giovedì 17 dicembre 2015

L’angolo di Gilbert K. Chesterton – Grandezza e attualità di uno scrittore cattolico –

di Fabio Trevisan

Chesterton è stato spesso accusato di essere uno scrittore “divertente”. A questi detrattori infelici egli aveva risposto nel saggio“Eretici” del 1905: “Il contrario di “divertente” non è serio, ma “non divertente”! Egli cercava di mostrare come alla presunta “serietà” potesse accompagnarsi la gioia dell’essere cristiani: ilarità e serietà non si contrapponevano ma, un po’ paradossalmente, cooperavano al fine di annientare la superbia umana. L’uomo, in quanto peccatore, non poteva prendersi eccessivamente sul serio; non poteva, come nell’epoca moderna, credere troppo in se stesso.
Nel settimo capitolo di Eretici, “Omar e il sacro vino”, egli prendeva le distanze dalla filosofia del matematico e poeta persiano del XII secolo, Omar Khayam, che nelle Rubayat (le quartine poetiche) aveva apparentemente esaltato la potenza del vino: “Le libagioni di vino di Omar sono riprovevoli, non in quanto libagioni di vino ma in quanto libagioni terapeutiche”. Chesterton aggiungeva: “Sono le libagioni di un uomo che beve perché non è felice”. Qual era il rimprovero del grande scrittore londinese ? Perché era ritenuto così importante da dedicarci un intero capitolo, tralasciando ora il riferimento palese al romanzo L’osteria volante ?
Anche ai giorni nostri si sente sovente dire: “Si beve per dimenticare”. Ecco, per Chesterton era l’esatto contrario: il cristiano beveva per ricordare e per affermare la dignità dell’uomo. Ciò che Omar non poteva concepire era la sacralità del vino. Il mondo musulmano, che annienta l’uomo, distrugge anche il vino: “Il vino di Omar esclude l’universo, non lo rivela…Il più alto cristianesimo dissente con questo scetticismo, non certo perché nega l’esistenza di Dio, ma perché nega l’esistenza dell’uomo”. Il vino, sin dalla Sacra Scrittura, era stato considerato un alleato dell’uomo, però dell’uomo che aveva un cuore e che non disprezzava la regalità divina e l’umanità. C’era un’eterna gaiezza nella natura delle cose (create da Dio) che non doveva essere disprezzata: “Un uomo non può rallegrarsi di nulla, se non della natura delle cose; un uomo non può godere di nulla, se non della religione”.
Agli improvvidi fautori del tavolo del dialogo con chicchessia andrebbe ricordato che se fosse servito a quel tavolo il sacro vino (In vino veritas dicevano i Romani), tutte le questioni sollevate da Chesterton si sarebbero potuto rivelare ancora tutt’altro che superficiali. Chesterton rammentava a Omar ed agli scettici del carpe diem l’altezza del cattolicesimo: “Sull’eccelso altare del cristianesimo si leva un’altra figura, nella cui mano è un’altra coppa di vino: “Bevete”dice “perché l’intero mondo è rosso come questo vino, per il vermiglio dell’amore e della collera divina. Bevete, perché le trombe chiamano alla battaglia e questo è il bicchiere della staffa”.
La filosofia del vino di Omar era l’esatto opposto di quella cristiana, come affermava Chesterton: “Omar si dà al piacere perché la vita non è gioiosa; gozzoviglia perché non è lieto…beve perché non c’è nulla degno di fiducia, nulla degno di lotta”. Il calice di vino alzato da Omar contraddiceva palesemente il calice di vino alzato dal sacerdote cattolico.
Non era più lo stesso vino: stordente e inebriante come una trottola nella religione di Omar, divenuto invece sangue sacro di Cristo versato per tutti noi sulla Croce della redenzione: “Bevete, per questo mio sangue del nuovo testamento che è sparso per voi. Bevete, perché io so donde venite e perché. Bevete, perché io so quando ve ne andrete e dove”.

mercoledì 16 dicembre 2015

La furia iconoclasta dei terroristi dell'isis simile a quella Giacobina della Rivoluzione Francese

di Domenico Bonvegna

Un altro articolo che ho trovato interessante sui fatti di Parigi, oltre a quello del professore Introvigne, è quello di Tommaso Scandroglio, “Quella barbarie che li unisce alla nostra laicitè”, pubblicato sempre da LaNuovaBQ.it del 27 novembre scorso. Per la verità le stesse riflessioni del giornalista, le avevo fatte quasi subito anch'io. Scandroglio mette in discussione la diffusa opinione, che viene ripetuta come un mantra, secondo cui i terroristi islamisti abbiano colpito al cuore i valori della nazione francese: libertà, uguaglianza e fratellanza. Fermo restando che nessuno vuole“minimamente mancare di rispetto per le vittime“. E' paradossale che si faccia riferimento a “quella triade valoriale in un concerto di una band che si chiama Eagles of death metal e che – misterioso ed inquietante presagio - stava cantando al momento dell’attacco Kiss the devil (Bacia il diavolo)”. Piuttosto secondo Scandroglio, l'evento musicale,“suggerisce invece l’esistenza di una deriva giovanile verso l’abisso mortifero del nichilismo e della dissoluzione valoriale, ecco a parte questo ci viene da ricordare che il motto “Liberté, Égalité, Fraternité” fu coniato in piena Rivoluzione francese, momento storico che non brilla certamente per irenismo”. 
A questo punto Scandroglio offre una brillante riflessione storica, una comparazione, per niente azzardata, tra “gli integralisti islamici vestiti di nero e i giacobini, che non hanno nulla da invidiare agli uomini dell'Isis, in quanto a strategia del terrore e abilità nel provocare eccidi”. Per il collaboratore de LaNuovaBQ.It, “La matrice è la medesima e i padri fondatori dell’odierna Francia avevano lo stesso Dna dei terroristi che hanno sparso sangue l’altro giorno a Parigi. In entrambi casi infatti l’impianto ideologico – con i dovuti e intuibili distinguo – è pressoché lo stesso”. Attenzione, però “non vogliamo qui sostenere che lo Stato francese è la fotocopia dello Stato dell’Isis e che i principi a cui si ispira la société civile transalpina siano i medesimi dei seguaci del califfo Abu Bakr al-Baghdadi, ma che la genesi di quella che diverrà per antonomasia la Republique trova alcuni addentellati con la struttura di pensiero e di azione del terrorismo islamista”.
Sia per i giacobini che per i terroristi dell'Isis, il nemico non ha nessuna dignità, è una cosa, un nulla. I rivoluzionari francesi non perdevano tempo a dialogare con nobili, borghesi, preti e contadini; chi non si piegava al credo illuminista, veniva sbrigativamente soppresso. La stessa cosa avviene con l'Isis. “I tagliatori di testa - scrive Scandroglio - li troviamo sia nelle fila dei rivoluzionari francesi sia dei terroristi islamici, pratica efferata e caratterizzata da una fortissima carica emozionale volta anche ad atterrire lo spettatore”.
Scandroglio si sofferma sul concetto di violenza e terrore, che assumono un'assolutezza in entrambi i fondamentalismi, sia quello di matrice laicista che quello islamista. Una violenza senza gradualità, che viene espressa al massimo dell'intensità.
“Il nemico va solo annientato. Al tempo di Robespierre questo significava una ecatombe che in una manciata di anni arrivò al numero di due milioni e mezzo di morti e forse più. L’assolutezza poi riguarda le categorie di persone da includere nell’insieme “nemico”: praticamente tutti coloro che non si riconoscono nel pensiero di chi sparge terrore. Tra i giacobini non si andava tanto per il sottile nel cercare di distinguere l’innocente o il colpevole. Se ad esempio eri uomo di chiesa eri già un candidato perfetto per la ghigliottina. Così la sparatoria nel teatro Bataclan o le esplosioni fuori dallo stadio hanno ucciso non bersagli prestabiliti, ma semplicemente persone di cultura occidentale. Il nemico è chiunque”. Scandroglio, forse per non dilungarsi troppo, non ha inteso fare un altro paragone di “cuginanza”, i terroristi dell'Isis, dellultra-fondamentalismo islamico, assomigliano molto ai seguaci dell'ideologia marxista, in particolare a quelli che sono stati protagonisti in terra di Spagna prima e durante la cosiddetta Guerra civile (1936-39). Sto leggendo l'interessante volume di Mario Arturo Iannaccone, “Persecuzione”, edito da Lindau, qui Iannaccone, racconta “La repressione della Chiesa in Spagna, tra la seconda repubblica e Guerra Civile (1931- 1939). Anche per i miliziani anarco-comunisti, chi non era con loro era un nemico da abbattere, non solo i nazionalisti franchisti, ma in particolare, i religiosi, i preti, i laici, chi poteva avere qualche riferimento alla Chiesa cattolica. Anche i comunisti spagnoli, come del resto i giacobini francesi, furono accecati da una furia iconoclasta che li portò a colpire, distruggendo e incendiando chiese, monasteri, simboli religiosi, decapitando perfino le statue della Madonna, di Nostro Signore. Un immenso patrimonio architettonico, artistico, culturale venne annientato in pochi mesi in tutte le città più o meno importanti della Spagna. 
Scandroglio inoltre vede un rapporto di cuginanza tra “gli accoliti di Marat e Danton con quelli di Abu Nabil al-Anbari e di al-Baghdadi è quella della definitività”. Sia la Rivoluzione Francese che lo Stato Islamico, ma anche la società comunista, rappresentano l'imperativo morale, l'ultimo passo verso il Bene, l'eccellenza, la felicità ultima. Una ennesima edizione del “boia chi molla”. 
Infine, altra caratteristica comune è quell’idea di morte. “L’esito di certe ideologie nate nel secolo dei lumi e maturate nel corso della rivoluzione comunista ha portato all’instaurarsi – per usare un’espressione più volte adottata da Giovanni Paolo II – di una cultura di morte. Tuttavia anche lo stesso “pensiero liberal, figlio della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino fabriqué en France, ha ucciso la famiglia con il divorzio, la convivenza, la contraccezione e il gender, la vita nascente con l’aborto, la fecondazione artificiale e la sperimentazione sugli embrioni, la vita terminale con l’eutanasia, la signoria dell’uomo sul creato con l’ambientalismo e l’animalismo, e la presenza di Dio nella società con il laicismo”.
Comunque Scandroglio conclude il suo intervento con una ulteriore provocazione, che può sembrare assurda, i terroristi islamici che seminano morte non sono tanto dissimili dai nostri contesti culturali, la nostra cultura occidentale, specialmente quella francese, per certi versi è già di suo mortifera, strutturalmente votata alla dissoluzione. “E dunque affermare che il terrorismo islamico attenta ai valori repubblicani appare paradossale se pensiamo ai padri fondatori della Republique, fatti della stessa pasta di quegli uomini in nero che il 13 novembre hanno siglato il massacro nella capitale francese”.

lunedì 14 dicembre 2015

Il nostro Natale Cristiano

di Luca Volontè

Con l'avvicinarsi del Natale, in questo periodo di “misure speciali” prese da diversi Stati europei per combattere il terrorismo, si moltiplicano atteggiamenti e decisioni contrarie al significato stesso delle celebrazioni natalizie.
Cosa si ricorda con il Natale? “Gesù bambino, l'infinità di Dio che si è ristretto e ridotto in un bambino ed è venuto in una caverna, un buco sottoterra per rivoltare il mondo”: in queste brevi parole di G. K. Chesterton scopriamo il senso del Natale Cristiano.
Che Europa è quella che teme a tal punto sé stessa da voler cancellare, con “editti” nazionali o di singole scuole e municipi, le celebrazioni natalizie?
Un'Europa che abolisce il Presepe. Abolisce cioè l'immagine della memoria di quell'evento, lo vuole abolire non solo dalla vita pubblica, ma ricacciare nella caverna, lontano da tutto e tutti.
Esattamente come duemila anni or sono, come allora, quando per paura di Erode e per disprezzo degli uomini, Gesù veniva ricacciato in un buco oscuro.
Queste decisioni, non sono solo ridicole alla luce dei fatti di terrorismo che abbiamo vissuto in questi anni, ma mostrano il vero volto del laicismo assolutista che tutto opprime. 
Opprime le differenze con le mode “gender fluid”, opprime l'abbigliamento con i vestiti “unisex”. Opprime il rispetto delle diverse tradizione religiose, i ruoli famigliari sin anche i rapporti umani con uno smisurato uso dei social media.
Non c'è comunità islamica europea che abbia ufficialmente protestato, nemmeno chiesto l'abolizione delle festività cristiane, incluso il tradizionale presepe.
Solo il terrore proprio del fallimento della società multiculturale e dei suoi maestri porta alla abolizione di segni cristiani e alla paura della memoria.
Tutto ciò accade in Europa e con diversi gradi di cattiveria. Non è una vittoria dei terroristi, è una sconfitta del laicismo esasperato, forse la sua ultima sconfitta.
Si ricorda da più parti che l'Europa si trova a vivere un periodo simile alla fine dell'Impero Romano. Ma la verità è che la caduta romana (e così quella europea) non avvenne per causa delle migrazioni, avvenne bensì in ragione della morte della sua anima e delle sue tradizioni. Lo spirito mancò e tutto il corpo dell'impero imputridì.
Le cause della distruzione della civiltà europea non sono di oggi, vengono da lontano e da lontano si è preferito subire che lottare, essere dominati piuttosto che combattere per la propria libertà.
Eppure, proprio in queste settimane di sconci tentativi di abolire ogni evidente immagine cristiana dalla vita pubblica, un sussulto straordinario risorge dalla vita e dalla memoria di semplici uomini, donne e bambini di tutta Europa.
E così, la superba volontà di ricacciare Gesù bambino nella caverna, in quello stesso buco di 2000 anni fa, è l'occasione inattesa di ritornare all'origine del tutto, della nostra storia e della straordinaria provvidenza della Bontà Divina.
Sursum Corda!

Manifestazioni Culturali a Ciminna



"Filastrocche" di Vittorio Riera

Filastrocca della mia guerra

Presto, bimbi, tutti a terra,
vi presento la mia guerra:

il soldato è cioccolata
il fucile marmellata
il cannone è pastafrolla
cola il fuoco come colla
navi e aerei sono di panna
e il generale pur s'affanna
la bomba poi è solo piena 
di ciliege tutte alla crema.

Questa, bimbi, è la mia guerra,
presto, adesso, su da terra.


Filastrocca per contare

A cavallo d'una pulce
mamma tutto il giorno cuce.
– Pulce, che fai?
– Vado in cerca di tanti guai.

A cavallo di due zebre
viene al dito un po’ di febbre.
– Zebre, che fate?
– Andiamo in cerca delle fate.

A cavallo di tre mici
siamo sempre tutti amici.
– Mici, che fate?
– Vi graffiamo se ve ne andate.

A cavallo di quattro picchi
tutti rossi e verdi a spicchi.
– Picchi, che fate?
– Piangiam, piangiam se noi picchiate.

A cavallo di cinque tordi
siamo tutti un poco sordi.
– Tordi, che fate?
– Scappiam, scappiam ché ci sparate.

A cavallo di sei cammelli
tutti lenti, tutti belli.
– Camme, che fate?
– Ce la diamo a gobbe levate.

A cavallo di sette rane
e per cibo un po’ di pane.
– Rane, che fate?
– Puliam lo stagno che ci sporcate.

A cavallo di otto mucche
con le code a mo’ di zucche.
– Mucche, che fate?
– Sogniamo il prato che non ci date.

A cavallo di nove triglie
con le pinne come briglie:
– Triglie, che fate?
– Togliamo gli ami che c'infilzate.

A cavallo di dieci niente,
siamo tutti brava gente.
– Gente, che dite?
– Siamo bravi, udite, udite!



martedì 1 dicembre 2015

Pubblichiamo una poesia di Vittorio Riera

SE

Se potessimo raddrizzare
un filo d’erba spezzato
e dargli di nuovo
tutta la sua linfa
per goderne ancora la frescura

se prendere potessimo
tutti i boschi del mondo
e di tutti
uno solo pensarne
dove all’ombra intrecciare le mani

se potessimo cogliere
tutti i fiori del mondo
e di tutti farne
un solo fascio
e caldi ancorasentirne i palpiti

se rinchiudere potessimo
tutti i profumi del mondo
dentro un diamante
e di ognuno
strapparne il segreto mistero

se potessimo afferrare
tutta l’aria del mondo
e tutta spanderla
in un solo cielo
dove tutti involarci contenti

se stringere potessimo
tutta l’acqua del mondo
in un solo pugno
e farne un unico fiume
dove tutti bere come fratelli

se potessimo mischiare
tutti gli arcobaleni del mondo
e di tutti
uno solo dipingerne
dove stanchi salire ma lieti

se contenere potessimo
tutta la rena del mondo
in una sola clessidra
dove il tempo
penetrare nel suo lento moto

se potessimo riunire
tutti i colori del mondo
e tutti stenderli
su una sola tela
dove viverne le vellutate voci

se accendere potessimo
tutti i sorrisi del mondo
in un solo viso
di bimbo
e succhiarne dipoi l’innocenza

se potessimo spingere
tutte le musiche del mondo
dentro un cuore
piccolo e solo
dove lontane stanno le angosce

se soltanto potessimo
di tutti gli amori del mondo
uno solo cullarne
e tutti
cantare lo stesso canto d’amore

se riuscissi a dare
anche solo per un istante
all’uomo
meno uomo del mondo
tutti i profumi e i colori
tutti i sorrisi e i cuori
tutti i fiori e i boschi
tutti i fiumi e i mari
tutti i venti e le sabbie
tutti i suoni e i canti
tutte le voci e i palpiti
tutte le luci e le forme

che sono al mondo

allora…allora chiederei soltanto
di non ridere di me
ove offrissi
la mia vita in cambio.