venerdì 15 dicembre 2017

Seneca saepe noster: spunti di spiritualità senecana

di Francescoandrea Allegretti

E’ risaputo che Lucio Anneo Seneca (4 a.C. – 65), retore e filosofo, massimo esponente dello stoicismo latino, fu un’anima (e un intelletto) pieno di inquietudine, sempre alla ricerca di quella autenticità dell’uomo che la Roma del tempo non riusciva a soddisfare. Questa sorta di “sana inquietudine” possiamo facilmente riscontrarla nei scuoi scritti e in particolar modo nei consigli rivolti all’amico Lucilio, in cui è viva l’intimazione a migliorarsi inseguendo le virtù che rendono l’uomo veramente tale. Dove ricercare dunque queste virtù? Dove rifugiarsi per scampare dal declino morale? E’ in questo contesto che Seneca dimostra una spiccata e profonda religiosità, il più delle volte messa da parte o addirittura taciuta, che rendono il filosofo di Cordova un personaggio affascinante come pochi agli occhi del cristianesimo:
«[…] Il dio ti è vicino, con te, è dentro di te. Secondo me, Lucilio, c’è in noi uno spirito sacro, che osserva e sorveglia le nostre azioni, buone e cattive; a seconda di come noi lo trattiamo, lui stesso ci tratta. Nessun uomo è virtuoso senza dio: oppure qualcuno può ergersi al di sopra della sorte senza il suo aiuto? Egli ci ispira principi nobili ed elevati. In ogni uomo virtuoso abita un dio (quale non si sa)» [1] .
L’inclinazione al pessimismo della filosofia stoica lascia qui spazio alla speranza e alla fiducia nel divino. Sebbene la concezione religiosa di Seneca sia plasmata sul modello pagano, le riflessioni da lui poste in essere trovano un chiaro riscontro nella concezione cristiana di Dio. Da tali parole non può che evincersi la profonda religiosità di Seneca e in particolar modo la convinzione secondo cui, partendo dal presupposto che dentro l’uomo risieda uno spirito sacro, venga sottolineato come nessuno è virtuoso senza dio e nessuno dunque può migliorarsi senza il suo ausilio. Secondo Seneca dunque, l’uomo è naturaliter religiosus e l’elemento spirituale è indispensabile per il pieno compimento dell’uomo stesso, delle sue virtù, della sua esistenza, del suo pensare e del suo agire.
«Se tu mi presti fede io ti rivelo i miei sentimenti più profondi: ebbene, di fronte a tutto ciò che mi si presenta avverso e doloroso, io sono giunto a formarmi questo stato d’animo, faccio atto non di obbedienza ma di consenso alla divinità, e la seguo per spontaneo atto di volere, non per la necessità» [2].
Quello che potremmo definire il “cammino spirituale” di Seneca, trova in quest’altro brano la massima espressione di contatto ed unione tra l’umano e il divino: è difficile infatti non notare la similitudine tra la pietas senecana del brano, con l’immagine cristiana dell’abbandono fiducioso a Dio ed alla Sua volontà.
Il pensiero del filosofo di Cordova dunque, non si discosta molto da quello cristiano: alcuni storici ipotizzarono anche – sebbene questa posizione sia stata ormai smentita – che egli fosse venuto a contatto diretto con il cristianesimo grazie al fratello governatore dell’Acaia, tappa dei viaggi di san Paolo (e da qui nacque il carteggio apocrifo tra i due). Alcuni apologisti considerarono Seneca un anticipatore del cristianesimo: tra di essi, Tertulliano ritenne che «Seneca è spesso della nostra opinione» [3]; altri invece, come sant’Agostino, trovarono nelle riflessioni senecane delle argomentazioni valide da usare contro il paganesimo (alcune parti del De superstizione ad esempio ci sono giunte in quanto citazioni dei Padri della Chiesa), sebbene il vescovo d’Ippona continuò a criticarlo poiché egli non si discostò mai dal culto pagano [4].
I punti in comune tra il pensiero cristiano e la filosofia stoica di Seneca sono dunque molteplici e grandi cose avrebbe potuto insegnare colui che forse sarebbe stato anche un buon cristiano. Scriveva Lattanzio (250-317), illustre retore e apologeta, che considerava Seneca “il più acuto tra gli stoici”: «Cosa potrebbe esprimere uno che conosca Dio, più veritieramente di quello che è stato detto da quest’uomo che non conosceva la vera religione? Egli avrebbe potuto essere un vero adoratore di Dio, se qualcuno gli avesse mostrato la strada» [5].


Note:
1 Epistolae ad Lucilium 41, 1-2.
2 Epistolae ad Lucilium 96, 2.
3 De anima XX, 1.
4 De Civitate Dei VI, 10; XX, 19.
5 Divinae Institutiones II, 8, 23; VI, 13, 24.
Bibliografia consigliata: A. Pantaleo Martina, Seneca e i cristiani, Vita e pensiero, 2001.

giovedì 14 dicembre 2017

Uno spettro si aggira per l'Italia: il rancore

di Domenico Bonvegna

Nell'ultima settimana i media italiani hanno scoperto che in Italia non si fanno più figli e che andando avanti così, il Paese-Italia è destinato a scomparire. Quindi bisogna trovare subito una soluzione, che poi è quello che la Chiesa da sempre ha raccomandato. Finalmente dopo decenni, lo hanno capito anche lorsignori, soltanto che ancora non si riesce a risalire alle vere cause che hanno condotto a questo disastro. La denatalità diffusa doveva essere la preoccupazione principale della politica, invece finora si è dormito a cuscini morbidi. A questo proposito c'è un bel intervento di Marco Invernizzi sul sito di Alleanza Cattolica che sintetizza le cause.“Oggi, pochi intellettuali e uomini politici credono ancora veramente nella centralità della famiglia - scrive Invernizzi - E così il declino demografico è andato inesorabilmente peggiorando di anno in anno, senza che venissero prese iniziative politiche ed economiche importanti a sostegno della natalità. In questo modo in Italia il tasso di natalità per ogni donna è l’1,27 quando il ricambio generazionale si raggiungerebbe a 2,1. Meglio di noi stanno facendo Paesi ben più laicisti, come la Francia e l’Europa Settentrionale”.(M. Invernizzi, Oltre l'inverno demografico, 1.12.17)
Certo la questione non è solo politica, è anche e forse soprattutto culturale. “Bisognerebbe infatti avere il coraggio di mettere in discussione la cultura dominante dal 1968 in poi, - scrive Invernizzi - che ha separato il sesso dalla trasmissione della vita, che concepisce la famiglia come la somma di individui singoli in competizione tra loro e non la capisce come comunione fra persone basata sull’amore oblativo, che disprezzando il principio d’autorità ha distrutto la figura del padre all’interno della famiglia”. (Ibidem)
L'altra scoperta dei media, ripresa dal Censis, è che gli italiani sono contrassegnati dal rancore sociale e questo naturalmente per i Media è un segnale negativo. Infatti sui giornali ripiegati sul governo, si scrive che gli italiani, nonostante l'economia ha ripreso, sono  “Incavolati neri e offesi, mortificati, incapaci di esprimere apertamente la propria rabbia ma anche di dimenticare e di perdonare, in una parola rancorosi. Pertanto, Altro che brava gente”. Gli italiani, sono “sfiduciati, impoveriti, impauriti, rancorosi, addirittura sono la bomba sociale pronta ad esplodere nel cuore di un'Europa”. Ma perché gli italiani sono rancorosi? I giornali di regime non lo dicono, non conviene, almeno non mi risulta che c'è stato qualche commento che risalga alle cause del malcontento.
A mio parere il rancore nasce dalla pesante situazione politica italiana. Da 5 anni ci  sono stati imposti governi non eletti da nessuno. C'è un'ondata di sfiducia che non perdona nessuno, Il Secolo d'Italia, del 1 dicembre scorso, fotografa bene la situazione:“’84% degli italiani non ha fiducia nei partiti politici, il 78% nel Governo, il 76% nel Parlamento, il 70% nelle istituzioni locali, Regioni e Comuni. Il 60% è insoddisfatto di come funziona la democrazia nel nostro Paese, il 64% è convinto che la voce del cittadino non conti nulla, il 75% giudica negativamente la fornitura dei servizi pubblici”.
I laureati fuggono dall'Italia.
Il 50% dei laureati si dice pronto ad essere assunto all'estero.“La retribuzione mensile netta di un laureato a un anno dalla laurea, infatti, stima il Censis rielaborando dati Istat, Almalaurea e Unioncamere, si aggira sui 1.124 euro mentre oltre confine l’assegno sale a 1.656 euro. Profonda invece la differenza tra la busta paga di un laureato magistrale che lavori in Italia o all’estero: i 1344 euro corrisposti per una assunzione nei confini nazionali si devono confrontare con i 2.200 euro corrisposti all’estero. Se si parla di ingegneri, poi, la differenza si fa pesante: 1.614 euro contro i 2.619 all’estero”.
La difficoltà economiche delle famiglie sono sempre più elevate, i prezzi al consumo aumentano, basta andare in qualsiasi supermercato, mentre gli stipendi sono fermi da 8 anni.
Le famiglie povere. “Sono oltre 1,6 milioni le famiglie che nel 2016 sono in condizioni di povertà assoluta, con un boom del +96,7% rispetto al periodo pre-crisi. Gli individui in povertà assoluta sono 4,7 milioni, con un incremento del 165% rispetto al 2007. Tali dinamiche incrementali hanno coinvolto tutte le aree geografiche, con un’intensità maggiore al Centro (+126%) e al Sud (+100%)”.
Inoltre c'è la questione sicurezza. Gli italiani si sentono meno protetti.

Peraltro per avere un quadro delle reali condizioni degli italiani, basta guardare ogni sera il programma di rete 4 (Mediaset), “Dalla vostra parte”, condotto da Maurizio Belpietro, direttore de La Verità. Altro che andare a Como e manifestare contro i fascismi, i problemi sono altri, cara sinistra in caduta libera. 

mercoledì 13 dicembre 2017

… eppure il cuore sembrava cieco. L’apatia dell’anima in un frammento di R. H. Benson

di Luca Fumagalli

In questo brano tratto da “Loneliness?” (1915), romanzo postumo di Robert Hugh Benson ancora inedito in Italia, la giovane Marion ritorna a Campden Hill presso l’amica Maggie, donna matura e devota cattolica. Con lei Merion si sente a sua agio e le confessa che da qualche tempo la propria fede è fredda e l’anima apatica. Meggie ipotizza che la ragazza sia semplicemente distratta dagli impegni lavorativi o magari da una persona speciale che ha incontrato. La protagonista, però, sa che il suo disagio ha origini più profonde, che l’abitudine e l’incontro col mondo la stanno rendendo sempre più impermeabile alla religione.
Quando se ne fu andato, Marion si sedette davanti alla stufa. Aveva appena fatto una nuova scoperta.
Sei mesi prima un invito come quello l’avrebbe entusiasmata. Ricordava la prima volta in cui, ancora studentessa, le fu chiesto di rispondere alla messa di uno strano prete che era venuto alla scuola, e la straordinaria sensazione che le aveva dato essere in un certo senso ministro presso l’altare di Dio. La scorsa primavera, ancora una volta, aveva risposto in due o tre occasioni come questa alla messa officiata da Padre Danny, e la dolce sensazione era ancora lì. Ma ora era scomparsa. Perché?
La sua religione era stata ardente e sincera, molto lontana dalla superficialità. I personaggi della sua fede erano stati reali come qualsiasi altro essere umano – sopra tutti la Suprema Divinità – così reali all’epoca da sembrare sempre presenti mentre altri non lo erano. Il tabernacolo era per lei la sala delle udienze del Re… Quelli erano tempi in cui anche la visione fugace di una chiesa cattolica in campagna, o della sua porta in una via di Londra, le causavano una febbrile emozione. L’immediata reazione quando le fu detto che la sua voce era un dono straordinario fu quella di decidere di cantare per la maggior gloria di Dio. Aveva avuto per un attimo il terrore, dal quale, in realtà, non si era ancora ripresa, che questo avrebbe potuto significare essere una suora e cantare in una cappella. E, deve essere ricordato assolutamente, questa devozione non era una devozione verso un sistema artistico o un’opera, o il mero risultato di un sodalizio o dell’insegnamento: esso aveva un Oggetto Personale definito nei confronti del quale provava quell’amore che può provare una creatura nei confronti del Creatore Incarnato. Frasi come «Lascia che mi baci con il bacio della Sua bocca…», «Come il melo tra gli alberi del bosco; così è il mio Amato tra i figli…», «La voce del mio amato bussa: apri, sorella mia, amore mio, pura di cuore» – frasi come queste, applicate e consacrate attraverso i secoli a indicare l’amore tra Cristo e l’anima, hanno espresso con realismo la passione che la religione svegliava in lei. Il dramma che la Chiesa cattolica mostra ai suoi figli durante periodi come il Natale e la Pasqua erano per lei molto più che un dramma. Il Bambino nella mangiatoia era il suo innamorato tornato nuovamente piccolo; con le figlie di Gerusalemme guardava lo stesso amante andare con il sangue e le ferite verso il Calvario: con le stesse figlie aspettava nella luce dell’alba vederLo tornare come un Gigante.
La religione allora, uno o due anni fa, era davvero la passione della sua vita. Appena aveva visto il cottage nel villaggio di standing aveva deciso che sarebbe stato suo, per il piccolo abside della chiesetta che confinava con il suo giardino posteriore; e aveva scelto la sua stanza al piano superiore spostando lì il letto, cosicché, fino a quando rimaneva lì, poteva osservare il luccichio della lampada del santuario che attestava la Sua Presenza. Non aveva detto nulla di tutto questo ad anima viva, a naturale eccezione del confessore: suo padre, lo sapeva bene, avrebbe scambiato la sua pietà per il puerile sentimentalismo di una ragazza.
E ora…!
Si alzò improvvisamente per recarsi presso la finestra nella stanza della musica. Là la luce brillava attraverso il crepuscolo – una strada ingioiellata attraverso la vetrata dell’abside. Ora però non le faceva alcun effetto. La sua volontà guardava ancora all’antica fede: non c’era il minimo ostacolo intellettuale tra lei e le sue apprensioni. Eppure il cuore sembrava cieco.
da: www.radiospada.org

martedì 12 dicembre 2017

Ma che musica Mestro

di Fabio Trevisan

In uno dei suoi ultimi album,“Snob”, del 2014, Paolo Conte criticava il modus vivendi ricercato e falsamente aristocratico: “Perché adesso tu parli così? Stai arrotando tutte le erre, forse tu pensi che tutto sembri più nobile, snob”. Allo snobismo vacuo egli preferiva l’ostentazione provocatoria, capace di far riflettere, seppur ambiguamente, di un dandy come ad esempio Oscar Wilde.
L’astigiano avvocato Paolo Conte, conscio del provincialismo italico (“Le mie canzoni rappresentano la peculiarità di tutta la cultura italiana, che ha una forte connotazione provinciale”) ha alternato brani popolari e irrisori di costume a rimandi esotici, di località, personaggi e lingue diverse. In una delle sue più conosciute canzoni, Bartali, Paolo Conte lasciava trasparire la fatica del vivere quotidiano: “Quanta strada nei miei sandali, quanta ne avrà fatta Bartali, quel naso triste come una salita, quegli occhi allegri da italiano in gita…”. Anche nella saga dedicata all’ “Uomo del Mocambo”, quel proprietario di un bar immaginario rifletteva la tristezza ed il grigiore di un uomo comune, specchio di quel malessere esistenziale tipico della contemporaneità, a cui Conte ha sempre cercato di fuggire, come asserito dalle sue testuali parole: “Un invito a distaccarsi dalla barbarie del quotidiano”. In un’altra sua celebre canzone, “Onda su onda”, resa famosa nell’interpretazione di Bruno Lauzi, Conte usava la metafora della nave per ripudiare il mondo da cui si doveva fuggire per approdare su un’isola deserta: “Che acqua gelida qua, nessuno più mi salverà. Son caduto dalla nave, son caduto mentre a bordo c’era il ballo. Onda su onda il mare mi porterà alla deriva, in balìa di una sorte bizzarra e cattiva. Mi sto allontanando ormai, la nave è una lucciola persa nel blu, mai più ritornerò…”. Anche nel pezzo “Un gelato al limon”, portato in tournée con successo negli stadi nel 1979 da De Gregori e Lucio Dalla, Paolo Conte denunciava il non sense di una vita amara, resa un po’ più dolce dal sapore effimero di un gelato: “Sprofondati in fondo a una città, mentre un’altra estate se ne va”.
La ricerca dell’esotismo, oltre a qualificarne il provincialismo dandy, permetteva così al cantautore e pianista piemontese di ammorbidire l’impatto con una realtà da cui fuggire, come espresso nella canzone Aguaplano: “Scendi, pilota, fammi vedere, scendi a bassa quota, che guardi meglio e possa raccontare cos’è che luccica sul grande mare…gira, pilota, recuperiamo il cielo ad alta quota, torna nel mondo dal bel colore baio…”. Per Conte l’esotismo era espresso con queste sue parole: “Il mio esotismo è un malessere che i francesi chiamano ailleurs, il senso dell’altrove, ed è una forma di pudore, in modo che certe storie della vita reale vengano trasferite in un teatro più lontano per attutire il senso della realtà”. Come indicato nel brano “Il quadrato e il cerchio”, in Paolo Conte si riflette una filosofia pessimistica e disillusa, “Il tempo è un cerchio che finisce là dove comincia”, a cui si cerca inutilmente di fuggire. Così anche l’appello all’andarsene, ripetuto nella canzone “Vieni via con me” rimane senza contenuti e reso ironico e triste da un improbabile “It’s wonderful”. Paolo Conte ha fatto riferimento pure alla vita circense, come rimarcato dalla sua stessa voce e dal pensiero che sottende alle sue canzoni: “Il tipo di applauso che io desidero è quello circense. Lavoro con lo spirito dell’acrobata che in equilibrio cammina sul filo teso”.
Nella deformazione della realtà e nell’obliquità del suo sguardo, manifestato anche dalla posizione ricurva sul pianoforte e da quella voce rauca e dimessa, Paolo Conte ha palesato quanto espresso nel titolo significativo (Una faccia in prestito) di un’altra sua canzone: “Con una faccia imprestata da un altro, che se ti fa comodo, d’altra parte vorresti la tua da offrire a quel pubblico, che ti guarda come a carnevale si guarda una maschera”. Nella celeberrima Genova per noi traspare ancora il triste e incomprensibile apparire del quotidiano e la mancanza di senso che rende la realtà ottusa e quasi impenetrabile: “Con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così che abbiamo noi prima di andare a Genova, che ben sicuri mai non siamo che quel posto dove andiamo non ci inghiotte e non torniamo più”.
da: www.riscossacristina.it

mercoledì 6 dicembre 2017

In memoria di Jurij Mal’cev

di Andrea Bartelloni

Nell’anno centenario della Rivoluzione d’Ottobre è morto, nella sua casa nelle prealpi bergamasche, uno dei più importanti studiosi del dissenso nell’Unione Sovietica: Juri Mal’cev. Nato nel 1932 a Rostov-na-Donu (Rostov sul Don) si laurea in filologia all’università di Leningrado e insegna lingua italiana all’università di Mosca traducendo in russo autori italiani tra i quali Moravia, E. De Filippo, Zavattini.
Il suo dissenso verso il regime comunista inizia nel 1967 fondando il «Gruppo di iniziativa» per i diritti dell’uomo che lo porta a sperimentare l’esperienza di essere, prima allontanato dall’università e poi internato in manicomio; nel 1974 riesce a lasciare l’Unione Sovietica. L’Italia lo accoglie e inizia a insegnare a Parma, Perugia e alla Cattolica di Milano testimoniando sempre la realtà del sistema sovietico.
Nel 1976 esce per i tipi de La Casa di Matriona di Milano, coraggiosa casa editrice che ha fondato assieme a Giovanni Codevilla e altri e diventa la voce del dissenso, L’«altra» letteratura (1957-1976). La letteratura del samizdat (dal russo “edito in proprio”) da Pasternak a Solzenicyn. Per la verità dagli anni sessanta il centro studi Russia Cristiana, fondata da un gruppo di sacerdoti tra i quali p. Romano Scalfi (1923-2016), porta in Italia le prime informazioni sul fenomeno russo, ma il volume di Mal’cev fa conoscere e cataloga questa realtà diffusa in Unione Sovietica: la letteratura del sottosuolo o la “seconda letteratura” (Andrej Sinjavskij) che si contrappone a quella ufficiale “nei suoi criteri artistici e nella forma come nelle sue posizioni filosofiche e nella sua visione del mondo”.
Il fenomeno samizdat “viene alla luce soltanto dopo la morte di Stalin e precisamente dopo il XX Congresso del PCUS”. Il Dottor Zivago (1957) “trascina dietro di sé un’intera valanga di letteratura sotterranea. Il fenomeno rapidamente si diffonde: (…) nel 1974, si potrebbe già mettere insieme con la produzione del samizdat un’intera biblioteca di grosse dimensioni”. Dattiloscritti che costavano l’arresto a chi li produceva, ma la catena non si interrompeva e le riviste continuavano ad uscire a getto continuo. Poi escono i romanzi, saggi, miscellanee e Mal’cev pubblica i nomi e i lavori di questi eroi della letteratura del sottosuolo che “riflette con grande precisione gli stati d’animo del popolo russo (…), e in ciò si distingue nettamente dalla letteratura ufficiale sovietica che è costruita per intero in ossequio alle convenzioni e ai modelli stereotipati e inanimi che il potere ha artificialmente imposto”.
Mal’cev lascia le tracce di questa letteratura iniziando da Il Dottor Zivago di Boris Pasternak definito “un evento storico”, “un ponte attraverso l’abisso del vuoto spirituale e del fatale inselvatichimento, tra la vecchia cultura russa e quella nuova, nascente e risorgente”. E poi ancora per più di trecento pagine ricche di storie e testimonianze. Ma il samizdat è anche la diffusione della letteratura proibita sia straniera che russa, da Orwell a Koestler, da Kafka a Camus e Musil, per ricordarne solo alcuni. E poi i russi Nabokov, Zamjatin, Cvetaeva fino a Osip Mandel’stam e Michail Bulgakov.
Mal’cev, da grande conoscitore della letteratura russa, entra anche nella descrizione dei lavori di scrittori meno noti che fa conoscere al pubblico italiano: fra tutti Andrej Platonov incompreso dalla critica occidentale che Mal’cev paragona a Gogol’.
Un capitolo del suo libro è dedicato alla satira in un paese dove si andava in carcere per una barzelletta e di barzellette ne scrive in abbondanza. C’è n’è una su Marx che cerca disperatamente di parlare ad una radio sovietica e, alla fine, gli viene concesso di dire una sola frase. E dice: «Proletari di tutto il mondo, perdonatemi!». O la vecchietta che trova sugli scaffali di un negozio la scritta “Il comunismo è agiatezza” e dice: «Pazienza! Abbiamo sopportato la fame, e bene o male sopporteremo anche l’agiatezza!». E così via soffermandosi e descrivendo numerose opere satiriche nelle quali comicità, sarcasmo “si mescolano alla mestizia e all’afflizione (…) e l’assurdo delle situazioni descritte è messo in rilievo dalle intonazioni e dalle espressioni grottesche”.
Mirabili le pagine che descrivono I Racconti di Kolima di Salamov, all’epoca conosciuti solo in parte, o le riflessioni di Grossman che descrivono “Lenin come un dittatore e un oppressore della libertà”.
Preziose infine le schede biografiche degli autori citati.
Mal’cev sapeva quello che scriveva perché lo aveva vissuto sulla sua pelle e lo regalava agli italiani perché non potessero dire di non conoscere la realtà, ma erano gli anni del compromesso storico e i nostri politici, ma soprattutto coloro che avevano in mano la cultura del nostro paese, erano impegnati in altro.
Comunque grazie Jurij Mal’cev

da: www.libertaepersona.org

Li chiamavano “Bensonians”: gli illustri (ed eccentrici) figli spirituali di mons. R. H. Benson

di Luca Fumagalli

Tra il 1904 e il 1909, dopo essere stato ordinato sacerdote a Roma, mons. Robert Hugh Benson (1871-1914) prese residenza a Cambridge. L’arcivescovo Bourne lo aveva esplicitamente invitato a concentrarsi sui suoi studi teologici e a lasciare che fosse mons. Arthur Barnes – anch’egli un convertito dall’anglicanesimo – a occuparsi della cura spirituale degli studenti universitari. Benson, in quanto figlio “apostata” dell’ex arcivescovo di Canterbury, era già all’epoca una celebrità. Tuttavia, negli anni seguenti, consolidò la propria posizione grazie alle straordinarie doti di predicatore e a romanzi apologetici, tra cui Il Padrone del mondo, che riscossero un grande successo.Mons. R. H. Benson (1907)
Il carisma di Benson finì naturalmente per attrarre diversi universitari che, stanchi della Chiesa ufficiale o di una vita dissipata, guardavano con favore a Roma. Poco alla volta andarono a formare un circolo ristretto di discepoli, quelli che Shane Leslie, uno di essi, definì “Bensonians”. Nella maggior parte dei casi si trattò di amanti della liturgia, di effeminati e di ruspanti profeti di utopiche riforme statali ed ecclesiastiche. Cercavano, se non un paradiso, almeno una nuova occasione su questa terra, affascinati dalle parole che Benson andava ripetendo a proposito dell’anticonformismo come sale della vita. Col tempo alcuni di questi exalté divennero persino piuttosto famosi.Baron Corvo (1907)
La quiete di Cambridge venne turbata irrimediabilmente nel 1905 dall’arrivo di un losco figuro, uno scrittore cattolico e omosessuale perennemente a corto di soldi. Frederick Rolfe (1860-1913), autoproclamatosi Baron Corvo, aveva pubblicato nel 1904 un romanzo fantastorico, Adriano VII, in cui si narrava la straordinaria ascesa al trono petrino di un Papa inglese, rivoluzionario e anti-socialista. Benson, tra i pochi che seppero apprezzare le complicate volute sintattiche e i florilegi lessicali del testo, scrisse all’autore una lettera d’elogio. Fu così che i due si conobbero e, in seguito, divennero inseparabili amici. Le successive visite di Rolfe a Cambridge – trascorse tra esperimenti di magia bianca, gare natatorie e il fumo delle immancabili sigarette – culminarono nel 1906 con la proposta, avanzata da Benson, di scrivere insieme un libro dedicato a San Thomas Becket. Una serie di incomprensioni, che andarono ad assommarsi all’indole paranoica di Corvo, decretarono il fallimento del progetto e, di conseguenza, la rottura dell’amicizia.
Anni dopo, nel suo romanzo veneziano Il desiderio e la ricerca del tutto, lo strambo barone si vendicò ritraendo Benson nei panni dell’ottuso pretuncolo Bobugo Bonsen. Quest’ultimo, da parte sua, creò il personaggio di Chris Dell, l’esteta protagonista di The Sentimentalists (1906), ispirandosi tanto a Rolfe quanto a Eustace Virgo, un altro dei “Bensonians” che venne presto ai ferri corti con Corvo.Vyvyan Holland (1904-05 ca.)
Virgo (1861-1937), pur non essendo uno studente, era spesso in visita presso la canonica di Cambridge. Il poco che si conosce sul suo conto lo si ricava dalla lettura del volume autobiografico Life at a Venture, pubblicato nel 1930 con il nom de plume di E. V. de Fontmell (Virgo era originario di Fontmell Magna, nel Dorset). Cattolico di nascita, ma propugnatore di uno strano sincretismo paganeggiante, ricoprì per qualche tempo l’incarico di precettore prima di diventare corrispondente da Roma e da Atene per il «New York World» e per il «Morning Post». Era tornato in Inghilterra con la speranza di entrare nell’ordine domenicano, ma dopo che la sua domanda venne respinta, si ritirò ad Oxford, trascorrendo gli ultimi anni di vita tra molte privazioni.Ronald Firbank (1905 e 1917)
Ronald Firbank (1886-1926), il “Bensonian” destinato a lasciare il segno più profondo nella storia della letteratura inglese, era invece il dandy par excellence. Quando arrivò a Cambridge, nel 1906, aveva già pubblicato un romanzo, ed ebbe molti amici – tra cui Vyvyan Holland (1886-1967), secondogenito di Oscar Wilde – che videro in lui un modello di novità ed eccezione. Viveva in un’assolata stanza al Trinity Hall, sempre piena di fiori freschi e di oggetti d’arte d’ogni sorta; addirittura un suo ritratto esotico era appeso a una delle pareti. Quando abbandonò l’università, nel 1909, non aveva sostenuto nemmeno un esame.
La stanza di Ronald Firbank al Trinity Hall (1907)
Grazie a Holland, Firbank conobbe Benson e con quest’ultimo prese l’abitudine di conversare quasi ogni giorno. Si discuteva con passione di vari argomenti, soprattutto arte e religione. Fu così che nel 1907 il ragazzo decise di convertirsi alla Chiesa di Roma. Al monsignore, come ringraziamento, regalò una copia con dedica dell’Imitazione di Cristo. Anche se nella maturità Firbank mantenne un atteggiamento piuttosto superficiale nei confronti della fede, l’estetica camp che anima le sue opere, costruite su un uso consapevole e sofisticato del kitsch, molto deve al retaggio cattolico (un esempio illuminante in tal senso è il romanzo Sulle eccentricità del Cardinal Pirelli del 1926).
Tra la metà del 1908 e la fine del 1909, John Stratford Collins (1882-1912), soprannominato Jack, fu ospite di mons. Barnes alla Llandaff House. Ragazzo per bene, anch’egli uno studente convertito di recente al cattolicesimo, svolgeva il ruolo di segretario e sacrestano, servando durante la messa, preparando i pasti e organizzando l’agenda degli appuntamenti. Fu forse il sostenitore più accanito di Benson con cui trascorreva ogni istante del proprio tempo libero. Pendeva letteralmente dalle sue labbra e conosceva a memoria molti dei sermoni del reverendo. Prima di morire tragicamente di polmonite, non ancora trentenne, tentò inutilmente e a più riprese di entrare in seminario.
Collins, al pari di Baron Corvo, Benson e di molti altre figure picaresche della Cambridge di inizio secolo, fa capolino sotto pseudonimo in The Cantab (1926), romanzo autobiografico di Shane Leslie, l’ultimo dei “Bensonians”. Amico di Jack e di Holland, Leslie (1885-1971) – il cui vero nome era John Randolph – era cugino di Winston Churchill e rampollo di una delle famiglie aristocratiche più ricche e rappresentative del protestantesimo irlandese. Membro del King’s College, in università approfondì la liturgia anglo-cattolica, la teologia bizantina e mostrò di condividere il socialismo cristiano teorizzato da Tolstoy (che conobbe personalmente durante un viaggio in Russia). Grazie all’incontro con Benson, sfidando l’ostilità della famiglia, nel 1908 si fece battezzare in una chiesa di Bayswater.
Dopo gli studi si dedicò alle più svariate attività: oltre a essere stato, per un certo periodo, direttore del «Dublin Review», fu politico, poeta, romanziere, saggista, docente universitario in America, bibliofilo e critico letterario. Divenne inoltre noto alle cronache mondane per le magnifiche feste che organizzava nella sua dimora londinese e per i pettegolezzi che circolavano sul suo conto a proposito di pruriginose relazioni extraconiugali. Nonostante la condotta non proprio impeccabile, si guadagnò la stima e la confidenza di diversi cardinali e fu sempre in prima linea nel combattere, a colpi di narrativa e di saggistica, le cattive idee dei protestanti e degli agnostici.Vyvyan Holland e Shane Leslie al matrimonio del primo, figlio di Oscar Wilde (1943)
Quella dei “Bensonians” fu, in definitiva, una piccola isola felice, una tribù di irregolari per certi versi simile al baronetto ribelle del romanzo di Benson None Other Gods (1911). Per quanto l’apporto del gruppo al cattolicesimo britannico rimase piuttosto marginale, concentrandosi prevalentemente in ambito letterario, la storia dei suoi membri testimonia uno dei primi e dei più fecondi esperimenti di “inclusione papista” in contesto universitario (solo di recente, infatti, l’abolizione delle leggi restrittive aveva permesso ai cattolici di frequentare gli atenei dell’Impero). Mons. Robert Hugh Benson, oltre ad aver consegnato ai posteri pregevoli scritti, ebbe dunque il merito di aver allevato una nidiata di “figli spirituali” che, per quanto scapestrati ed irregolari, furono comunque tra i germogli della rinascita cattolica inglese del XX secolo.

“Secondo lo stesso principio delle cattedrali”: il lavoro ben fatto, l’onore dell’Uomo e la Gloria di Dio

di Simone Gambini

Proponiamo un breve testo, rielaborato a partire dallo scritto di Charles Peguy sull’importanza di fare bene un lavoro, contro chi sostiene, come Ikea e simili, che la ricchezza si produca fornendo beni di consumo e di scarsa qualità, anziché far bene ciò che deve essere fatto bene, nei tempi previsti dalla natura e dalle Leggi di Dio, che sia durevole e bello nel tempo e per i secoli a venire.

Un tempo gli operai non erano servi.
Lavoravano.
Coltivavano un onore, assoluto, come si addice a un onore.
Un oggetto, un mobile, un edificio dovevano essere ben fatti.
Era naturale, era inteso. Era un primato.
Non occorreva che fossero ben fatti per il salario, o in modo proporzionale al salario.
Non dovevano essere ben fatti per il padrone,
né per gli intenditori, né per i clienti del padrone.
Dovevano essere ben fatti di per sé, in sé, nella loro stessa natura.
Una tradizione venuta, risalita dal profondo della razza, una storia, un assoluto, un onore esigevano che ogni cosa fosse ben fatta, anche per valorizzare i talenti che Dio ha donato ad ogni uomo.
E ogni parte di ogni cosa fosse ben fatta.
E ogni parte di ogni cosa che non si vedeva era lavorata con la medesima perfezione delle parti che si vedevano.
Secondo lo stesso principio delle cattedrali.
E sono solo io — io ormai così imbastardito — a farla adesso tanto lunga.
Per loro, in loro non c’era neppure l’ombra di una riflessione.
Il lavoro stava là. Si lavorava bene.
Non si trattava di essere visti o di non essere visti.
Era il lavoro in sé che doveva essere ben fatto per l’onore dell’Uomo e la Gloria di Dio.
Per gli uomini di ogni epoca, per gli uomini di ieri, di oggi e di domani.

Ma oggi, purtroppo, questa… é un’altra storia.

da: www.riscossacristiana.org