venerdì 31 luglio 2015

Carattere, dignità, coscienza… dove sono state sepolte?

di Giovanni Lugaresi

Quando, insieme a Giovanni Papini, nel 1908, fondò la rivista “La Voce”, Giuseppe Prezzolini scrisse fra l’altro che quel che difettava agli italiani era il carattere.
Questa mancanza di carattere la si coglie con mano, per così dire, nelle cose, nei comportamenti, attraverso il tempo: dal suo, quello di Prezzolini, per l’appunto, nel quale un uomo come Giovanni Amendola poteva dire “l’Italia, come oggi è, non ci piace”, fino al nostro – con poche eccezioni.
E, infatti, la mancanza di carattere contraddistingue uomini di tutti i partiti e delle classi sociali, seppure si possa ancora parlare di classi sociali quando, per esempio, nei confronti del ceto medio è in atto un’opera di distruzione attraverso vessazioni di vario genere, a incominciare dalla pressione fiscale.
Mancanza di carattere. Come altrimenti definire, per esempio, le conclamate, reiterate, affermazioni di innocenza da parte di uomini politici indagati per reati seri, gravi, quando poi i medesimi personaggi scendono a compromessi, patteggiando con la giustizia, dopo avere affermato sarebbero andati sino in fondo, affrontando financo il carcere?
E sentirli piagnucolare, tremebondi, lamentare la durezza del carcere stesso, dopo avere manifestato per anni spocchia, alterigia, sicurezza di loro stessi?
Mancanza di carattere, appunto. Aggiungiamo un’altra parola-valore: dignità…
Le cronache quotidiane riferiscono questi atteggiamenti, questi comportamenti, che per una sorta di contrappeso, almeno per noi, rimandano ad anni lontani, ad un personaggio, ad un evento, testimonianti carattere e dignità.
Anno: 1954; personaggio: Giovannino Guareschi, giornalista e scrittore di successo planetario; evento: processo per diffamazione a mezzo stampa per via della lettere (ritenute apocrife) a firma Alcide De Gasperi, a un comando alleato indirizzate, nel 1944, con la richiesta di bombardare la zona periferica di Roma, nonché l’acquedotto, per indurre i romani a insorgere contro i tedeschi.
Il processo non fu… un processo, dal momento che alla difesa (avvocati Lener e Porzio) dell’imputato Guareschi non fu concesso alcun diritto: né la perizia calligrafica e chimica sulle lettere in questione da parte di esperti nominati dal tribunale, né l’audizione dei testimoni dai legali richiesta. De Gasperi aveva un “alibi morale” di tale levatura, per cui si ritenne inopportuno, inutile, riconoscere un diritto che al più incallito dei delinquenti non si sarebbe negato. Infatti a Guareschi non venne concesso.
Morale: condanna. E per farla breve: 409 giorni di galera nel carcere di San Francesco a Parma, per un uomo che già aveva provato l’esperienza dei lager nazisti, e che, nel caso presente aveva rifiutato di ricorrere in appello, con motivazioni che denotano, appunto, come si trattava di un carattere, di una dignità, non comuni in questo paese.
Nessuna lamentazione, nessun piagnisteo, ma fedeltà alla propria coscienza, e… avanti, in galera.
“Qui non si tratta di riformare una sentenza – scriveva Guareschi in una lettera aperta ai suoi legali pubblicata sul settimanale Candido – ma un costume. La sentenza è regolare, ha il crisma della legalità. Il costume è sbagliato, e non è una questione che riguardi la Magistratura: è una questione di carattere generale, che riguarda l’Italia intera.
“Non è un colpo di testa.
“Io non ho il temperamento dell’aspirante eroe o dell’aspirante martire.
“Io sono un piccolo borghese, un qualsiasi padre di famiglia, che avendo dei figli ha dei doveri.
“Primo dovere… quello di insegnare ai figli il rispetto della dignità personale…
“In tutta questa faccenda hanno tenuto conto dell’alibi morale di De Gasperi e non si è neppure ammesso che io possegga un alibi morale. Quarantacinque o quarantasei anni di vita pulita, di lavoro onesto, non sono un luminoso alibi morale? Me l’hanno negato. Hanno negato tutta la mia vita, tutto quello che io ho fatto nella vita.
“Non si può accettare un sopruso di questo genere […].
“M’avete condannato alla prigione?
“Vado in prigione.
“Accetto la condanna […]
“Non mi pesa la condanna in sé, ma il modo […].
“No, niente Appello. La mia dignità di uomo, di cittadino e di giornalista libero è faccenda mia personale, e in questo caso accetto soltanto il consiglio della mia coscienza
“Riprenderò la mia vecchia e sbudellata sacca di prigioniero volontario e mi avvierò tranquillo e sereno in quest’altro Lager.
“Ritroverò il vecchio Giovannino fatto d’aria e di sogni e riprenderò, assieme a lui, il viaggio incominciato nel 1943 e interrotto nel 1945.
“Niente di teatrale, niente di drammatico. Tutto semplice e naturale.
“Per rimanere liberi bisogna, a un bel momento, prendere senza esitare la via della prigione”…
Già: “Niente di teatrale, niente di drammatico. Tutto semplice e naturale”.
Ma quello era un uomo! Nel cui vocabolario erano ben presenti parole, come, appunto, carattere, dignità, coscienza…
Avete sentito in giro, fra politici inquisiti o altra gente di potere inquisita, un discorso come quello di Giovannino Guareschi?
Se sì, segnalatecelo. Avremo piacere di leggerlo.
P.S. Quando Guareschi finì in galera il figlio Alberto aveva 14 anni e la figlia Carlotta 11. La moglie Ennia (la Margherita del Corrierino delle famiglie) gli fu accanto senza tentennamenti e senza dubbi. Mai a Giovannino e alla moglie passò in mente l’idea di chiedere la grazia.
Nel 1954 la condizione delle carceri italiane e del regolamento carcerario erano molto, molto, molto diverse da quelle dell’anno di grazia 2015!!!

da: www.riscossacristiana.it

lunedì 27 luglio 2015

Longanesi e italiani

di Luca Fumagalli

Era decisamente basso, e la cosa lo indispettiva non poco, ma il volto dai tratti decisi e una certa qual cura nel vestire lo rendevano comunque un tipo affascinante. Si muoveva a passo deciso sui marciapiedi delle grandi città italiane, a partire dalla sua cara Bologna, smanioso come chi avverte l’impellenza di raggiungere un luogo che gli è indispensabile, quasi liberatorio. Quel luogo era la redazione del suo giornale, un turbolento paradiso fatto di vittorie e sconfitte, trovate brillanti ma anche rancorosi battibecchi. L’uomo amava definirsi simpaticamente un “carciofino sott’odio” e per lui sarebbe stato impossibile vivere nella placida calma garantita dalla serenità lavorativa e famigliare. Amava le dicotomie, le opposizioni, gli scontri, in lui conviveva tutto e il contrario di tutto, era un ribelle, un “uomo contro” e soleva opporsi, almeno in certa misura, anche a se stesso. Dapprima fu un fascista critico, decisamente infastidito dall’ottusità del regime, più tardi un singolare borghese antiborghese, nostalgico sognatore di un mondo orami defunto.

La storia di Leo Longanesi (1905-1957) è quella di un anarchico di destra, di un disegnatore, scrittore e regista, ma, soprattutto, di colui che, a buona ragione, può essere definito il padre del giornalismo italiano del dopoguerra. Tra i suoi allievi si annoverano numerosi giovani e meno giovani che, durante il ventennio fascista, subirono il suo ascendete; a nomi noti come quelli di Pannunzio, Delfini, Pellizzi, Ansaldo e Montanelli si associa poi una folta schiera che, seppur spesso opposta dal punto di vista politicò, restò irrimediabilmente stregata dal genio innovatore del ragazzo di Bagnacavallo. Ogni nuovo giornale che diresse – e furono circa una decina – si distinse per un desiderio di novità e modernità che sovente mancava nella stampa italiana, arroccata in un provincialismo che sapeva di conservatorismo stantio. Non si trattava tanto di copiare i modelli estetici o culturali del mondo francese o anglosassone, quanto di portare nell’italietta degli anni ’20 un alito d’internazionalità. Con questo spirito nacquero riviste come “L’italiano”, “Omnibus” – il padre del moderno rotocalco – e, più tardi, “Il Borghese”, che lo portarono a vivere prima a Roma e poi a Milano. A questi tentativi si associò in seconda battuta la fondazione della casa editrice Longanesi, avvenuta nel 1946 con l’indispensabile finanziamento dell’industriale Giovanni Monti.
Factotum indefesso, Longanesi firmava articoli, si occupava della veste grafica, impaginava e selezionava con cura i singoli pezzi, sempre disposto a mettere tutto in discussione fino all’ultimo momento. Alla scelta di un carattere elegante come l’amato Bodoni si accompagnava la sua celebre irriverenza, rintracciabile soprattutto nelle vignette e nelle composizioni fotografiche. Longanesi era infatti un vero e proprio artigiano la cui sapienza risiedeva nelle forbici e nella colla. Costretto dalle scarse risorse a disposizione a inventare nuove soluzioni estetiche in grado di catturare l’attenzione del lettore, divenne un’abile maestro nella ricerca d’archivio e nel collage, non curandosi di rispettare l’integrità ortodossa dell’immagine, mosso solamente dall’intento di rimodellare lo scatto a suo piacimento assegnandogli un significato inedito. In questo divertente esercizio di invenzione del reale, la sua estetica si avvicinava al tipo promosso dal dadaismo e dalle avanguardie in voga all’epoca (ovviamente detestate da Longanesi che soleva ammonire: «Non comprate quadri moderni: fateveli in casa»). L’object trouvé, la foto incastonata tra le colonne del testo piuttosto che la vecchia vignetta riadattata per l’occasione, è parte di un mondo ideale in cui la scelta si carica di spirito dinamitardo, un ghigno che sottende un’arrogante sfida lanciata al mondo.

Medesima funzione svolgevano gli aforismi, frasi brevi al vetriolo che Longanesi coniava con insuperata facilità. Alcune espressioni oggi proverbiali come “votare turandosi il naso” sono da attribuire al genio del romagnolo. Coerente propugnatore di un canone letterario in cui era abolito il fronzolo e l’inutile, nell’essenziale era in grado di condensare con abilità messaggi sarcastici che avevano anche un altro vantaggio: quello di fugare qualsiasi tentazione di banale qualunquismo, ciò che Longanesi percepiva certamente come la più pericolosa tra le numerose “bestie nere” che affollavano i suoi incubi. Al radar di quell’intellettuale antintellettuale non sfuggiva praticamente niente: politica, costume, cultura e società erano ambiti ugualmente adatti per sfoderare la sottile lama dell’aforisma, pronto a sentenziare su tutti quegli atteggiamenti deprecabili che ammorbavano la penisola italiana nella prima metà del secolo. “Siamo conservatori in un paese in cui non c’è nulla da conservare”, “Una società fondata sul lavoro non sogna che il riposo” e “L’omosessualità è un’estetica come la massoneria è una religione” sono solo alcuni esempi di questo atteggiamento schietto che, alla maniera di Chesterton, fa dell’ossimoro una regola di vita.
Eppure dietro la maschera del sorriso Longanesi nascondeva una profonda tristezza che spesso sfogava in un cinismo nichilista. Alla delusione maturata durante il periodo fascista si assommò il disprezzo per l’Italia del CLN, troppo vacua, esterofila e antieroica per essere amata da un uomo che affrontava il dopoguerra con l’incomodo portato di una scottante delusione. Il passaggio dal fascismo all’opposizione al regime – cosa che, tra l’altro, causò nel 1939 la chiusura di “Omnibus” dopo neanche due anni dalla fondazione – era già emerso tra le pagine del suo primo libro,Vade-mecum del perfetto fascista (1926), in cui, all’ombra di un’educazione apparentemente allineata alle indicazioni del regime, si nascondevano i soliti messaggi dissacranti. Dal celebre “Mussolini ha sempre ragione”, che suona come una candida ammissione del contrario, si passa alla demistificazione dell’apparato fascista proprio a partire dalle stesse parole forti del ventennio: “Questi sono consigli, tu, alla maniera fascista, fregatene, ma ricordati che a forza di fregarsene si arriva all’anarchia”. Longanesi rimproverava a Mussolini di non aver realizzato l’ideale strapaesano che aveva accompagnato la sua gioventù. Fu infatti collaboratore e amico di Maccari, fondatore de “Il Selvaggio”, e principale animatore di quel movimento letterario e culturale che, nell’alveo di uno spirito patriottico, si poneva in contrapposizione al progressismo tecnologico e industriale propugnando, al contrario, un ritorno all’arcadia rurale della piccola Italia, fatta di localismi inestinguibili e di tradizioni millenarie. Caduto il mito della “nuova aristocrazia” dei Ras, il ritratto che Longanesi fa del paese è quello di un baratro, dove tutto è avvolto dall’odore di morte e degrado. La lussuria dei capi che gozzovigliano mentre la penisola è in fiamme è la metafora di un popolo incapace di mostrare un pur minimo sussulto morale. Il coltello, il rosario e il bicchiere di vino, simbolo longanesiano di Strapaese, erano stati definitivamente distrutti.
Se Longanesi aveva nutrito forti speranze nel fascismo, il periodo democratico fu per lui del tutto privo d’attrattiva. La democrazia non lo sorprese mai, neppure per un istante, in un atteggiamento di benevola attesa. Lontano da qualsiasi tentazione di valutazione etica del ventennio, vedeva nella modernità, come in uno specchio, le medesime tenebre degli anni precedenti. Nulla era cambiato, esisteva una sorta di accordo di fondo che esprimeva un’inalterabile continuità in negativo tra presente e passato. All’epoca de “Il Borghese”, infatti, in gioco non era tanto la difesa del cosiddetto ceto medio – che, detto per inciso, non amò mai Longanesi – quanto quella di un vagheggiato mondo di fine XIX secolo, un passato ideale, ascrivibile alla Belle Epoque, all’età giolittiana, a un periodo in cui l’Italia era in qualche mondo migliore. L’ultimo Longanesi fu quindi una sorta di vate del crepuscolarismo, un gozzanianio cantore delle «buone cose di pessimo gusto», puntualmente tormentato dal tarlo di un’immagine del fascismo destinata a riemergere dalle ombre con toni meno negativi. Per lui, comunque, gli italiani rimasero sempre «animali feroci e casalinghi».
I libri, le fotografie e le immagini sono ancora oggi la testimonianza più preziosa di una vita spentasi ancora in giovane età, quasi che Longanesi, davanti alle amarezze di un mondo in macerie, non trovasse più un valido motivo per continuare a vivere. Dalla morte sono però scampati gli insegnamenti di una delle figure più insigni della cultura italiana del XX secolo, un uomo che ha insegnato a molti il coraggio di opporsi, di essere intelligenti, profondi, di non accontentarsi mai di facili risposte o soluzioni banali. Ma, soprattutto, quello che di lui ancora sopravvive è l’inconfondibile sorriso, il sarcasmo di uno dei pochi che durante la sua esistenza ha avuto il coraggio di affrontare a volto scoperto il suo più acerrimo nemico: se stesso.


da: www.radiospada.org

Inaugurata a palazzo Cutò di Bagheria la nuova sede della "Bagnera"



da: "Il settimanale di Bagheria", 26 luglio 2015

venerdì 24 luglio 2015

Riportiamo in patria i Re d’Italia

di Cristina Siccardi

Dopo il recente attentato al Consolato italiano in Egitto, un accorato e composto appello è giunto dalla Principessa Maria Gabriella di Savoia, che ha inviato una lettera al Direttore de il Giornale, Paolo Granzotto, il quale il 16 luglio scorso l’ha prontamente pubblicata con il titolo: Non lasciamo all’Isis la tomba del Re Soldato (www.ilgiornale.it ).
Scrive Maria Gabriella: «Quest’anno si celebra il centenario del primo conflitto mondiale nel corso del quale mio nonno, il Re Soldato, a unanime giudizio degli storici, si portò in maniera esemplare, favorendo il compimento del processo di unificazione col riunire all’Italia gli ultimi lembi di territorio in mano straniera. In considerazione delle gravi tensioni e violenze che stanno interessando l’Egitto, ritengo che per un dovere civile e morale sia giunto il momento di procedere al rientro delle salme di Re Vittorio Emanuele III e della Regina Elena: per salvarne la loro e la nostra collettiva memoria. Molte nazioni oggi repubblicane ma che furono monarchie hanno provveduto al rimpatrio delle salme dei loro regnanti e ciò non solo in segno di pacificazione nazionale, ma anche nel rispetto della tradizione storica. Perché il nostro paese non può fare altrettanto?».
L’appello è stato presentato al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella «certi che da risoluto e generoso rappresentate dell’unità nazionale qual è, non ne resterà sordo», ha scritto Granzotto il 16 luglio stesso, «D’altronde quello che lei chiede è un atto di carità, di rispetto e di giustizia: Vittorio Emanuele III lasciò l’Italia senza che ne fosse obbligato da una ordinanza di esilio (lo stesso può dirsi, del resto, per Umberto II)».
Il timore di Maria Gabriella di Savoia non è certo infondato, visto che il rimpatriato Bruno Dalmasso, ultimo custode italiano del cimitero di Hammangi (dove sono sepolti 7.800 caduti italiani), ha denunciato le profanazioni e le distruzioni delle lapidi dei seguaci dei tagliagole islamici, e ha affermato: «Portiamo in Italia quei resti. Gli estremisti islamici li hanno profanati due volte» (www.ilgiornale.it ).
Legittima e coraggiosa è la richiesta di Maria Gabriella, nonostante sia ben cosciente dell’ostracismo perdurante nei confronti di Casa Savoia. Un ostracismo innescato dalle sinistre (1943), che hanno incanalato gran parte dell’opinione pubblica verso l’odio non solo per Vittorio Emanuele III, ma anche nei confronti dell’istituto monarchico stesso, che è stato eliminato con i brogli elettorali manovrati da Palmiro Togliatti nel Referendum istituzionale del 1946 (due milioni di voti sottratti).
I consensi per la Monarchia, nell’Italia della seconda Guerra mondiale, sono rintracciabili non solo nella storiografia e nelle cronache, ma erano la preoccupazione costante di Adolf Hitler, che ordinò la cattura e la deportazione della figlia del Re, Mafalda di Savoia, che morì assassinata nel lager di Buchenwald il 28 agosto 1944.
Il giorno dopo l’appello di Maria Gabriella, il 17 luglio, è andato in onda su Rai 3, nel programma La grande storia, un servizio non certo atto alla sensibilizzazione per il rimpatrio delle salme dei sovrani d’Italia, ma dedicato all’esaltazione della socialista e liberale Maria José, nella quale la principessa belga poi «Regina di maggio» è risultata, come nella tradizionale vulgata progressista, l’eroina, a fronte di un Umberto II definito, negli anni del doloroso esilio a Cascais e a causa della sua cattolicità, «penoso» e «bigotto».
La Regina Elena trasmise ai figli Jolanda, Umberto, Giovanna, Mafalda, Maria una grande fede cristiana, che madre e figli hanno manifestato ampiamente nelle loro esistenze, alcune delle quali tanto tragiche quanto esemplari. Quattro ore dopo aver abdicato (9 maggio 1946), Vittorio Emanuele III era già a bordo del Duca degli Abruzzi, diretto verso l’Egitto. Re Farouk gli aveva offerto ospitalità nel suo palazzo di Qubbè Sarayi, al Cairo, ma Vittorio Emanuele, che prese a farsi chiamare conte di Pollenzo, scelse per sé e la moglie Elena un’anonima villetta a Shuma, sobborgo di Alessandria d’Egitto.
I Savoia non potevano (come sempre accade nelle rivoluzioni che smantellano le monarchie) accedere al patrimonio personale, che con la XIII Disposizione finale della Costituzione lo Stato avocò a sé, perciò Vittorio Emanuele partì povero, così come partirà il figlio per il Portogallo: sarà Re Farouk a sostenere il conte di Pollenzo e saranno gli italiani fedeli al Re a sostenere Umberto II, al quale il Venerabile Pio XII donò una somma di denaro per i primi duri tempi di Cascais.
Vittorio Emanuele che affrontò, nel bene e nel male, quattro guerre (due mondiali, quella di Libia e quella di Etiopia) e che regnò 46 anni, morì il 28 dicembre del 1947, il giorno seguente la promulgazione della Costituzione repubblicana. Nonostante l’offerta del sovrano d’Egitto di una sontuosa cappella nel cimitero latino, la Regina Elena, senza smentire la sua indole umile e riservata, scelse la piccola chiesa di Santa Caterina ad Alessandria d’Egitto, dove la salma venne tumulata dietro l’altare maggiore, in un loculo dove è riportata la semplice scritta: «Vittorio Emanuele di Savoia 1869-1947».
Elena morì il 28 novembre del 1952 a Montpellier, in Francia, dove si era trasferita per sottoporsi alle cure mediche del professor Lamarque. Come era stata stimata e amata in Italia, la «bonne Dame noire» venne stimata e amata in Francia per il suo povero stile di vita e per la sua disarmante carità, sempre vigile sugli infelici: fu sepolta, come suo desiderio, in una comune tomba del cimitero cittadino. L’intera città si fermò per assistere e partecipare al suo funerale, al quale presero parte 50 mila francesi. I montpelliérains sono ancora oggi riconoscenti alla Regina Elena, morta in concetto di santità, e la sua tomba è sempre fiorita.
La vulgata innescata dal tribunale antimonarchico è stata impietosa nei confronti di Vittorio Emanuele III, del quale, nonostante alcuni gravi errori di valutazione, non si può, con onestà intellettuale, ricordare che fu contro l’entrata dell’Italia nella Seconda Guerra mondiale, contro le leggi razziali (ma non poté che ratificarle, dopo 2 veti), contro la persona e l’agire di Hitler.
Per quanto riguarda l’8 Settembre 1943, il Re Soldato, formato alla ferrea disciplina del Generale Egidio Osio, preservò l’indipendenza italiana e la monarchia, trasferendo la sede del Governo a Brindisi: il termine «fuga», infatti, venne coniata dai nemici della corona, per screditarla. Non furono, infatti, fughe quelle del governo francese da Parigi a Bordeaux nel 1916, dei governi belgi, olandesi, norvegesi e polacchi nel 1939, bensì trasferimenti per non cadere incoscientemente nelle mani del nemico.
Molte cose avrebbe da dire (e in vita le disse) la Medaglia d’oro al Valor Militare Edgardo Sogno (1915-2000), anticomunista e coraggioso alfiere della monarchia, del quale proprio quest’anno ricorrono cento anni dalla sua nascita… ma «La grande storia» di Rai 3, sebbene gli furono decretati i funerali di Stato, si guarda bene dal celebrarne la memoria.
Riportare le salme dei Reali in Italia, oltre ad essere carità cristiana, di rispetto, di giustizia, sarebbe dovere civico e storico di una nazione che non ripudia se stessa e la sua «grande storia». (Cristina Siccardi)

da: www.corrispondenzaromana.it

giovedì 23 luglio 2015

L’identità sessuale colpita dall’ideologia di genere

di Domenico Bonvegna

Nel dicembre del 2010, il professore Mauro Ronco, professore ordinario di Diritto Penale presso l’università degli Studi di Padova, in un intervento organizzato dall’UGCI (Unione Giuristi Cattolici Italiani) a Palermo, partendo dal tema dell’identità sessuale e l’identità della persona,  ha spiegato egregiamente che cos’è l’ideologia di genere, il Gender, successivamente l’intervento del professore Ronco è stato pubblicato sulla rivista trimestrale, Cristianità (gennaio-marzo 2011 n.359).
Il professore inizia con un’affermazione paradossale: “l’ideologia postmoderna dei ‘diritti umani’ sta distruggendo la persona umana”. E’ una drammatica verità dei nostri tempi. Il fondamento di questi diritti sono stati creati nelle due Conferenze internazionali organizzati dall’ONU: quella del Cairo sulla Popolazione e lo Sviluppo del 1994e la IV Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulle donne, tenutasi a Pechino nel 1995. Nelle conferenze è stato definito che ogni atto libero del soggetto o che presta consenso, viene trasformato in “diritto umano”. Tra questi nuovi diritti scaturiti dalle due conferenza, c’è quello del “diritto alla salute riproduttiva” al Cairo, e il “diritto di genere”, che vuole sostituire la realtà della differenza sessuale fra l’uomo e la donna a Pechino.
Per il professore Ronco è importante interessarsi di questi pretesi “diritti”, perché sconvolgono il quadro tradizionale dei diritti umani e pongono in dubbio la stabilità etica e giuridica, nonché l’esistenza stessa della società. Infatti la tutela della vita e della persona, oggi secondo il Magistero della Chiesa sono minacciate da una cultura violenta che può essere benissimo definita cultura di morte. Per una sintetica ricostruzione storica di questi “nuovi diritti”, segnalo un interessante studio di Eugenia Roccella e Lucetta Scaraffia, Contro il Cristianesimo, Piemme (2005); le due giornaliste sostengono che i diritti umani sono stati trasformati in una nuova ideologia, addirittura in una religione laica, che va a sostituire le confessioni cristiane. Pertanto individuano una specie di deriva verso un “pensiero unico”, di credo totalitario e fondamentalmente nichilista, perché privo di chiari fondamenti teorici.
La “salute riproduttiva”: la Conferenza del Cairo del 1994.
Nell’intervento Mauro Ronco prima prende in esame la questione della “salute riproduttiva”, discussa nella Conferenza del Cairo nel 1994. Per Ronco c’è stato nella storia un odio contro la generazione umana, in particolare a partire dal secolo XIX. Per comprendere le decisioni prese nella Conferenza occorre vedere quali sono i presupposti storici e teorici. In particolare Ronco fa riferimento al modello del femminismo della prima metà del secolo XX°, alla figura carismatica di Margaret Sanger. Essa proponeva una separazione fra sessualità e procreazione, attraverso sistemi di controllo delle nascite. In pratica proponeva una sessualità senza implicazioni generative e soprattutto intendeva migliorare la razza. Pertanto per le donne “inidonee”, povere, deboli di mente, incapaci di utilizzare la contraccezione, proponeva la segregazione e la sterilizzazione. Dunque nell’opera della Sanger si intravede un incontro fra eugenismo e femminismo.
Ben presto il femminismo radicale supera l’istanza eugenistica della separazione fra sessualità e generatività per passare a quella individualistica ed edonista, sostanzialmente “assolutizzando nella sessualità la dimensione del piacere dilatando l’attitudine a usare il sesso come strumento per la soddisfazione carnale e psicologica”, superando le responsabilità generative. Per il professore Ronco, studiare la Singer è importante perché sì si può “spiegare il passaggio da un eugenismo scientista, a suo modo autoritario, a un eugenismo libertario, basato sulla libertà di scelta, come diritto assoluto della donna di liberarsi dalla schiavitù della riproduzione”. Infatti secondo il professore Ronco, “la donna, in quanto proprietaria del suo corpo e della sua sessualità, dovrebbe godere del piacere fornito dal corpo come un diritto assoluto. Ella non sarebbe libera se non nella misura in cui può decidere liberamente se essere madre o non esserlo: l’accesso alla contraccezione e l’aborto sarebbero diritti individuali strumentali alla realizzazione del suo diritto di scelta e di libertà”. Pertanto, continua Ronco,“dall’incontro fra diritto di scelta assoluto e il diritto alla salute è nato il post-moderno diritto fondamentale ‘alla salute riproduttiva’, che è stato definito nella Conferenza Internazionale del Cairo sulla Popolazione e sviluppo. Precisiamo che le risoluzioni della grande assise, presentate ai Governi e all’Onu, non sono mai state sottoposte al controllo democratico dei Parlamenti dei singoli Paesi.
In pratica al Cairo si cerca di realizzare il contenimento demografico, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, introducendo il concetto dei diritti riproduttivi dell’individuo, soggetti peraltro a continuo incremento, in funzione dell’estensione delle tecnologie artificiali riproduttive e antiriproduttive. In questo modo si arriva a
negare “il diritto alla vita del concepito, vuoi nell’utero vuoi in provetta; la separazione totale fra la sessualità, vista esclusivamente nel momento ludico e di soddisfazione fisio-psichica, e la fecondità”. Si arriva alla pretesa del diritto ad avere un figlio “sano”, “diritto”, che significa anche fare selezione prenatale. Praticamente per il professore Ronco, “il controllo tecnologico sulla vita è l’orizzonte finalistico della salute riproduttiva; il ‘diritto’ arbitrario di scelta individuale, alimentato dalla sensualità e dall’orgoglio, è lo strumento di cui lo scientismo si avvale per ottenere il controllo potestativo sulla vita umana, che si arroga il ‘diritto’ per giudicare quale vita meriti e quale non meriti di vivere”.
In sintesi il nuovo modello etico è legato alla libera scelta individuale, pertanto, l’interesse ad avere o non avere un figlio, fondano il diritto a ogni forma di contraccezione, anche abortiva, nonché alla sterilizzazione, all’aborto “sicuro”. Al centro sta sempre l’interesse alla salute, intesa come condizione di pieno benessere fisico e psicologico della donna, tutto questo comportasecondo il professore Ronco, “il “diritto” all’aborto; l’interesse ad avere un figlio, come e quando si vuole e con chi si vuole, fonda il “diritto” alla riproduzione artificiale; infine, l’interesse individuale ad avere un figlio sano e l’interesse sociale a evitare i costi per la cura dei soggetti fisicamente e psichicamente inadeguati fondano il “diritto” alla selezione prenatale, nonchè la distruzione degli embrioni dotati di qualità inferiori”.
Il “diritto di genere”: la Conferenza di Pechino del 1995.
La conferenza di Pechino ha compiuto un ulteriore passo nella stessa direzione di quella del Cairo. Fondando il concetto di “genere”, come pilastro normativo, politico, sociale ed economico, del nuovo ordine mondiale. In pratica è a Pechino che queste lobby mondiali, agenzie dell’Onu, hanno elaborato una Piattaforma di Azione, contenente l’invito ai governi a “diffondere l’Agenda di Genere”in ogni programma politico e in ogni istituzione sia pubblica che privata.“Oggi siamo sotto gli effetti ricollegabili all’attuazione dell’”Agenda di Genere”, dettata a Pechino nel 1995. Scrive Ronco. E’ una agenda che non è mai stata sottoposta all’esame del Parlamento, ed è quasi sconosciuta ai vari popoli del mondo, ignari della subdola strategia dei promotori.
Monsignor Schooyans, membro onorario della Pontificia Accademia Pro Vita, ha descritto con lucidità, già nel 1997, “la coalizione ideologica del gender, ovvero il complesso delle istanze filosofiche e culturali che, in un’ottica di ostilità alla vita...”. In questa ideologia Schooyans intravede frammenti di socialismo e di liberalismo, volti a ‘giustificare’ la decostruzione dei fondamenti della vita sociale nel disprezzo della vita umana”.

Per il momento mi fermo al prossimo intervento.

Slittamento scadenza partecipazione Premio Himera

L’Associazione culturale Termini d’Arte,organizzatrice della Terza Edizione del Premio Nazionale di Poesia “ Himera”,con una sezione speciale sul sito archeologico (Edizione 2015), con il patrocinio del Comune di Termini Imerese e del Parco Archeologico di Himera
comunica ai poeti contemporanei che scrivono in Lingua Italiana e/o in Vernacolo, ai letterati, ai cultori, agli studiosi e agli studenti che abbiano prodotto Opere (edite ed inedite) di tipo letterario, storico, archeologico e numismatico,(incluse tesi di laurea,ricerche e documentari), su Himera e sul suo Sito Archeologico, di avere spostato l’ultima data di consegna degli elaborati inerenti le Sezioni A, B e C del bando di concorso, al 31 agosto prossimo.
Il tutto per permettere, a coloro che non avessero già inviato le loro opere, di avere un tempo più disteso per la presentazione degli elaborati e pe rfavorire una maggiore adesione al concorso anche a studenti e professori che nel mese di luglio sono ancora impegnati con le attività universitarie o di fine scuola e in esami di vario tipo.
Il bando è reperibile su www.concorsiletterari.it, sul sito del Comune di Termini Imerese, www.comuneterminiimerese.pa.it e su www.facebook.it

Epigrafi sull'Oreto - Sezione parenti di Vittorio Riera

Pubblichiamo la seconda parte delle Epigrafi sull'Oreto - Sezione parenti di Vittorio Riera

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