetti ultimi è ordinato? «Molto di ciò che era, si è perduto. Perché ora non vive nessuno che lo ricorda».Trovo che questa giudizio aderisca quasi perfettamente al nostro presente. Molto della nostra Santa Fede è andato perduto. Noi cattolici oggi ne siamo la prova, noi superstiti, noi “che un tempo eravamo tenebra” (cf. Ef 5,8), e come quello schiavo liberto della platonica Caverna siamo stati “chiamati dalle tenebre alla Sua luce meravigliosa” (1Pt 2,9). Personalmente provo una forte simpatia tra la mia attuale situazione di credente e l’esperienza di quello schiavo che, una volta cadute le catene dell’ignoranza e dell’illusione ex umbra et imaginibus, abbandona strisciante l’oscurità della caverna per volgersi verso la Luce vivificante della Verità che, ahimé, è divenuta quasi insostenibile: gli occhi sono stati troppo tempo immersi nelle tenebre.
Non di rado vorremmo volgerci indietro per andare a liberare i nostri fratelli qui in tenebris et in umbra mortis sedent, i quali, come noi un tempo, ancora prediligono l’illusione alla realtà, le vacue ombre alla sostanza. Soggiogati ad un mondo fittizio che ci è stato messo dinanzi agli per nasconderci la verità. Una tale assuefazione alla menzogna che impedisce di sopportare il peso della verità. Il timore di essere da loro incompresi e biasimati ci trattiene:forse ci bandirebbero come squilibrati, ci deriderebbero come dei folli e, in realtà, lo siamo davvero. La Croce è, e rimarrà sempre, una follia e uno scandalo, e i cristiani sono i cruciferi, coloro che la portano impressa nel cuore, sulla fronte, sulle labbra. E tuttavia i figli di Dio sono, oggi più che mai, degli apolidi. Lo sono per essenza, appartenendo ad una Patria che non è di questa terra. Se fossero “cittadini del mondo”, il mondo li onorerebbe come sua proprietà e, in fondo, non desidera altro: onorarli con delle catene dorate.
J.R.R. Tolkien vide tutto questo e forse molto di più. Anch’egli fu travolto dalla Grande Guerra, e dovette soffrire ancor più nel veder partire i propri figli per la Seconda Grande Guerra, forse peggiore della prima. E non c’è dolore più grande per un uomo che dover assistere impotente alla sofferenza dei propri figli, non potendo evitare loro l’orrore della violenza irragionevole, empia, ingiusta. Ma c’è un elemento che nel disegno della storia del Mondo costituisce un fattore di precipitazione degli eventi: il tradimento.
Esiste un affresco che si trova nella Cattedrale di Orvieto nella cappella di San Brizio, opera di Luca Signorelli, che mi ha sempre colpito per la sua forza espressiva. Rappresenta l’Anticristo e gli ultimi tempi, mostrando una figura impressionante, simile per sembianza a Nostro Signore, con un volto ingenuamente dolce e suadente ma dagli occhi vitrei, avvolti da un rossastro baluginio. Le sue braccia sono mosse dal Demonio che lo manovra come fa un burattinaio con il suo fantoccio. Pensiamo, dunque, che tali meditazioni non sono una prerogativa dei nostri tempi, ma anzi la Chiesa ha sempre meditato e spinto i credenti a meditare sugli avvenimenti che precederanno il definitivo “Ritorno del Re”.
Quale il nesso tra queste meditazioni e la figura di Saruman? Non sarà troppo difficile, credo, intuirlo dopo aver svelato che il tradimento degli eletti è fattore di accelerazione nell’instaurazione del regno dell’oscuro signore su questa nostra “terra di mezzo”.
Saruman è uno dei Cinque Istari, capo del suo ordine e, in quanto superiore, risiede ad Isengard nell’alta torre di Orthanc. Il nome stesso di «Isengard» richiama foneticamente l’antico anglosassone facendoci intuire il suo scopo: sorvegliare l’Isen, il «grande fiume». Colui che risiede ad Isengard è perciò il “guardiano”, il custode. Interessante somiglianza con il termine grecoepìscopòs che significa appunto «guardiano», «sorvegliante». Saruman dapprima non era malvagio, o meglio, non era propriamente «buono». Tolkien in realtà non dedica molto spazio a descrivere Saruman come era prima della corruzione. Possiamo però quasi percepire la sua mancanza di personalità, l’inconsistenza della sua figura. E quando coloro i quali, pur avendo ruoli di governo, posseggono una volontà debole e oscillante, facilmente vengono attratti e, in qualche modo, “posseduti” dalle loro idee. La philosophia perennisal contrario insegna che l’uomo è pienamente uomo, cioè veramente libero, solo quando è «dominus sui», ossia quando è capace di governare se stesso, di guidare egli stesso le proprie passioni e i propri istinti e non quando ne è preda.
Saruman è un essere, uno stregone, che si è lasciato avvincere, per imprudenza e presunzione, dall’illusione di poter cambiare il corso degli eventi per la brama del potere. Ha voluto “guardare”, ha voluto affacciarsi nelle tenebre dell’abisso senza la luce della Grazia, e ne è rimasto ammaliato. Un motivo ancestrale che risuona dall’Odissea di Omero al Santo Vangelo di Gesù Cristo. Tuttavia, una differenza sostanziale corre tra il Versatile Ulisse e Saruman il Bianco: nell’ascoltare la voce delle Sirene, il Re di Itaca non confidò in sé stesso. Saruman, al contrario, nello scrutare il Palantìr entrò nella tentazione con il cuore impuro e con la sciocca arroganza di chi, sicuro del proprio “candore”, (d’altronde l’abito è bianco) sfida l’oscurità. Che stolto è l’uomo. Quella veste bianca, se non è lavata nel Sangue dell’Agnello, non ha virtù propria. Ciò che di forte, solido e infallibile c’è in quell’investitura è un riflesso condizionato dall’alto anzi, dall’Altissimo, e ad ogni modo non rende quell’uomo bianco uno übermensch.
Ulisse si fece legare saldamente all’albero maestro, immagine della Croce, abbracciando soltanto la quale è possibile passare non solo in mezzo alle bellissime e mostruose sirene, ma anche nella Valle Oscura e nel profondo abisso del Mare, avendo le pareti della morte a destra e a sinistra. Strettamente legato da solide funi, quasi crocifisso, mentre tra dolori insopportabili di chi gli infliggeva lo strazio delle mortifere tentazioni, gridava, e nessuno dei suoi lo ascoltava. Solo lui, Odisseo, si espose e guidò il suo vascello fra i pericoli e i flutti dell’interminabile esilio, fino all’approdo patrio.
Ma quelli come Saruman, hanno venduto la loro anima per riceverne in contraccambio il disprezzo e il dominio del Signore della menzogna, che promette e non mantiene. Che corrompe con un misero compenso, così vacuo e vuoto eppure così irresistibile per gli sventurati che ne accettano la dialettica. «Eritis sicut Deus», questa è la promessa di Sauron a Saruman non più bianco, già adulterato, già privato del candore virgineo che lo aveva innalzato nel consesso dei saggi guadagnandogli il primato. Ma il velo che ricopre le tenebre ha avvolto i suoi occhi ormai torbidi che mutano la luce in tenebre. “«Così sei venuto, Gandalf», mi disse grave, – racconta Mithrandir – ma nei suoi occhi pareva ci fosse una luce strana, il riflesso di un gelido riso del cuore”[1].
Il dialogo che segue è di estrema importanza per comprendere il pensiero empio che si impossessa della mente umana quando cede alle vuote lusinghe del male. “«Tu sei venuto, ed era quello lo scopo del mio messaggio. E qui rimarrai, Gandalf il Grigio, e ti riposerai dei lunghi viaggi. Perché io sono Saruman il Saggio, Saruman Creatore d’Anelli, Saruman Multicolore»”[2]. La follia ha già avvelenato il suo cuore e il delirio d’onnipotenza lo innalza smisuratamente, ma solo per farlo precipitare con una più grande rovina. Gandalf il Grigio, invece, è in questo contesto l’immagine dell’umiltà, dell’impotente, di colui che quando è debole è più forte dei potenti della terra perché altri combatte la di lui battaglia. “«Bianco!», sogghignò [Saruman]. «Serve come base. Il tessuto bianco può essere tinto. La pagina bianca ricoperta di scrittura, e la luce bianca decomposta»”.Lo stregone bianco smarrendo il senno si fa creatore, si autoproclama “forgiatore d’anelli”, imitatore di Sauron il Ribelle. Attraverso il suo ruolo di guida, concessogli perché amministrasse la giustizia e non perché lo utilizzasse a proprio arbitrio, egli si trasforma in uno straordinario veicolo del male. Il peggior avversario, infatti, non è quello manifesto ma quello occulto, e il dolore più grande è quello che ci viene inflitto, a tradimento, da coloro che erano nostri amici.
Il bianco della luce racchiude la smisurata varietà dei colori possibili i quali ne costituiscono una imperfetta, quantunque ammirabile, espressione particolare. Ma l’essenza della luce sfugge all’analisi della scienza umana e pretendere di penetrarla diviene perciò un’inevitabile peccato di hybris. Dio “abita in una luce inaccessibile” (1Tm 6,16) dice la Scrittura, ciò significa che ogni bene ed ogni bontà particolare da Lui proviene e a Lui appartiene, e nessuno se ne può appropriare per sprigionarne i colorati effetti o addirittura mutandone la natura. Questo, lo sappiamo, è l’intento segreto dello gnosticismo: raggiungere l’uguaglianza con Dio attraverso un patto con le tenebre; e se ci pensiamo questa è anche l’essenza stessa di ogni peccato.
Questo è esattamente ciò che Saruman lo stolto ha tentato di fare mutando l’aggettivo che individua il suo ruolo. Non sarà più «il Bianco» ma piuttosto Saruman “Multicolore”, lo snaturato,il pervertito. Curiosa l’analogia con la bandiera arcobaleno, divenuta simbolo non di libertà ma di libertinismo, la più tirannica delle schiavitù perché è quella che l’uomo si autoinfligge brutalmente dissennandosi in una esaltata disperazione senza uscita. La purezza che viene colorata dai colori delle passioni ha perduto la sua caratteristica bianchezza “«nel qual caso – risponde Gandalf –non sarà più bianca» – e prosegue – «e colui che rompe un oggetto per scoprire cos’è, ha abbandonato il sentiero della saggezza»”. La conoscenza, infatti, è potere, la conoscenza è dominio, il desiderio di conoscenza, se non è temperato dall’umiltà, diviene arbitrio che pretende di sciogliere i vincoli e possedere l’oggetto conosciuto. La conoscenza, per gli illuminati, è plagio divinizzante.
Un vecchio e nauseabondo motto spinge il cospiratore che vuole abbattere tutto ciò che sa di tradizione, di antico, quindi di non disponibile e sottratto al suo controllo: la smania della novità e l’ineluttabilità del progresso. Il grido di guerra “non si può più tornare indietro!”, questo è il simbolo, il credo del nuovo mondo inebriato dall’eccitante inquietudine del divenire. “«I Tempi remoti non sono più – dichiara Saruman –. I giorni Intermedi stanno passando. I Giovani Giorni stanno per incominciare. Finito il tempo degli Elfi, la nostra ora è vicina: il mondo degli Uomini che dobbiamo dominare. Ma abbiamo bisogno di potere, potere per ordinare tutte le cose secondo la nostra volontà, in funzione di quel bene che soltanto i Saggi conoscono».
Il bene non sarebbe più nelle cose, cioè nella loro oggettiva struttura ontologica, ma sarebbe piuttosto una gnosi che soltanto pochi eletti possono e debbono possedere per manovrare le masse dei villani senza intelletto. “Il Sol dell’Avvenire”, un futuro di ordine e perfezione che dovrebbe scaturire dal caos, ossia da una (necessaria) fase di distruzione e rivoluzione. “«Si tratterebbe soltanto – prosegue Saruman nel tentativo di corrompere Gandalf – di aspettare, di custodire in cuore i nostri pensieri, deplorando forse il male commesso cammin facendo, ma plaudendo all’alta mèta prefissa: Sapienza, Governo, Ordine; tutte cose che invano abbiamo finora tentato di raggiungere, ostacolati anziché aiutati dai nostri amici deboli o pigri. Non sarebbe necessario, anzi non vi sarebbe un vero cambiamento nelle nostre intenzioni; soltanto nei mezzi da adoperare»”[3]. La satanica tentazione legata al triste nome dello statista fiorentino Niccolò Machiavelli secondo cui “il fine giustifica i mezzi”, risuonerà, ahinoi, fino alla fine dei tempi quando Colui che è la Verità e la Vita svergognerà per sempre coloro che lo hanno disprezzato in quanto Via. Non c’è altro mezzo, infatti, per cui l’uomo possa elevarsi dalla propria miseria dovuta al peccato e raggiungere il proprio fine: Gesù Cristo Nostro Signore. San Tommaso, il Dottore Comune dell’Unica Chiesa di Cristo, punto irrinunciabile per non perdere la giusta cognizione della Fede, così ha espresso questa “necessità di mezzo: “Christo qui, secundum quod homo, Via est nobis, tendendi in Deum”[4]. E siccome, come insegna sempre il Doctor Angelicus, «bonum ex integra causa, malum ex quocumque defectu», non è possibile che un fine in sé buono conservi intatta la sua bontà se i mezzi adoperati per raggiungerlo sono intrinsecamente cattivi. Ma i rivoluzionari, accecati dal freddo bagliore dei loro ideali sono disposti a calpestare volentieri la morale, il bene e la giustizia. Proprio per questo colui il quale, nel patto delle tenebre, si è “autoilluminato” ha in realtà consegnato se stesso in balìa dell’Oscuro Signore che ne farà ciò che vorrà. Quanto bene si potrebbe fare, pensa il novatore, se solo non ci fossero quegli odiosi vincoli morali che ne rallentano l’affermazione; quanto si potrebbe progredire se solo non ci ostacolasse la legge della coscienza, se ci affrancassimo dal peso del dogma, se ci elevassimo al di sopra di ciò che è eterno!
Saruman è l’emblema narrativo del tradimento di Giuda Iscariota che per raggiungere il suo disonesto fine, percorre una via diversa da quella della Croce, una via più breve e, apparentemente, più facile ma che inevitabilmente conduce al suicidio e alla dannazione. Similmente, Saruman il «multicolore», subirà una fine ingloriosa e direi quasi ridicola: uscirà di scena accoltellato dallo spregevole Grima Vermilinguo dopo aver tentato in vano l’instaurazione di una piccola dittatura sulla Contea.
Questa è la fine che attende tutti coloro che, per avventura e presunzione, abbandonano il retto sentiero tracciato e prestabilito. Il cammino ricevuto e trasmesso, il sentiero del Bene Immutabile, cioè del dogma. Infatti, ciò che da principio può sembrare una modesta e innocente eccezione, o “apertura”, può rapidamente degenerare in un tradimento della verità: «parvus error in principio, est magnus in fine».
Pertanto, coloro che imitano la presunzione dello Stregone bianco vanno molto oltre la mera imprudenza e, come disse San Pio X dei modernisti, stravolgono il senso stesso della verità (aeternam veritatis notionem pervertant). Se dovessimo infatti sintetizzare l’essenza del modernismo, cioè la più estesa e letale eresia che abbia mai colpito la Chiesa Cattolica, dovremmo ricordare una delle proposizioni che il Sant’Uffizio nel 1924, su disposizione di Papa Pio XI, condannò solennemente. Così la proposizione modernista anatemizzata: “Anche dopo aver concettualizzato la fede, l’uomo non deve adagiarsi sui dogmi della religione, aderirvi in modo fisso e immobile, ma deve rimanere sempre smanioso di progredire a una verità ulteriore, realmente evolvendo in nuovi sensi, e perfino correggendo ciò che crede”[5].
In definitiva appare proprio questo il nocciolo del dialogo tra Gandalf, l’umile stregone ancorato alla tradizione, e Saruman, affascinato e avvinto dalla “smania della novità”. Saruman, «il modernista», tenta di persuadere il suo confratello ad abbandonare la vecchia via per la nuova, spingendolo a tradire il mandato di conservare integralmente la verità contro la torbida ed evoluzionistica dottrina gnostica: «O Timothee, depositum custodi, et rursum, bonum depositum serva» (1Tm 6, 20).
In altre parole, la fine di Saruman (e di Giuda) è per noi tutti un monito vibrante che deve trattenerci la mano dalla presunzione di elevarci al di sopra della dottrina cattolica sempre creduta e ininterrottamente trasmessa. In altre parole, deve instillarci il timore di allontanarci dalla Tradizione che è la Regula Fidei. Il multicolore e il modernismo hanno in comune l’allontanamento dalla purezza immacolata della dottrina che ricorda la sentenza giovannea: “hanno preferito le tenebre alla luce”.
In ultima istanza potremmo solennemente dichiarare che il Signore degli Anelli è nella sua integralità, come nelle sue parti, un solenne «manifesto antimodernista». In esso infatti, i valori che più contano sono quelli immutabili ed eterni, come i dogmi. Ma non voglio rubare, anticipandolo, il materiale delle nostre prossime “serate tolkieniane”. Tuttavia, ritengo sia giusto proporvi l’“antidoto” che lo stesso nonno Tolkien ha lasciato impresso attraverso dei versi indimenticabili e densi di verità sostanziale. Attraverso di essi si ravviva in noi la speranza della restaurazione della Santa Chiesa Cattolica e si rinsalda in noi la fermezza nella Fede dei nostri padri: «Non tutto quel ch’è oro brilla, Né gli erranti sono perduti; Il vecchio ch’è forte non s’aggrinza, Le radici profonde non gelano. Dalle ceneri rinascerà un fuoco, L’ombra sprigionerà una scintilla; Nuova sarà la lama ora rotta, E re quei ch’è senza corona».
[1] Il Signore degli Anelli, Rusconi, Milano, 1999, p. 326.
[2] Ibidem, p. 327.
[3] Ivi, 328.
[4] S. Th., Prologo alla Quaestio 2 della I° Pars.
[5] P. DESCOQS, Praelectiones theologiae naturalis, vol I, p. 150; vol II, pp. 287 ss.

mercoledì 6 luglio 2016

Rigidità e flessibilità della legge

di Padre Giovanni Cavalcoli

La vera legge è un principio solido e stabile di azione, perché deve assicurare una vita rigogliosa, vigorosa e durevole, al riparo dai pericoli, come dice la Scrittura, a proposito dei comandi divini: “stabili sono tutti i tuoi comandi” (Sal 111,7). E’ una solida pista di lancio per i voli dello spirito, dà a coloro che la praticano la certezza di compiere il bene, è principio di fermezza, perseveranza e fedeltà. Mantenendo la propria identità, conserva l’identità propria di colui che le obbedisce. Essendo incorruttibile, rende incorruttibile chi la pratica.
La pratica della legge produce una rigorosa giustizia. Occorre però distinguere il rigore, che è perfezione e serietà, dalla rigidità o rigorismo, che è dispotismo e intolleranza. La vera legge non è rigida, ma equanime e clemente. La rigidità è una falsa fermezza legata all’orgoglio e alla crudeltà. La rigidezza soffoca, paralizza, mortifica, schiavizza, rende servili e paurosi.
La solidità o rigore della legge, invece, è quella qualità, per la quale la legge non si incrina, non si macchia, non s’intorbida, ma mantiene contro ogni insidia o tentativo di adulterazione la sua linearità, onestà e limpidezza, non deflette dalla sua dirittura, che la rende stimabile, affidabile ed onorabile. Essa non si lascia comprare, non si compromette col disonesto. Essa procura all’uomo il suo bene, a patto che ne abbia rispetto e non la pieghi alle sue voglie.
Per la verità, la flessibilità, così come la rigidità, è più propria della volontà che della legge, la quale è una proposizione della ragione e quindi è un concetto e i concetti come tali non mutano. Si può tuttavia parlare di leggi flessibili, nel senso che possono essere mutate, adattate, mitigate e addolcite, possono subire eccezioni per andare incontro o per un maggior bene di chi le pratica.
In certi casi queste leggi possono essere addirittura sospese in nome di una legge superiore. Si ha allora la virtù dell’epichèia, che possiamo chiamare “equità” o clemenza. Sono le leggi umane, sia civili che ecclesiastiche.
Le leggi non hanno dunque tutte la stessa autorità, forza, obbligatorietà, estensione e permanenza. Tutte indicano e prescrivono all’uomo il da farsi e come agire per conseguire in ogni campo e in tutte le circostanze il suo bene e il suo fine. Alcune, quelle fondamentali, ordinano al bene la natura umana come tale e si pongono su due piani di azione: la legge morale naturale, che è fissata dalla ragion pratica in base alla considerazione dei fini della vita umana; e la legge divina rivelata da Cristo, che è materia di fede ed è insegnata dalla Chiesa.
Ma queste leggi non ci dicono in concreto, nel dettaglio, che cosa dobbiamo fare o non fare. Ora, l’azione umana, che esse intendono guidare, è nel concreto, si realizza in una serie di singoli atti contingenti, mutevoli e passeggeri, uno diverso dall’altro, in circostanze sempre diverse. I fini particolari, i bisogni, le forze e le esigenze dei singoli, le condizioni di vita di ciascuno sono diversi gli uni dagli altri.
Per arrivare a guidare l’azione concreta, la legge morale naturale e divina dev’essere mediata da ulteriori leggi, norme, disposizioni particolari o regionali, contingenti, flessibili, mutevoli, abrogabili, dispensabili, di competenza dell’autorità civile ed ecclesiastica.
Ma questo non basta ancora, perchè anche qui siamo ancora sul piano dell’astratto, dato che il precetto è un giudizio che comporta una sintesi di concetti, mentre l’azione da realizzare è concreta. Perché avvenga questo passaggio dall’astratto del pensiero al concreto dell’azione, dall’universale al singolare, dall’ideale al reale, perché cioè la legge sia calata nei fatti, occorre la virtù della prudenza, la quale decide in ultima istanza dell’applicazione della legge nel concreto illuminando la conoscenza o esperienza della situazione concreta con la conoscenza astratta della legge. Il giudizio o comando prudenziale decide come la legge dev’essere applicata qui ed ora.
Si può parlare, in questi casi, di “arrendevolezza” (cf Gc 3,17), accondiscendenza, indulgenza o adattabilità, che sono forme di misericordia. Se uno non ce la fa, sul momento o anche in permanenza, ad ubbidire in pienezza ad una legge per lui troppo difficile o troppo esigente, si può prender per buono o computare come giustizia ciò che riesce a fare. Nemo ad impossibilia tenetur.
E’ quello che nel linguaggio popolare si chiama “chiudere un occhio”. Pretendere di più sarebbe dispotismo e crudeltà. La legge invece deve poter essere anche flessibile, proporzionata alle forze di chi la deve applicare, fare degli sconti a chi non può pagare. Viceversa, si devono far pagare “fino all’ultimo spicciolo” (Mt 5,26) i lavativi, gli scansafatiche, gli evasori fiscali, i furbi e chi vuol farla franca.
Non si tratta di cedere sui princìpi, ma di quello che il Papa chiama “realismo”, ossia di tener conto oggettivamente e realisticamente dei limiti del soggetto, limiti che egli non può superare neanche con tutta la buona volontà e lo stesso soccorso della grazia, perché anch’essa è limitata e Dio non chiede a nessuno di fare di più di quanto può fare con le forze naturali e con quella grazia delle quali dispone.
Come dicevano i Romani: dura lex, sed lex. Essi avevano il senso, come dice Kant, della “maestà della legge”, anche se non avevano chiara coscienza che tale maestà dipende dalla volontà divina del Dio Uno, dato che erano politeisti.
La legge morale, come diceva Kant, è un “imperativo categorico”, un dovere, un valore o un ideale oggettivo ed assoluto. Essa, poste le condizioni soggettive per poterle obbedire, ossia la sua conoscenza e il potere della volontà, obbliga in coscienza sempre, tutti, universalmente, immutabilmente, assolutamente, senza condizioni, senza scappatoie, pena il fallimento della vita. Non si può mai essere dispensati dall’obbedire alla legge morale, perché sarebbe il suicidio.
Occorre il giusto mezzo tra il rigorismo legalista e il lassismo permissivista. In medio stat virtus. La legge diventa rigida, quando deve essere flessibile o cedere il passo a una legge superiore. Allora al posto dell’arrendevolezza, nasce la durezza, che è mancanza di misericordia. Con zelo farisaico, ci si attacca alle inezie e si perdono di vista i valori supremi.
Ma se ci si mette a giocare tra il sì e il no, tra Cristo e Beliar, un colpo al cerchio e uno alla botte, se si mette in crisi o si rammollisce la saldezza della legge, essa diventa inaffidabile, diventa un terreno cedevole o sdrucciolevole, sul quale non ci si può più appoggiare, non vale più la pena di dare per essa la vita. Se l’obbedienza alla legge e in fondo a Cristo non fosse un valore irrinunciabile, il martirio non avrebbe senso. I martiri sarebbero dei rigoristi o fondamentalisti, chiusi al dialogo. E la saggezza sarebbe stare a galla in ogni modo e salvare la pelle a qualunque prezzo. L’arrendevolezza si trasformerebbe in vigliaccheria e tradimento.
Sarebbe il trionfo dell’etica della situazione, la quale, come già denunciava Pio XII e ribadisce S.Giovanni Paolo II nella Veritatis splendor, erige la mutevole situazione a legge dell’agire, anziché concepire l’agire come applicazione della legge nella situazione, ed anzichè concepire la coscienza come regolata dalla legge, si concepisce la legge come regolata dalla coscienza.
L’uomo diventa una banderuola, una canna agitata dal vento, diventa inaffidabile, schiavo delle mode, vanesio, commediante, buffone, infedele agli impegni, fedifrago, incostante, ipocrita, voltagabbana, doppio, sleale, bugiardo, e merita le invettive di Cristo contro i “serpenti” e la “razza di vipere”.
Per rimediare alla rigidità non occorre quindi cadere nel lassismo o nel permissivismo, ma si deve recuperare la solidità ed universalità della legge naturale e divina. E’ su queste che si deve costruire il sistema della morale, la legislazione civile ed ecclesiastica e quindi la nostra azione.

(Padre Giovanni Cavalcoli, Libertà&Persona, 12 giugno 2016).

martedì 5 luglio 2016

Dal miracolo economico alla depressione. L’impulso delle partecipazioni statali e il freno liberale

di Piero Vassallo

Premiato da strepitosi/miracolosi successi, il trionfale decennio italiano – 1954/1964 – fu attuato grazie all’attività delle maestranze al lavoro nelle aziende a partecipazione statale, IRI e ENI in special modo.
I due istituti furono i volani di una economia rigorosamente mista, ovvero indenne dall’influsso esclusivo esercitato dalla soffocante/castrante ideologia liberista.
La scelta dei governanti democristiani (Amintore Fanfani in testa) fu di proseguire e rinnovare le rivoluzionarie scelte economiche avviate dopo la crisi del 1929 dal geniale economista Alberto Beneduce (un collaboratore non fascista -socialista – oggetto di una lungimirante e fortunata scelta di Benito Mussolini).
Guidato da criteri irriducibili all’ideologia capitalista, l’intervento di Beneduce produsse eccellenti risultati, la sollecita riparazione dei danni inflitti dalla guerra all’industria e il magnifico rilancio dell’economia nazionale.
L’azione riparatrice di Beneduce (e in seguito di Oscar Sinigaglia e di Amintore Fanfani) costituisce un modello che – rivisitato e adeguato all’attuale, deprimente situazione dell’economia – può risolvere felicemente la crisi economica causata dai seguaci dell’ideologia liberale.
Il problema dell’ora è infatti rigettare le incapacitanti/paralizzanti/asfissianti ingiunzioni europee, che cadono a pioggia dagli umbratili e surreali burocrati in azione a Bruxelles.
Non alterati e obnubilati dalla mitologia intorno alla mano magica del mercato, artiglio rampante nelle tasche dei lavoratori e dei risparmiatori, numerosi e qualificati economisti militanti sono pronti ad avviare un audace piano di riforme atte ad allontanare i fantasmi del liberalismo puro.
La destra, ove fosse intesa ad uscire dalle rovine del qualunquismo, potrebbe facilmente riappropriarsi della ricchezza degli studi sociali intrapresi dai suoi più coraggiosi e acuti studiosi: Angelo Tarchi, Ernesto Massi, Giacinto Auriti, Giano Accame, Gaetano Rasi, Bruno Spampanato, Edmondo Cione, Beppe Niccolai, Dino Grammatico, Ivo Laghi, Silvio Vitale, Lucci Chiarissi, ecc..
Gli economisti militanti nella destra, allora refrattaria alla mitologia intorno alla mano magica del mercato, sostenevano e approvavano l’intervento pubblico nell’economia, una scelta avviata negli anni trenta e continuata, in conformità con la dottrina sociale della Chiesa cattolica, dalla Democrazia Cristiana degli anni successivi alle elezioni del 1953, nei quali ottenne il consenso della destra di Arturo Michelini.
Gli anni dello sviluppo furono disgraziatamente interrotti e rovesciati negli anni bui della reazione agente sotto la maschera progressista, dalle manifestazioni ostili promosse dal Pci nel giugno del 1960 e assecondate dalla fragilità dei nervi democristiani e missini.
Se l’albero si giudica dai frutti, la sterilità del liberalismo si misura dalla attuazione di un perpetuo, umiliante passaggio dalla breve, illusoria festa dello spreco gaudente alla soffocante discesa nelle rapinose e devastanti crisi orchestrate dagli alti strozzini.Il disgusto e la pena generati dal giro perpetuo della chimera liberale si devono rovesciare nell’aspirazione ad uscire da un sistema ingiusto e fallimentare, diventato ultimamente fomite di una squallida e feroce denatalità e di una allarmante immigrazione di maomettani. Parte essenziale dell’auspicata risposta al delirio nichilista attivo sotto la maschera liberale, la sfida lanciata sulla faccia dei trombettieri della denatalità italiana è impensabile senza l’allontanamento degli incubi ineconomici, emanati da una decrepita ideologia. Di qui l’urgenza di allontanare la politica della destra dal La Russa/Meloni (s)pensiero e in ultima analisi dall’incapacitante/frusciante/strisciante incubo liberale.

lunedì 4 luglio 2016

Nietzsche e il nazismo, un approdo obbligato

di Francesco Agnoli

Una delle polemiche più intense nel campo della filosofia del Novecento è quella che riguarda il legame, vero o presunto, tra l’ideologia nazionalsocialista e il filosofo tedesco.
La parentela tra il sostenitore della morale dei signori e il pensiero nazista è stata affermata, pressoché in modo unanime, sino alla fine della II guerra mondiale.
A Nietzsche si richiama anche, nel 1919, Benito Mussolini, secondo il quale “noi che detestiamo dal profondo tutti i cristianesimi, da quello di Gesù a quello di Marx, guardiamo con simpatia straordinaria a questo riprendere della vita moderna, nelle forme pagane del culto della forza e dell’audacia” (Mussolini, Opera omnia, Firenze 1951-1963, vol. XIV, p. 193).
Il nazismo ama riferirsi in più occasioni ad alcune idee del filosofo, soprattutto ad opera di Alfred Baeumler, cui il regime nazista affida presentazione e cura delle opere del filosofo. Negli anni Trenta-Quaranta che Nietzsche sia un pensatore utilizzabile dal nazismo sembra innegabile sia ai nazisti e ai nazionalisti in genere, sia a molti intellettuali di tendenza socialista, marxista o cattolica.
Un legame, più o meno forte con il nazismo, o quantomeno con un radicalismo aristocratico dispotico, violento e superomistico, anticipatore del delirio hitleriano, è stato sostenuto anche, prima dell’affermarsi di tesi “innocentiste”, da personalità come Thomas Mann, Ernst Bertram, Vilfredo Pareto, Benedetto Croce, Karl Löwith (“ha preparato la strada che lui stesso non percorse”), Ernst Bloch, György Lukács…

Per tutti costoro la parentela tra il filosofo e l’ideologia nazista è evidente, anche se ciò non significa che si possa fare di Nietzsche un nazista tout court (dimenticando per esempio le sue parole di fuoco verso una pretesa superiorità tedesca: «Entusiasmarsi per principio Deutschland, Deutschland, über alles o per il Reich tedesco: non siamo abbastanza stupidi per questo» (Nietzsche, Frammenti postumi 1884, vol. VIII, tomo III, 25 [251]).
Dopo la fine del nazismo è subentrato, soprattutto a sinistra, il tentativo di denazificare il filosofo, sostenendo soprattutto una tesi: che l’interpretazione nazista sarebbe stata resa possibile dalle falsificazioni della sorella del filosofo, Elisabeth, che avrebbe pubblicato i frammenti de La volontà di potenza dopo opportune manipolazioni, e dall’aver trascurato le numerose prese di distanza del filosofo dall’antisemitismo tedesco a lui contemporaneo.
Così Gianni Vattimo ha potuto parlare di “favola di un Nietzsche ‘profeta del nazismo’”, di un’incomprensione di fondo del pensiero del filosofo basato anche su falsificazioni testuali, e persino su “autofraintendimenti” di Nietzsche stesso.
La tesi innocentista, volta a cancellare ogni legame tra il pensiero di Nietzsche e quello totalitario, si è potuta anche appoggiare su di un fatto: la speranza di Nietzsche, soprattutto alla fine della sua vita, di trovare un alleato per la trasvalutazione dei valori nella finanza ebraica, e la presenza tra i suoi principali traduttori, divulgatori ed estimatori, quando era ancora in vita, di molti ebrei, come Georg Brandes o Daniel Halévy.
In verità l’amore di intellettuali ebrei per Nietzsche potrebbe essere spiegato molto bene ricordando un precedente: quello di Voltaire, violento antisemita, eppure sponsorizzato anche da ambienti ebraici che avevano alcuni conti da regolare con l’odiato Antico Testamento, da tempo ripudiato, e con il Vangelo, frutto per loro malato di menti ebree (qualcuno parla di “odio ebraico verso se stessi“; qualcosa di analogo all’odio di molti occidentali di tradizione cristiana, per il cristianesimo).
La tesi non regge
La tesi innocentista, non molto in voga presso gli storici, propensi per lo più a sottolineare il contrario (da W. Shirer a Eric J. Hobswam, da Gerhard Ritter a Ernst Nolte e Arno Mayer …), è tornata ad essere messa in discussione negli ultimi decenni anche presso i filosofi. Si deve in particolare a Domenico Losurdo, ordinario di storia della filosofia ad Urbino, ed autore del ponderoso volume Nietzsche, il ribelle aristocratico, una ricostruzione del pensiero di Nietzsche non più disancorata dal contesto storico appropriato: per Losurdo, per esempio, non si può fingere che quando il filosofo parla di “annientamento di milioni di malriusciti”, di “popoli malriusciti”, di “malaticci, infermicci, estenuati, da cui oggi l’Europa comincia ad essere ammorbata”, di “menzogna dell’eguaglianza delle anime”… si tratti solo di metafore innocenti e fascinose, senza legame alcuno con la realtà dell’epoca, segnata dal diffondersi plateale della mentalità razzista e di quella eugenetica promossa anzitutto da Francis Galton (verso cui Nietzsche esprime in più occasioni, esplicitamente, la sua stima).
Analogamente, quando Nietzsche elogia la schiavitù degli inferiori, non si può dimenticare che lo fa in un’epoca in cui di schiavitù concreta e di abolizionismo si dibatte ogni giorno sui giornali da lui letti. Quando poi al superuomo, è possibile fingere che la furba traduzione “oltre-uomo” ripulisca il termine dal suo odore malvagio, dimenticando volutamente che il termine non rimane, in Nietzsche, senza precisi edespliciti riferimenti storici, a Giulio Cesare, al crudele e senza scrupoli Cesare Borgia, al dittatore e sterminatore Napoleone?
Quanto alle presunte manipolazioni nazistificanti di Elisabeth, tante volte chiamata in causa come un “parafulmine” per scagionare il filosofo dai riconoscimenti attribuitigli dal nazismo, sono ormai in tanti a ricordare un fatto banale: La volontà di potenza viene pubblicato nel 1901, quando Hitler è solo un ragazzino ed Elisabeth, che non è un’indovina, non può aver alcuna ragione per presentare il fratello come un hitleriano ante litteram .
Per chi scrive il tentativo di “denazistificare” Nietzsche – tentativo, nota Maurizio Ferrraris nel suo Spettri di Nietzsche, che ha luogo, “non casualmente fuori della Germania”- ricorda l’analoga operazione fatta da quanti presentano tutte le realizzazioni del comunismo come pure incomprensioni del pensiero di Karl Marx.
Contro la morale biblico-cristiana
E’ vero, Nietzsche non è un pensatore sistematico, e dalla sua ricca produzione si possono trarre pensieri anche contrapposti e antitetici, ma alcuni nazisti avranno la possibilità di utilizzare, almeno in parte, le sue opere, e di rifarsi ad esse, per il semplice fatto che, come lui, rinnegano totalmente la morale biblico-cristiana, contenuta nel Vecchio e nel Nuovo Testamento; come lui denigrano la “compassione” (che per Nietzsche ci “carica della miseria altrui“, “intralcia la legge dell’evoluzione, che è legge della selezione”, favorendo “l’abbondanza di malriusciti”) e negano l’esistenza di una morale oggettiva e trascendente, così come l’eguaglianza in dignità tra gli uomini; come lui ammirano Napoleone e i superuomini-dittatori, e vogliono annientare, con l’eugenetica, i malriusciti e i malaticci; come lui predicano le virtù guerriere, del corpo e della forza, contro le virtù dello spirito e identificano, come un unico male proteiforme, ebraismo, cristianesimo e socialismo…
Frustrazione, rabbia, risentimento?
Certo, come mai Nietzsche, malaticcio, debole di salute, infermo nella psiche, non proprio di successo, come spererebbe, con le donne... possa divenire l’esaltatore dell’uomo forte, sano, guerriero, appare a prima vista un mistero; ma un mistero perfettamente conciliabile con la sua mania di grandezza frustrata, con il suo orgoglio piegato dalla vita reale (nelle sue lettere scrive sempre di essere “un animale straordinariamente famoso”, vanta schiere di ammiratori, soprattutto tra le “signore più affascinanti” del bel mondo…, senza che ciò sia vero); un mistero del tutto analogo a quello del suo ammiratore Adolf Hitler: piccolo, nero, sgraziato, fisicamente gracile, di sangue non del tutto “puro”… sarà il massimo teorico della superiorità degli ariani alti, biondi, fisicamente possenti!
Non è forse il risentimento, verso una realtà che non è interamente dominabile, a fargli dire che “Dio è morto”? Non è forse la rabbia per il non poter essere davvero Dio, a generare l’odio verso Dio? Non è forse, la follia di Nietzsche, null’altro che l’inevitabile sbocco del tentativo inesausto di cambiare la realtà dei fatti, quella per cui Dio è Dio, e l’uomo una fragile, eppur nobile, creatura?
Gli ebrei
Quanto all’antisemitismo, Nietzsche non è antisemita nel senso razziale del termine. Ma la sua polemica costante con il popolo ebreo, in quanto portatore di dogmi nefasti (esistenza di un Dio trascendente e personale, creazione del mondo, eguaglianza e fratellanza delle anime, esistenza della colpa e del peccato, dell’aldilà e di un giudizio finale, decalogo mosaico contenete anche il “non uccidere”…), è del tutto analoga a quella che effettueranno i nazisti, concordi con lui persino nel respingere il tempo lineare biblico, cui contrapporranno il simbolo ciclico della svastica e la reincarnazione hitleriana.
Così l’estraneità di Nietzsche, in vari passi, al razzismo, e il suo desiderio di fucilare, oltre al papa e alcuni altri avversari politici, gli antisemiti, va insieme con questa definizione: “un antisemita è un ebreo invidioso, vale a dire il più stupido tra di loro” (cit. in Nietzsche e gli ebrei, Giuntina, Firenze, 2011, p. 243); con la convinzione che il maledetto cristianesimo sia figlio dello “spirito sacerdotale ebraico”; con l’attacco mortale alla “morale ebraico-cristiana”, agli ebrei come “popolo più infausto della storia”, agli ebrei polacchi contemporanei che, come i primi cristiani, “non hanno un buon odore”, all’esaltazione di Pilato che consegna l’ebreo Cristo alla morte -“un ebreo in più o in meno- che conta?” (L’Anticristo, cap. 24 e 46); e ancora: “Gli Ebrei – un popolo “nato per la schiavitù”, come dice Tacito e con lui tutta l’antichità […]: è con esso che comincia, nella morale, la rivolta degli schiavi” (Nietzsche, Al di là del bene e del male, Adepphi, 1977, p. 94).
da: Il Timone, maggio 2016;

sabato 2 luglio 2016

Christus orator. La regalità di Cristo negli scritti di san Tommaso Moro, martire

di Moreana

Non vi è maggior omaggio reso ai santi – soprattutto se martiri della fede – se non nel testimoniare ed esaltare il fine ultimo delle loro tribolazioni terrene : Nostro Signore Gesù Cristo. È per tale motivo che vorremmo sottoporre alla gentile attenzione dei lettori di Radio Spada un passo tratto dal De tristitia Christi del santo e dotto Tommaso Moro. L’opera fu composta in condizioni di estrema precarietà materiale durante il periodo di carcerazione del Moro nella Torre di Londra. L’ultimo cancellerie della Inghilterra cattolica compose nel 1534 una lunga ed originale meditazione sull’agonia morale del Salvatore. Lo scritto di pregevole qualità letteraria – come dubitarne dato che lo stesso Moro mise a soqquadro nel 1516 tutta l’Europa con la pubblicazione della sua Utopia ? – non solo si distingue per la profondità delle meditazioni, ma anche per l’attenzione che il Moro rivolge ai minimi dettagli della sequenza evangelica. Nulla egli lascia inesplorato nella sua analisi.
Il capitolo 15 dell’opera tratta della divinità di Gesù e della Sua regalità. Lo riportiamo integralmente (tratto dall’edizione a cura di Domenico Pezzini – introduzioni e note – e traduzione di Simona Erotoli, Milano, Edizioni Paoline, 2011, pp. 161-164.)

Cristo quindi, avvicinatosi alla turba, domanda :
“Chi cercate?”. Risposero : “Gesù il Nazareno”.
C’era con loro anche Giuda, che lo aveva tradito.
E Gesù disse loro : “Sono io”.
Non appena Gesù disse loro: “Sono io”,
indietreggiarono e caddero a terra. (Gv 18, 4-6)

Se in precedenza il timore e l’angoscia di Cristo avevano in qualche modo diminuito nell’animo di qualcuno la stima per lui, ora, viceversa, è necessario restituirgliela per la virile fortezza e l’imperturbabilità con cui si dirige verso l’intera banda di questi uomini armati, sicuro di essere ucciso: Sapeva infatti tutto ciò che gli sarebbe accaduto. Poiché quelli non sapevano chi fosse, egli stesso si consegna a questi scellerati e si offre spontaneamente come vittima di un feroce assassinio. E senza dubbio, questa trasformazione tanto repentina e tanto radicale sarebbe giustamente straordinaria anche solo in rapporto alla sua venerabile umanità. Ma quale considerazione e quanta stima di lui dovrebbe nascere nel cuore di tutti i fedeli davanti al vigore della potenza divina che sfavilla così mirabilmente attraverso il debole corpo di un uomo? Infatti, a che cosa è dovuto il fatto che nessuno di quelli che lo cercavano lo riconobbero mentre si avvicinava? Aveva insegnato nel tempio. Aveva rovesciato i banchi dei mercanti. Aveva cacciato fuori dal tempio gli stessi mercanti. Aveva vissuto in mezzo alla gente. Aveva confutato i farisei. Aveva dato soddisfazione ai sadducei. Aveva confuso gli scribi. Con una risposta prudente si era preso gioco degli erodiani e delle loro capziose domande. Con cinque pani aveva esaltato settemila uomini; aveva guarito i malati, aveva resuscitato i morti, si era mostrato a ogni sorta di gente: a farisei e pubblicani, ricchi e poveri, giusti e peccatori, ai Giudei, ai Samaritani e anche ai Gentili. E ora, tra tutta quella gran folla, non c’era nessuno che riconoscesse dal volto o dalla voce colui che si avvicinava, come se coloro che li avevano inviati si fossero preoccupati di non mandare in quel luogo nessuno che avesse visto in precedenza colui che ora cercavano. Non c’era qualcuno che, almeno dall’incontro con Giuda, dall’abbraccio e dal bacio, il segnale che avevano convenuto, avesse riconosciuto Cristo? E anzi, lo stesso traditore, che in quel momento era con loro, ora di punto in bianco non sapeva più riconoscere colui che poco prima aveva tradito con il segnale del bacio? Da dove dunque ebbe origine questo prodigio? Senza dubbio il fatto che nessuno poté riconoscerlo si spiega allo stesso modo di quanto avvenne poco dopo, quando né Maria Maddalena che lo guardava, né il primo né il secondo dei discepoli che parlavano con lui, lo riconobbero, fino a quando non fu lui a rivelarsi: questi infatti lo ritennero uno straniero qualsiasi, quella un giardiniere. Infine, se vuoi sapere come poté accadere che quando si avvicinò a loro nessuno fu in grado di riconoscerlo, non dubitare che questo è dovuto allo stesso motivo per cui quando parlò nessuno poté rimanere in piedi: Non appena Gesù ebbe detto: “Sono io”, indietreggiarono e caddero a terra.
Così Cristo mostrò apertamente di essere davvero il Verbo di Dio, che colpisce e penetra più profondamente di qualsiasi spada a doppio taglio. E infatti si tramanda che la folgore è di tale natura da fondere una spada lasciandone integro il fodero. Certamente la voce di Cristo fece fondere gli spiriti di costoro lasciandone illesi i corpi, e così non rimasero loro le forze per sostenere le membra.
In questo passo l’evangelista ricorda che Giuda era con loro. Infatti, avendo udito che Gesù gli rimproverava apertamente il suo tradimento, o perché turbato dalla vergogna, o perché terrorizzato per la paura (poiché conosceva l’impulsività di Pietro), indietreggiò immediatamente e si rifugiò tra i suoi. L’evangelista, dunque, ricorda che costui stava con loro, perché comprendiamo che anch’egli cadde a terra con loro. E per la verità tra tutta quella non c’era nessuno peggior e di Giuda, nessuno più meritevole di essere gettato a terra; ma l’evangelista ha voluto ammonire tutti quanti perché ognuno di noi faccia attenzione alle persone che frequenta. Se infatti qualcuno va a stare tra i malvagi c’è pericolo che anch’egli vada in rovina con loro, poiché accade raramente che chi è così stupido da imbarcarsi su una nave malridotta con dei futuri naufraghi raggiunga vivo la terraferma dopo che tutti gli altri sono stati inghiottiti dal mare.
Nessuno, credo, può dubitare che chi con una sola parola riuscì a gettare a terra quella gente, con una parola poteva facilmente scaraventarli al suolo con tanta energia che nessuno si sarebbe mai più potuto rialzare. Ma Cristo, che li fece cadere affinché sapessero che non potevano infliggerli nessuna sofferenza contro la sua volontà, permise che si rialzassero perché portassero a termine ciò che voleva subire.
Ciò che a Moro interessa sottolineare è l’assoluta padronanza che Cristo, nonostante tutte le sofferenze provate nell’ora terribile del Getsemani, ha sugli avvenimenti. Egli è il re dell’universo, il principio generatore di ogni ordine e armonia. L’eccellenza della passione consiste precisamente nel potere che Cristo ha accordato agli uomini sulla Sua santa persona e umanità. Come ci ricorda un’altra grande mistica, Angela da Foligno, Egli ha concesso alla materia (ai chiodi, al legno della Croce, alle fruste, alla corona di spine) di esercitare una violenza nelle Sue carni, secondo quanto detto a Ponzio Pilato “Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa più grande” (Gv 19, 11). Il Cristo annientato sulla Croce è lo stesso Cristo che ammiriamo – forse talvolta atterriti – nelle immagini musive del Pantocratore: Egli è sempre re. Così, san Disma, il ladrone convertito, riconosce questa prerogativa nelle sue ultime parole “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Il Creatore permette che sia un peccatore, dei più miserabili, a dichiarare che Egli è re. Ed è in virtù di queste parole e della tradizione secolare cristiana che la regalità sociale di Cristo sarà solennemente proclamata da papa Pio XI l’11 dicembre 1925 con la bolla Quas Primas.
L’antica e veneranda immagine del Cristo Pantocratore del monastero di Santa Caterina del Sinai svela in parte questo mistero: è possibile notare che il volto di Cristo è come ‘sdoppiato’. La deformità è solo apparente, poiché l’immagine veicola un significato teologico profondissimo, ossia l’ipostasi delle due nature, umana e divina: se il lato destro del volto comunica maestosità e timor di Dio, quello sinistro rivela uno sguardo carico di dolcezza e umanità che ci compatisce (per facilitare la lettura dell’immagine è possibile coprire, di volta in volta i due lati dell’icona, il risultato è impressionante!). E’ lo stesso Cristo maestoso e terribile che con la Sua voce annienta gli avversari nel Getsemani e che al contempo deplora con tono attonito, seppur consapevole – poiché sapeva tutto ciò che sarebbe accaduto-, il gesto di Giuda (“Con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo?).
Ma torniamo all’ottimo Moro. Sappiamo che egli è martire della causa papale, per non avare voluto consentire all’Atto di Supremazia di Enrico VIII, con cui il sovrano inglese proclama la propria indipendenza da Roma. Insomma, è il caso di dirlo, Enrico VIII è l’uomo dei divorzi: prima dalla legittima moglie, Caterina d’Aragona – santa donna – e poi dalla Chiesa di Cristo… speriamo che non abbia divorziato negli ultimi istanti dal Paradiso, perché in quel caso non finirà mai di pagare le spese processuali… Anche nel caso del cancelliere inglese, il Re dell’Universo ha concesso particolari prerogative. Sapete, infatti, che il Moro ha subito il martirio della Fede nell’ottava della festa di San Pietro – primo papa? Infatti, la condanna toccò dapprima il vescovo John Fischer il 22 giugno – ossia sette giorni prima il 29 giugno, solennità di san Pietro e Paolo – e poi il Moro il 6 luglio. Nella sua ultima lettera alla figlia amatissima Maragaret, scrive:
“So di recarti un grande dolore, buona Margherita, ma mi dispiacerebbe se la cosa andasse più in là di domani. Poiché è la vigilia di san Tommaso e l’ottava di San Pietro, e perciò è domani che io bramo di andare a Dio : sarebbe un giorno molto adatto e conveniente per me. Ma mi piacque il tuo moro di fare verso di me meglio di quando m’avevi baciato l’ultima volta, poiché mi piace che l’amore di filgiola e la cara carità non si prendano il lusso di preoccuparsi della cortesia del mondo” (dalle Lettere, Milano, edizioni Vita e Pensiero, 2008, p. 407).
In Te Domine speravi, non confundar in eternum. Tommaso Moro subisce il martirio nel momento giusto e al posto giusto. Nulla, infatti, resta incontrollato agli occhi del Signore.

venerdì 1 luglio 2016

Evoluzionismo e creazionismo: Scienza e metafisica rispondono.

di Isacco Tacconi

Da Cartesio in poi, o meglio, da Guglielmo d’Ockham in poi, nell’ambito filosofico si è operata una frattura tragica che la modernità ha portato alle sue estreme conseguenze, quella fra la conoscenza metafisica e la conoscenza empirica. Questa frattura insanabile è un riverbero della sentenza sia razionalista che fideista (a seconda del punto di partenza) sull’inconciliabilità tra verità della fede everità della ragione le quali, secondo Ockham, possono anche essere in contraddizione anzi, di fatto, lo sono. Questa idea “ha camminato” nei secoli e ha messo radici nella coscienza liberale dell’Occidente fino allo scetticismo empirico-materialista contemporaneo. In realtà, all’origine di questo divorzio insanabile tra fede e ragione c’è l’averroismo con la sua dottrina della “doppia verità”, oggi tornato in auge grazie al neo-modernismo che caratterizza la filosofia e la teologia contemporanee, ben piantate sulla dialettica hegeliana tra dogma e storia, tra dottrina e prassi pastorale, tra norma e carisma e così via, tra fede e scienza e così via.
Ma è proprio vero che la metafisica è in contraddizione con i dati della scienza empirica? Ciò che io posso conoscere con “evidenza” morale attraverso i dati metafisici non ha niente a che vedere con ciò che posso conoscere con “certezza” attraverso i dati fisici? Scienza e metafisica sono insomma due rette parallele che non si incontrano mai e se si incontrano non hanno niente da dirsi?
Secondo quesito da considerare: è sostenibile armonizzare “creazione” ed “evoluzione”? Si può ammettere l’evoluzione a partire dalla creazione? E poi, è sostenibile l’affermazione secondo la quale una creatura che si evolva da se stessa o che abbia la capacità di mutare se stessa in una creatura totalmente diversa da ciò che è attualmente, sia più perfetta di una creatura in se stessa già compiuta e realizzata?
Per rispondere a questi interrogativi e per trattare oggettivamente la questione evoluzionista in maniera generale, esaminando soltanto le sue fondamenta e non ogni suo aspetto strutturale secondario, bisognerà adottare due prospettive complementari: quella metafisico-ontologica e quella scientifico-fenomenica. Le due, infatti, non si escludono a vicenda al contrario si completano e sostengono reciprocamente, e ciò che deve essere assolutamente chiaro è che entrambe, nei loro giudizi ultimi sulla realtà, devono volgere verso una concordanza, altrimenti, se si contraddicono irrimediabilmente, o l’una o l’altra, o entrambe, sono false.
Lo status quaestionis
In ambiti accademici cattolici è oggi prevalente la tesi che sostiene la conciliabilità tra evoluzione e creazione. Eppure una tale affermazione entra in collisione con diversi dati e della scienza e della fede, vediamo quali.
La cosiddetta teoria dell’evoluzione si basa sul postulato, dato per assodato, che un essere di natura inferiore, (es. la scimmia), a causa delle influenze dell’ambiente esterno, per un’innata capacità di mutamento interiore e per una serie di meccanismi estrinseci, come ad esempio “la selezione naturale”, possa “evolversi” (il termine «evolversi» propriamente significa «trasformarsi» o «mutarsi») in un essere di natura superiore, (es. l’uomo).
Ma una tale teoria (teniamo a precisare che è una teoria e non una verità) contraddice almeno tre principi evidenti e fondamentali della ragione: 1) l’effetto dipende sempre da una causa a lui superiore 2) il più perfetto non può venire dal meno perfetto 3) l’atto precede la potenza come la forma precede la materia.
Questi principi possono essere riuniti in uno solo, ossia “il più non può venire dal meno”. “Tale principio – dice padre Garrigou Lagrange – esprime che il divenire non può derivare se non dall’essere determinato, l’essere causato dall’essere non causato; il contingente dal necessario; l’imperfetto, il composto, il molteplice, dal perfetto, dal semplice, dall’uno; l’ordine dall’intelligenza. Solo il superiore spiega l’inferiore”[1].
Eppure coloro che vorrebbero conciliare evoluzione e creazione devono, per forza di cose, aggirare l’ostacolo dell’impossibilità ontologica, quindi metafisica, ma anche biologico-empirica, che dal meno perfetto possa derivare il più perfetto. Per fare ciò si deve sostenere che la perfezione di un ente non starebbe nel suo essere già compiuto bensì nella sua capacità di mutare ossia nell’indefinitezza, nella mutevolezza, in altre parole, nel suo “divenire”, cioè nella sua “evoluzione”.La perfezione, in definitiva, starebbe nell’imperfezione.
In questo modo, però, si andrebbero a negare i principi più elementari della ragione come quello per cui la perfezione risiede in un ente in atto e l’imperfezione in un ente in potenza. L’atto (in greco «enèrgheia»), nel linguaggio metafisico, indica l’essere di una cosa, il sussistere determinato e compiuto di una cosa, il suo essere realizzato e perfetto sotto un certo aspetto. La potenza (in greco «dynamis»), invece, indica deficienza, incompiutezza, indefinitezza, mutevolezza e può essere attiva, (capacità di essere qualcosa), o passiva (capacità di ricevere una perfezione).
Facciamo qualche esempio. Una quercia di cento anni è un albero in atto mentre una ghianda è un albero in potenza. Fine della ghianda non è rimanere ghianda ma divenire quercia realizzando così la propria potenzialità, passando cioè da quercia in potenza a quercia in atto. Pertanto la ghianda, in relazione alla sua finalità, sarebbe imperfetta perché non ancora giunta al suo fine che è divenire quercia. Similmente uno spermatozoo maschile che dipende nell’essere da una causa immensamente superiore (l’uomo), è un entità, singolarmente presa, imperfetta perché non ancora giunta a realizzare il fine che la sua stessa natura ci indica: fecondare una cellula uovo femminile. Esso, infatti, non esiste che per fecondare, e quello è il suo unico fine perché, nel fecondare, si esaurisce la sua ragion d’essere. Ma tale fine non è un’attribuzione estrinseco-nominale stabilita “per convenzione” dall’uomo, ma è iscritto nella sua natura che si manifesta nel suo comportamento («agere sequitur esse») che un qualsiasi medico può oggettivamente osservare non appena esso entra nell’organismo della donna.
Dunque, riassumendo, non solo ogni realtà perfetta è causa propria, cioè diretta e immediata, di un determinato effetto ad essa subordinato e ontologicamente inferiore (es. l’uomo è causa dello spermatozoo), ma ogni realtà, anche la più piccola, è finalisticamente determinata (es. lo spermatozoo è ordinato alla fecondazione).
Orbene, dire che un essere in continuo mutamento, cioè che non ha ancora raggiunto il suo fine perché in continua potenzialità, sia un essere più perfetto di uno già in atto, è come dire che la ghianda è più perfetta della quercia, anzi, equivarrebbe a dire che la ghianda, nata ghianda, ma capace di diventare castagno sia più perfetta della quercia da cui è caduta. Ancor peggio, affermare che una creatura capace di evolversi, cioè capace di mutare la propria natura, sia più perfetta di una incapace di evolversi, equivale a dire che uno spermatozoo, finalizzato di per sé alla fecondazione e alla generazione umana, che si evolva in qualcosa di diverso dall’uomo sia più perfetto dell’uomo stesso. In tutto ciò non c’è una riflessione metafisica a partire dall’oggettività del reale né, tanto meno, un’osservazione empirica perché il principio che si vorrebbe sostenere è del tutto astratto cioè idealistico e aprioristico ossia, irreale giacché non ha fondamento nella realtà.
In definitiva ciò che in questo tentativo insostenibile di conciliazione fra evoluzione e creazione si vorrebbe battezzare, è la priorità e la supremazia del divenire sull’immutabile, dell’imperfezione indefinibile sulla perfezione definita la quale è, invece, il presupposto fondamentale e imprescindibile per conoscere qualsiasi realtà o entità. Di fatto, il divenire non si può descrivere perché non possiamo fissarlo in un momento, appunto, “definito” che ci permetta di raffigurarlo per individuarne i tratti essenziali. Possiamo soltanto percepirlo ed “intuirlo” come il movimento costante a cui ogni realtà visibile è sottoposta per il suo essere inserita nella dimensione spazio-temporale. A questo proposito Aristotele con grande intuizione definì il tempo «la misura del movimento secondo il prima e il poi»[2]. Ma definire il movimento, lo ammette lo stesso Aristotele, è arduo[3] se non impossibile perciò egli tenta di spiegarlo come «atto di ciò che è in potenza in quanto in potenza»[4] ovvero un “atto incompleto”. Il movimento, in ultima analisi, è sempre un aspetto negativo di una realtà definita che la scienza empirica di per sé non può né spiegare né oggettivare perché è un sostrato comune all’essere delle creature finite che sfugge alla sperimentazione in laboratorio.
Insomma, seguendo la linea della posizione di compromesso fra evoluzione e creazione si giunge ad invertire l’ordine naturale dei fenomeni biologici oltreché l’ordine naturale della ragione.
Inoltre porre il “mutamento”, o la sola possibilità del mutamento, delle creature come un segno di maggior perfezione delle stesse, entrerebbe in piena collisione con quella che è la natura stessa di Dio, fonte e modello di ogni perfezione nel quale non può esserci mutamento alcuno. Non a caso Aristotele per definire la Perfezione della natura divina dovette ricorre all’immagine di un primo “Motore Immobile” (in greco «Kinùn Akìneton»). Dio infatti è immutabile, perché è l’Atto purissimo privo di qualsiasi potenzialità, privo di ogni difetto o mancanza. Dio, in altri termini, non può “evolvere”, non potrà cioè mai aumentare il suo essere né la sua sapienza, né la sua volontà, né i suoi attributi giacché è l’Essere Perfettissimo o, come disse il Doctor communis, Dio è «l’Ipsum Esse subsistens», in sé compiuto e immutabilmente sussistente. Ma se l’evoluzione fosse di per sé indice di maggior perfezione, Dio non sarebbe perfetto il che è assurdo.
In definitiva l’Essere Perfettissimo, cioè Dio, è immutabile, stabile, eterno, semplice, ragion per cui anche nell’ordine del creato le perfezioni particolari e finite di ogni creatura sono caratterizzate dalla stabilità e dalla definitività dell’essere di cui partecipano.
L’“evoluzionismo creazionista”, inoltre, cade in un’altra contraddizione ossia nella negazione del finalismo intrinseco e, appunto, “specifico” di ogni ente, quella che Aristotele definiva «entelechìa». Ogni realtà, lo abbiamo visto, è finalizzata o, come si dice comunemente, “ha uno scopo”. Perciò ogni essere vivente esiste per assolvere ad un compito specifico, proprio e inalienabile. Ma inserire il principio evolutivo nell’ordine della natura significherebbe ridurre il fine di ogni creatura alla sola evoluzione verso forme via via sempre più perfette, una teoria tutt’altro che suffragata dai dati archeologici, paleontologici e genetici.
Sostenere poi che l’evoluzione di una sostanza imperfetta come un vegetale possa sfociare in una sostanza più perfetta come un animale, contraddice non solo la ragione metafisica ma anche la scienza genetica la quale, grazie alla scoperta dei caratteri ereditari di padre G. Mendel, ha definitivamente acclarato che non può darsi in natura alcun salto di DNA da una specie ad un’altra come, per esempio, dal rettile all’uccello, o dalla scimmia all’uomo. Ogni mutamento di DNA, infatti, comporta una menomazione nella struttura biologica che rende quell’essere irreplicabile ossia sterile, in parole povere, incapace di generare. Questo è evidente anche negli incroci di animali fatti dall’uomo come il mulo che è sterile, o come il “leontigre”, bestia frutto dell’inseminazione in laboratorio fra il leone e la tigre, anch’essa sterile. Ciò ci dice che la natura pone delle barriere insuperabili anche fra specie tra loro simili e che ogni mutamento di DNA non porta mai ad un perfezionamento ma ad una menomazione. È ciò che succede nel caso della Trisomia 21 o “sindrome di Down” la quale consiste in un’alterazione del codice genetico umano nel quale si aggiunge un gene in più che produce i ritardi connessi a questa patologia. Possiamo osservare in questo caso che le persone affette da sindrome di Down sono incapaci di riprodursi, giacché le donne sono in rari casi feconde e gli uomini costantemente sterili perciò tra di loro non possono procreare. È ovvio perciò che non potrà mai svilupparsi una nuova razza umana “down” proprio perché ogni alterazione del DNA è una imperfezione o una privazione, non un miglioramento di quella natura.
L’aspetto ideologico dell’evoluzionismo creazionista
A sostegno della tesi di compromesso fra evoluzione e creazione, molto spesso si porta l’esempio di un inventore di computer il quale dapprima ne progetta uno con delle capacità limitate e ben definite, diciamo così, “compiuto” in se stesso. Dipoi ne progetta uno con la capacità di migliorarsi da sé, prima di aggiornarsi e poi di trasformarsi in un computer diverso e più perfetto da come era quando venne “acceso” la prima volta. Certo, si dice, l’inventore aveva previsto questo suo cambiamento ed anzi è stato lui ad inserire questa capacità di evolversi in un “super computer” in quel primo calcolatore “primordiale”. Ma questo è un esempio bello e suggestivo quanto irreale e fantastico al pari della creatura Frankestein o del Golem, giacché l’uomo non è capace (né mai lo sarà) di “creare” un intelligenza artificiale con la caratteristica propria ed esclusiva dell’essere umano che è il libero arbitrio, ovvero la capacità di autodeterminarsi al bene o al male.
La letteratura fantascientifica ha prodotto montagne di racconti sull’intelligenza artificiale che si rivolta contro l’uomo per sopraffarlo e liberarsi dal suo “dominio paterno” ma, come abbiamo detto, questo non è altro che la riproposizione in chiave tecnologico-digitale del mito di Calibano e di Frankestein. Abbiamo l’esempio di “Matrix”, “Terminator”, “War Games” come rappresentazioni della ribellione della macchina contro il suo “creatore”. Un tema che evoca quell’ancestrale peccato originale di ribellione che l’uomo perpetrò contro il suo Creatore che, come una proiezione archetipica inconsapevole, viene immaginato sottoforma di racconto fantascientifico, quasi fosse un fantasma che aleggia nel profondo del suo subcosciente.
La medesima idea dell’uomo creatore di intelligenze artificiali-robotiche può avere anche un’altra attualizzazione, ossia nel senso non di una creatura ribelle ma di una creatura devota e filiale che ringrazia suo “padre” per averla fatta libera. In questo senso abbiamo esempi letterari-cinematografici in “Intelligenza Artificiale”, “L’uomo bicentenario” o la saga di Isaac Asimov recentemente riedita grazie al film “Io robot”. Asimov, non a caso ebreo, possedeva il bagaglio giudaico-cabalistico del mito del “golem”, un essere creato dall’uomo per essere suo servo, ovvero una diabolica scimmiottatura della creazione divina in cui l’uomo vuole farsi creatore a sua volta grazie all’ausilio della magia occulta. È ciò che si sta tentando di fare oggi attraverso le aberrazioni della manipolazione genetica degli embrioni. In Inghilterra da anni si tenta di creare in laboratorio degli “embrioni-chimera” frutto del mescolamento di DNA umano e DNA animale, sacrificando vite umane divenute meri ingranaggi di macchine nelle mani dei nuovi dottor “Frankestein”. Ma tali aberrazioni scientifiche hanno tutte un medesimo esito: tutte, senza eccezioni, falliscono. Questo perché Dio ha posto il Cherubino a custodia dell’Albero della vita e la natura stessa con le sue leggi, si oppone alla nicciana e prometeica volontà di potenza che vorrebbe produrre in laboratorio il “super uomo” (pensiamo al mito di “Capitan America”).
Perché ho parlato di questo in riferimento all’evoluzione? Perché tutto ciò viene a costituire uno degli argomenti “forti” dei sostenitori della conciliazione fra creazionismo ed evoluzionismo ovvero che Dio, “creatore geniale”, avrebbe creato degli esseri “più perfetti” se sono in grado di evolversi autonomamente in forme via via più evolute. Il paragone di questa tesi con l’uomo “inventore di computer”, come abbiamo già accennato, non è sostenibile giacché l’uomo non avrà mai, per quanto possa migliorare la propria tecnologia, la capacità di inventare un essere o una macchina in grado di trasformare se stessa, cioè con le proprie forze, in un qualcosa di più di una semplice macchina programmata per svolgere delle attività predefinite che non solo non si avvicinano lontanamente ad un’intelligenza razionale quindi libera, ma neanche alla struttura vivente di un animale, ossia di un essere “sensitivo” quindi istintivo.
La fantascienza fa il suo dovere ossia produrre “fantasia scientifica” e fin qui nessun problema. Il problema sorge, invece, quando il mondo accademico (cattolico e non) prende i modelli fantascientifici per sostenere delle teorie che vengono proposte come scientifiche. Ma in fondo non dovremmo stupirci giacché evoluzionismo e fantascienza vanno così bene insieme perché hanno un fondamento comune: ossia non hanno fondamento (nella realtà).
Dunque la metafora dell’“inventore di computer” addotta per giustificare la conciliazione fra evoluzionismo e creazionismo, è del tutto invalida nonché assurda. Questo perché l’uomo, in ultima istanza, non potrà mai inventare una macchina dotata di libero arbitrio per il semplice motivo che egli non è Dio, e il libero arbitrio non è una qualità della materia che l’uomo possa manipolare o produrre in laboratorio ma un attributo dell’anima. Esso è una manifestazione dello spirito su cui la scienza empirica, a rigor di logica, non può esprimersi a meno che non voglia presentarsi come “scientismo” ossia, come ha ben dimostrato Francesco Agnoli, essa non voglia diventare “religione della scienza”.
In definitiva non solo è auspicabile ma è più che urgente recuperare le categorie della metafisica aristotelico-tomista unendole all’osservazione empirica, unica via per tentare di comprendere, anche se in minima parte, quello che è il “mistero dell’evidenza del reale”.

[1] Cfr. R. GARRIGOU-LAGRANGE, Introduzione allo studio di Dio, Fede e Cultura, Verona 2013, p. 59; ripreso da Garrigou-Lagrange, Le divine perfezioni secondo la dottrina di S. Tommaso, F. Ferrari (Roma 1923), p. 13.
[2] Fisica, IV, 11, 219b.
[3] Cfr. Ibidem, III, 30, 201b.
[4] Ibidem, 201°.