lunedì 4 luglio 2016

Nietzsche e il nazismo, un approdo obbligato

di Francesco Agnoli

Una delle polemiche più intense nel campo della filosofia del Novecento è quella che riguarda il legame, vero o presunto, tra l’ideologia nazionalsocialista e il filosofo tedesco.
La parentela tra il sostenitore della morale dei signori e il pensiero nazista è stata affermata, pressoché in modo unanime, sino alla fine della II guerra mondiale.
A Nietzsche si richiama anche, nel 1919, Benito Mussolini, secondo il quale “noi che detestiamo dal profondo tutti i cristianesimi, da quello di Gesù a quello di Marx, guardiamo con simpatia straordinaria a questo riprendere della vita moderna, nelle forme pagane del culto della forza e dell’audacia” (Mussolini, Opera omnia, Firenze 1951-1963, vol. XIV, p. 193).
Il nazismo ama riferirsi in più occasioni ad alcune idee del filosofo, soprattutto ad opera di Alfred Baeumler, cui il regime nazista affida presentazione e cura delle opere del filosofo. Negli anni Trenta-Quaranta che Nietzsche sia un pensatore utilizzabile dal nazismo sembra innegabile sia ai nazisti e ai nazionalisti in genere, sia a molti intellettuali di tendenza socialista, marxista o cattolica.
Un legame, più o meno forte con il nazismo, o quantomeno con un radicalismo aristocratico dispotico, violento e superomistico, anticipatore del delirio hitleriano, è stato sostenuto anche, prima dell’affermarsi di tesi “innocentiste”, da personalità come Thomas Mann, Ernst Bertram, Vilfredo Pareto, Benedetto Croce, Karl Löwith (“ha preparato la strada che lui stesso non percorse”), Ernst Bloch, György Lukács…

Per tutti costoro la parentela tra il filosofo e l’ideologia nazista è evidente, anche se ciò non significa che si possa fare di Nietzsche un nazista tout court (dimenticando per esempio le sue parole di fuoco verso una pretesa superiorità tedesca: «Entusiasmarsi per principio Deutschland, Deutschland, über alles o per il Reich tedesco: non siamo abbastanza stupidi per questo» (Nietzsche, Frammenti postumi 1884, vol. VIII, tomo III, 25 [251]).
Dopo la fine del nazismo è subentrato, soprattutto a sinistra, il tentativo di denazificare il filosofo, sostenendo soprattutto una tesi: che l’interpretazione nazista sarebbe stata resa possibile dalle falsificazioni della sorella del filosofo, Elisabeth, che avrebbe pubblicato i frammenti de La volontà di potenza dopo opportune manipolazioni, e dall’aver trascurato le numerose prese di distanza del filosofo dall’antisemitismo tedesco a lui contemporaneo.
Così Gianni Vattimo ha potuto parlare di “favola di un Nietzsche ‘profeta del nazismo’”, di un’incomprensione di fondo del pensiero del filosofo basato anche su falsificazioni testuali, e persino su “autofraintendimenti” di Nietzsche stesso.
La tesi innocentista, volta a cancellare ogni legame tra il pensiero di Nietzsche e quello totalitario, si è potuta anche appoggiare su di un fatto: la speranza di Nietzsche, soprattutto alla fine della sua vita, di trovare un alleato per la trasvalutazione dei valori nella finanza ebraica, e la presenza tra i suoi principali traduttori, divulgatori ed estimatori, quando era ancora in vita, di molti ebrei, come Georg Brandes o Daniel Halévy.
In verità l’amore di intellettuali ebrei per Nietzsche potrebbe essere spiegato molto bene ricordando un precedente: quello di Voltaire, violento antisemita, eppure sponsorizzato anche da ambienti ebraici che avevano alcuni conti da regolare con l’odiato Antico Testamento, da tempo ripudiato, e con il Vangelo, frutto per loro malato di menti ebree (qualcuno parla di “odio ebraico verso se stessi“; qualcosa di analogo all’odio di molti occidentali di tradizione cristiana, per il cristianesimo).
La tesi non regge
La tesi innocentista, non molto in voga presso gli storici, propensi per lo più a sottolineare il contrario (da W. Shirer a Eric J. Hobswam, da Gerhard Ritter a Ernst Nolte e Arno Mayer …), è tornata ad essere messa in discussione negli ultimi decenni anche presso i filosofi. Si deve in particolare a Domenico Losurdo, ordinario di storia della filosofia ad Urbino, ed autore del ponderoso volume Nietzsche, il ribelle aristocratico, una ricostruzione del pensiero di Nietzsche non più disancorata dal contesto storico appropriato: per Losurdo, per esempio, non si può fingere che quando il filosofo parla di “annientamento di milioni di malriusciti”, di “popoli malriusciti”, di “malaticci, infermicci, estenuati, da cui oggi l’Europa comincia ad essere ammorbata”, di “menzogna dell’eguaglianza delle anime”… si tratti solo di metafore innocenti e fascinose, senza legame alcuno con la realtà dell’epoca, segnata dal diffondersi plateale della mentalità razzista e di quella eugenetica promossa anzitutto da Francis Galton (verso cui Nietzsche esprime in più occasioni, esplicitamente, la sua stima).
Analogamente, quando Nietzsche elogia la schiavitù degli inferiori, non si può dimenticare che lo fa in un’epoca in cui di schiavitù concreta e di abolizionismo si dibatte ogni giorno sui giornali da lui letti. Quando poi al superuomo, è possibile fingere che la furba traduzione “oltre-uomo” ripulisca il termine dal suo odore malvagio, dimenticando volutamente che il termine non rimane, in Nietzsche, senza precisi edespliciti riferimenti storici, a Giulio Cesare, al crudele e senza scrupoli Cesare Borgia, al dittatore e sterminatore Napoleone?
Quanto alle presunte manipolazioni nazistificanti di Elisabeth, tante volte chiamata in causa come un “parafulmine” per scagionare il filosofo dai riconoscimenti attribuitigli dal nazismo, sono ormai in tanti a ricordare un fatto banale: La volontà di potenza viene pubblicato nel 1901, quando Hitler è solo un ragazzino ed Elisabeth, che non è un’indovina, non può aver alcuna ragione per presentare il fratello come un hitleriano ante litteram .
Per chi scrive il tentativo di “denazistificare” Nietzsche – tentativo, nota Maurizio Ferrraris nel suo Spettri di Nietzsche, che ha luogo, “non casualmente fuori della Germania”- ricorda l’analoga operazione fatta da quanti presentano tutte le realizzazioni del comunismo come pure incomprensioni del pensiero di Karl Marx.
Contro la morale biblico-cristiana
E’ vero, Nietzsche non è un pensatore sistematico, e dalla sua ricca produzione si possono trarre pensieri anche contrapposti e antitetici, ma alcuni nazisti avranno la possibilità di utilizzare, almeno in parte, le sue opere, e di rifarsi ad esse, per il semplice fatto che, come lui, rinnegano totalmente la morale biblico-cristiana, contenuta nel Vecchio e nel Nuovo Testamento; come lui denigrano la “compassione” (che per Nietzsche ci “carica della miseria altrui“, “intralcia la legge dell’evoluzione, che è legge della selezione”, favorendo “l’abbondanza di malriusciti”) e negano l’esistenza di una morale oggettiva e trascendente, così come l’eguaglianza in dignità tra gli uomini; come lui ammirano Napoleone e i superuomini-dittatori, e vogliono annientare, con l’eugenetica, i malriusciti e i malaticci; come lui predicano le virtù guerriere, del corpo e della forza, contro le virtù dello spirito e identificano, come un unico male proteiforme, ebraismo, cristianesimo e socialismo…
Frustrazione, rabbia, risentimento?
Certo, come mai Nietzsche, malaticcio, debole di salute, infermo nella psiche, non proprio di successo, come spererebbe, con le donne... possa divenire l’esaltatore dell’uomo forte, sano, guerriero, appare a prima vista un mistero; ma un mistero perfettamente conciliabile con la sua mania di grandezza frustrata, con il suo orgoglio piegato dalla vita reale (nelle sue lettere scrive sempre di essere “un animale straordinariamente famoso”, vanta schiere di ammiratori, soprattutto tra le “signore più affascinanti” del bel mondo…, senza che ciò sia vero); un mistero del tutto analogo a quello del suo ammiratore Adolf Hitler: piccolo, nero, sgraziato, fisicamente gracile, di sangue non del tutto “puro”… sarà il massimo teorico della superiorità degli ariani alti, biondi, fisicamente possenti!
Non è forse il risentimento, verso una realtà che non è interamente dominabile, a fargli dire che “Dio è morto”? Non è forse la rabbia per il non poter essere davvero Dio, a generare l’odio verso Dio? Non è forse, la follia di Nietzsche, null’altro che l’inevitabile sbocco del tentativo inesausto di cambiare la realtà dei fatti, quella per cui Dio è Dio, e l’uomo una fragile, eppur nobile, creatura?
Gli ebrei
Quanto all’antisemitismo, Nietzsche non è antisemita nel senso razziale del termine. Ma la sua polemica costante con il popolo ebreo, in quanto portatore di dogmi nefasti (esistenza di un Dio trascendente e personale, creazione del mondo, eguaglianza e fratellanza delle anime, esistenza della colpa e del peccato, dell’aldilà e di un giudizio finale, decalogo mosaico contenete anche il “non uccidere”…), è del tutto analoga a quella che effettueranno i nazisti, concordi con lui persino nel respingere il tempo lineare biblico, cui contrapporranno il simbolo ciclico della svastica e la reincarnazione hitleriana.
Così l’estraneità di Nietzsche, in vari passi, al razzismo, e il suo desiderio di fucilare, oltre al papa e alcuni altri avversari politici, gli antisemiti, va insieme con questa definizione: “un antisemita è un ebreo invidioso, vale a dire il più stupido tra di loro” (cit. in Nietzsche e gli ebrei, Giuntina, Firenze, 2011, p. 243); con la convinzione che il maledetto cristianesimo sia figlio dello “spirito sacerdotale ebraico”; con l’attacco mortale alla “morale ebraico-cristiana”, agli ebrei come “popolo più infausto della storia”, agli ebrei polacchi contemporanei che, come i primi cristiani, “non hanno un buon odore”, all’esaltazione di Pilato che consegna l’ebreo Cristo alla morte -“un ebreo in più o in meno- che conta?” (L’Anticristo, cap. 24 e 46); e ancora: “Gli Ebrei – un popolo “nato per la schiavitù”, come dice Tacito e con lui tutta l’antichità […]: è con esso che comincia, nella morale, la rivolta degli schiavi” (Nietzsche, Al di là del bene e del male, Adepphi, 1977, p. 94).
da: Il Timone, maggio 2016;

sabato 2 luglio 2016

Christus orator. La regalità di Cristo negli scritti di san Tommaso Moro, martire

di Moreana

Non vi è maggior omaggio reso ai santi – soprattutto se martiri della fede – se non nel testimoniare ed esaltare il fine ultimo delle loro tribolazioni terrene : Nostro Signore Gesù Cristo. È per tale motivo che vorremmo sottoporre alla gentile attenzione dei lettori di Radio Spada un passo tratto dal De tristitia Christi del santo e dotto Tommaso Moro. L’opera fu composta in condizioni di estrema precarietà materiale durante il periodo di carcerazione del Moro nella Torre di Londra. L’ultimo cancellerie della Inghilterra cattolica compose nel 1534 una lunga ed originale meditazione sull’agonia morale del Salvatore. Lo scritto di pregevole qualità letteraria – come dubitarne dato che lo stesso Moro mise a soqquadro nel 1516 tutta l’Europa con la pubblicazione della sua Utopia ? – non solo si distingue per la profondità delle meditazioni, ma anche per l’attenzione che il Moro rivolge ai minimi dettagli della sequenza evangelica. Nulla egli lascia inesplorato nella sua analisi.
Il capitolo 15 dell’opera tratta della divinità di Gesù e della Sua regalità. Lo riportiamo integralmente (tratto dall’edizione a cura di Domenico Pezzini – introduzioni e note – e traduzione di Simona Erotoli, Milano, Edizioni Paoline, 2011, pp. 161-164.)

Cristo quindi, avvicinatosi alla turba, domanda :
“Chi cercate?”. Risposero : “Gesù il Nazareno”.
C’era con loro anche Giuda, che lo aveva tradito.
E Gesù disse loro : “Sono io”.
Non appena Gesù disse loro: “Sono io”,
indietreggiarono e caddero a terra. (Gv 18, 4-6)

Se in precedenza il timore e l’angoscia di Cristo avevano in qualche modo diminuito nell’animo di qualcuno la stima per lui, ora, viceversa, è necessario restituirgliela per la virile fortezza e l’imperturbabilità con cui si dirige verso l’intera banda di questi uomini armati, sicuro di essere ucciso: Sapeva infatti tutto ciò che gli sarebbe accaduto. Poiché quelli non sapevano chi fosse, egli stesso si consegna a questi scellerati e si offre spontaneamente come vittima di un feroce assassinio. E senza dubbio, questa trasformazione tanto repentina e tanto radicale sarebbe giustamente straordinaria anche solo in rapporto alla sua venerabile umanità. Ma quale considerazione e quanta stima di lui dovrebbe nascere nel cuore di tutti i fedeli davanti al vigore della potenza divina che sfavilla così mirabilmente attraverso il debole corpo di un uomo? Infatti, a che cosa è dovuto il fatto che nessuno di quelli che lo cercavano lo riconobbero mentre si avvicinava? Aveva insegnato nel tempio. Aveva rovesciato i banchi dei mercanti. Aveva cacciato fuori dal tempio gli stessi mercanti. Aveva vissuto in mezzo alla gente. Aveva confutato i farisei. Aveva dato soddisfazione ai sadducei. Aveva confuso gli scribi. Con una risposta prudente si era preso gioco degli erodiani e delle loro capziose domande. Con cinque pani aveva esaltato settemila uomini; aveva guarito i malati, aveva resuscitato i morti, si era mostrato a ogni sorta di gente: a farisei e pubblicani, ricchi e poveri, giusti e peccatori, ai Giudei, ai Samaritani e anche ai Gentili. E ora, tra tutta quella gran folla, non c’era nessuno che riconoscesse dal volto o dalla voce colui che si avvicinava, come se coloro che li avevano inviati si fossero preoccupati di non mandare in quel luogo nessuno che avesse visto in precedenza colui che ora cercavano. Non c’era qualcuno che, almeno dall’incontro con Giuda, dall’abbraccio e dal bacio, il segnale che avevano convenuto, avesse riconosciuto Cristo? E anzi, lo stesso traditore, che in quel momento era con loro, ora di punto in bianco non sapeva più riconoscere colui che poco prima aveva tradito con il segnale del bacio? Da dove dunque ebbe origine questo prodigio? Senza dubbio il fatto che nessuno poté riconoscerlo si spiega allo stesso modo di quanto avvenne poco dopo, quando né Maria Maddalena che lo guardava, né il primo né il secondo dei discepoli che parlavano con lui, lo riconobbero, fino a quando non fu lui a rivelarsi: questi infatti lo ritennero uno straniero qualsiasi, quella un giardiniere. Infine, se vuoi sapere come poté accadere che quando si avvicinò a loro nessuno fu in grado di riconoscerlo, non dubitare che questo è dovuto allo stesso motivo per cui quando parlò nessuno poté rimanere in piedi: Non appena Gesù ebbe detto: “Sono io”, indietreggiarono e caddero a terra.
Così Cristo mostrò apertamente di essere davvero il Verbo di Dio, che colpisce e penetra più profondamente di qualsiasi spada a doppio taglio. E infatti si tramanda che la folgore è di tale natura da fondere una spada lasciandone integro il fodero. Certamente la voce di Cristo fece fondere gli spiriti di costoro lasciandone illesi i corpi, e così non rimasero loro le forze per sostenere le membra.
In questo passo l’evangelista ricorda che Giuda era con loro. Infatti, avendo udito che Gesù gli rimproverava apertamente il suo tradimento, o perché turbato dalla vergogna, o perché terrorizzato per la paura (poiché conosceva l’impulsività di Pietro), indietreggiò immediatamente e si rifugiò tra i suoi. L’evangelista, dunque, ricorda che costui stava con loro, perché comprendiamo che anch’egli cadde a terra con loro. E per la verità tra tutta quella non c’era nessuno peggior e di Giuda, nessuno più meritevole di essere gettato a terra; ma l’evangelista ha voluto ammonire tutti quanti perché ognuno di noi faccia attenzione alle persone che frequenta. Se infatti qualcuno va a stare tra i malvagi c’è pericolo che anch’egli vada in rovina con loro, poiché accade raramente che chi è così stupido da imbarcarsi su una nave malridotta con dei futuri naufraghi raggiunga vivo la terraferma dopo che tutti gli altri sono stati inghiottiti dal mare.
Nessuno, credo, può dubitare che chi con una sola parola riuscì a gettare a terra quella gente, con una parola poteva facilmente scaraventarli al suolo con tanta energia che nessuno si sarebbe mai più potuto rialzare. Ma Cristo, che li fece cadere affinché sapessero che non potevano infliggerli nessuna sofferenza contro la sua volontà, permise che si rialzassero perché portassero a termine ciò che voleva subire.
Ciò che a Moro interessa sottolineare è l’assoluta padronanza che Cristo, nonostante tutte le sofferenze provate nell’ora terribile del Getsemani, ha sugli avvenimenti. Egli è il re dell’universo, il principio generatore di ogni ordine e armonia. L’eccellenza della passione consiste precisamente nel potere che Cristo ha accordato agli uomini sulla Sua santa persona e umanità. Come ci ricorda un’altra grande mistica, Angela da Foligno, Egli ha concesso alla materia (ai chiodi, al legno della Croce, alle fruste, alla corona di spine) di esercitare una violenza nelle Sue carni, secondo quanto detto a Ponzio Pilato “Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa più grande” (Gv 19, 11). Il Cristo annientato sulla Croce è lo stesso Cristo che ammiriamo – forse talvolta atterriti – nelle immagini musive del Pantocratore: Egli è sempre re. Così, san Disma, il ladrone convertito, riconosce questa prerogativa nelle sue ultime parole “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Il Creatore permette che sia un peccatore, dei più miserabili, a dichiarare che Egli è re. Ed è in virtù di queste parole e della tradizione secolare cristiana che la regalità sociale di Cristo sarà solennemente proclamata da papa Pio XI l’11 dicembre 1925 con la bolla Quas Primas.
L’antica e veneranda immagine del Cristo Pantocratore del monastero di Santa Caterina del Sinai svela in parte questo mistero: è possibile notare che il volto di Cristo è come ‘sdoppiato’. La deformità è solo apparente, poiché l’immagine veicola un significato teologico profondissimo, ossia l’ipostasi delle due nature, umana e divina: se il lato destro del volto comunica maestosità e timor di Dio, quello sinistro rivela uno sguardo carico di dolcezza e umanità che ci compatisce (per facilitare la lettura dell’immagine è possibile coprire, di volta in volta i due lati dell’icona, il risultato è impressionante!). E’ lo stesso Cristo maestoso e terribile che con la Sua voce annienta gli avversari nel Getsemani e che al contempo deplora con tono attonito, seppur consapevole – poiché sapeva tutto ciò che sarebbe accaduto-, il gesto di Giuda (“Con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo?).
Ma torniamo all’ottimo Moro. Sappiamo che egli è martire della causa papale, per non avare voluto consentire all’Atto di Supremazia di Enrico VIII, con cui il sovrano inglese proclama la propria indipendenza da Roma. Insomma, è il caso di dirlo, Enrico VIII è l’uomo dei divorzi: prima dalla legittima moglie, Caterina d’Aragona – santa donna – e poi dalla Chiesa di Cristo… speriamo che non abbia divorziato negli ultimi istanti dal Paradiso, perché in quel caso non finirà mai di pagare le spese processuali… Anche nel caso del cancelliere inglese, il Re dell’Universo ha concesso particolari prerogative. Sapete, infatti, che il Moro ha subito il martirio della Fede nell’ottava della festa di San Pietro – primo papa? Infatti, la condanna toccò dapprima il vescovo John Fischer il 22 giugno – ossia sette giorni prima il 29 giugno, solennità di san Pietro e Paolo – e poi il Moro il 6 luglio. Nella sua ultima lettera alla figlia amatissima Maragaret, scrive:
“So di recarti un grande dolore, buona Margherita, ma mi dispiacerebbe se la cosa andasse più in là di domani. Poiché è la vigilia di san Tommaso e l’ottava di San Pietro, e perciò è domani che io bramo di andare a Dio : sarebbe un giorno molto adatto e conveniente per me. Ma mi piacque il tuo moro di fare verso di me meglio di quando m’avevi baciato l’ultima volta, poiché mi piace che l’amore di filgiola e la cara carità non si prendano il lusso di preoccuparsi della cortesia del mondo” (dalle Lettere, Milano, edizioni Vita e Pensiero, 2008, p. 407).
In Te Domine speravi, non confundar in eternum. Tommaso Moro subisce il martirio nel momento giusto e al posto giusto. Nulla, infatti, resta incontrollato agli occhi del Signore.

venerdì 1 luglio 2016

Evoluzionismo e creazionismo: Scienza e metafisica rispondono.

di Isacco Tacconi

Da Cartesio in poi, o meglio, da Guglielmo d’Ockham in poi, nell’ambito filosofico si è operata una frattura tragica che la modernità ha portato alle sue estreme conseguenze, quella fra la conoscenza metafisica e la conoscenza empirica. Questa frattura insanabile è un riverbero della sentenza sia razionalista che fideista (a seconda del punto di partenza) sull’inconciliabilità tra verità della fede everità della ragione le quali, secondo Ockham, possono anche essere in contraddizione anzi, di fatto, lo sono. Questa idea “ha camminato” nei secoli e ha messo radici nella coscienza liberale dell’Occidente fino allo scetticismo empirico-materialista contemporaneo. In realtà, all’origine di questo divorzio insanabile tra fede e ragione c’è l’averroismo con la sua dottrina della “doppia verità”, oggi tornato in auge grazie al neo-modernismo che caratterizza la filosofia e la teologia contemporanee, ben piantate sulla dialettica hegeliana tra dogma e storia, tra dottrina e prassi pastorale, tra norma e carisma e così via, tra fede e scienza e così via.
Ma è proprio vero che la metafisica è in contraddizione con i dati della scienza empirica? Ciò che io posso conoscere con “evidenza” morale attraverso i dati metafisici non ha niente a che vedere con ciò che posso conoscere con “certezza” attraverso i dati fisici? Scienza e metafisica sono insomma due rette parallele che non si incontrano mai e se si incontrano non hanno niente da dirsi?
Secondo quesito da considerare: è sostenibile armonizzare “creazione” ed “evoluzione”? Si può ammettere l’evoluzione a partire dalla creazione? E poi, è sostenibile l’affermazione secondo la quale una creatura che si evolva da se stessa o che abbia la capacità di mutare se stessa in una creatura totalmente diversa da ciò che è attualmente, sia più perfetta di una creatura in se stessa già compiuta e realizzata?
Per rispondere a questi interrogativi e per trattare oggettivamente la questione evoluzionista in maniera generale, esaminando soltanto le sue fondamenta e non ogni suo aspetto strutturale secondario, bisognerà adottare due prospettive complementari: quella metafisico-ontologica e quella scientifico-fenomenica. Le due, infatti, non si escludono a vicenda al contrario si completano e sostengono reciprocamente, e ciò che deve essere assolutamente chiaro è che entrambe, nei loro giudizi ultimi sulla realtà, devono volgere verso una concordanza, altrimenti, se si contraddicono irrimediabilmente, o l’una o l’altra, o entrambe, sono false.
Lo status quaestionis
In ambiti accademici cattolici è oggi prevalente la tesi che sostiene la conciliabilità tra evoluzione e creazione. Eppure una tale affermazione entra in collisione con diversi dati e della scienza e della fede, vediamo quali.
La cosiddetta teoria dell’evoluzione si basa sul postulato, dato per assodato, che un essere di natura inferiore, (es. la scimmia), a causa delle influenze dell’ambiente esterno, per un’innata capacità di mutamento interiore e per una serie di meccanismi estrinseci, come ad esempio “la selezione naturale”, possa “evolversi” (il termine «evolversi» propriamente significa «trasformarsi» o «mutarsi») in un essere di natura superiore, (es. l’uomo).
Ma una tale teoria (teniamo a precisare che è una teoria e non una verità) contraddice almeno tre principi evidenti e fondamentali della ragione: 1) l’effetto dipende sempre da una causa a lui superiore 2) il più perfetto non può venire dal meno perfetto 3) l’atto precede la potenza come la forma precede la materia.
Questi principi possono essere riuniti in uno solo, ossia “il più non può venire dal meno”. “Tale principio – dice padre Garrigou Lagrange – esprime che il divenire non può derivare se non dall’essere determinato, l’essere causato dall’essere non causato; il contingente dal necessario; l’imperfetto, il composto, il molteplice, dal perfetto, dal semplice, dall’uno; l’ordine dall’intelligenza. Solo il superiore spiega l’inferiore”[1].
Eppure coloro che vorrebbero conciliare evoluzione e creazione devono, per forza di cose, aggirare l’ostacolo dell’impossibilità ontologica, quindi metafisica, ma anche biologico-empirica, che dal meno perfetto possa derivare il più perfetto. Per fare ciò si deve sostenere che la perfezione di un ente non starebbe nel suo essere già compiuto bensì nella sua capacità di mutare ossia nell’indefinitezza, nella mutevolezza, in altre parole, nel suo “divenire”, cioè nella sua “evoluzione”.La perfezione, in definitiva, starebbe nell’imperfezione.
In questo modo, però, si andrebbero a negare i principi più elementari della ragione come quello per cui la perfezione risiede in un ente in atto e l’imperfezione in un ente in potenza. L’atto (in greco «enèrgheia»), nel linguaggio metafisico, indica l’essere di una cosa, il sussistere determinato e compiuto di una cosa, il suo essere realizzato e perfetto sotto un certo aspetto. La potenza (in greco «dynamis»), invece, indica deficienza, incompiutezza, indefinitezza, mutevolezza e può essere attiva, (capacità di essere qualcosa), o passiva (capacità di ricevere una perfezione).
Facciamo qualche esempio. Una quercia di cento anni è un albero in atto mentre una ghianda è un albero in potenza. Fine della ghianda non è rimanere ghianda ma divenire quercia realizzando così la propria potenzialità, passando cioè da quercia in potenza a quercia in atto. Pertanto la ghianda, in relazione alla sua finalità, sarebbe imperfetta perché non ancora giunta al suo fine che è divenire quercia. Similmente uno spermatozoo maschile che dipende nell’essere da una causa immensamente superiore (l’uomo), è un entità, singolarmente presa, imperfetta perché non ancora giunta a realizzare il fine che la sua stessa natura ci indica: fecondare una cellula uovo femminile. Esso, infatti, non esiste che per fecondare, e quello è il suo unico fine perché, nel fecondare, si esaurisce la sua ragion d’essere. Ma tale fine non è un’attribuzione estrinseco-nominale stabilita “per convenzione” dall’uomo, ma è iscritto nella sua natura che si manifesta nel suo comportamento («agere sequitur esse») che un qualsiasi medico può oggettivamente osservare non appena esso entra nell’organismo della donna.
Dunque, riassumendo, non solo ogni realtà perfetta è causa propria, cioè diretta e immediata, di un determinato effetto ad essa subordinato e ontologicamente inferiore (es. l’uomo è causa dello spermatozoo), ma ogni realtà, anche la più piccola, è finalisticamente determinata (es. lo spermatozoo è ordinato alla fecondazione).
Orbene, dire che un essere in continuo mutamento, cioè che non ha ancora raggiunto il suo fine perché in continua potenzialità, sia un essere più perfetto di uno già in atto, è come dire che la ghianda è più perfetta della quercia, anzi, equivarrebbe a dire che la ghianda, nata ghianda, ma capace di diventare castagno sia più perfetta della quercia da cui è caduta. Ancor peggio, affermare che una creatura capace di evolversi, cioè capace di mutare la propria natura, sia più perfetta di una incapace di evolversi, equivale a dire che uno spermatozoo, finalizzato di per sé alla fecondazione e alla generazione umana, che si evolva in qualcosa di diverso dall’uomo sia più perfetto dell’uomo stesso. In tutto ciò non c’è una riflessione metafisica a partire dall’oggettività del reale né, tanto meno, un’osservazione empirica perché il principio che si vorrebbe sostenere è del tutto astratto cioè idealistico e aprioristico ossia, irreale giacché non ha fondamento nella realtà.
In definitiva ciò che in questo tentativo insostenibile di conciliazione fra evoluzione e creazione si vorrebbe battezzare, è la priorità e la supremazia del divenire sull’immutabile, dell’imperfezione indefinibile sulla perfezione definita la quale è, invece, il presupposto fondamentale e imprescindibile per conoscere qualsiasi realtà o entità. Di fatto, il divenire non si può descrivere perché non possiamo fissarlo in un momento, appunto, “definito” che ci permetta di raffigurarlo per individuarne i tratti essenziali. Possiamo soltanto percepirlo ed “intuirlo” come il movimento costante a cui ogni realtà visibile è sottoposta per il suo essere inserita nella dimensione spazio-temporale. A questo proposito Aristotele con grande intuizione definì il tempo «la misura del movimento secondo il prima e il poi»[2]. Ma definire il movimento, lo ammette lo stesso Aristotele, è arduo[3] se non impossibile perciò egli tenta di spiegarlo come «atto di ciò che è in potenza in quanto in potenza»[4] ovvero un “atto incompleto”. Il movimento, in ultima analisi, è sempre un aspetto negativo di una realtà definita che la scienza empirica di per sé non può né spiegare né oggettivare perché è un sostrato comune all’essere delle creature finite che sfugge alla sperimentazione in laboratorio.
Insomma, seguendo la linea della posizione di compromesso fra evoluzione e creazione si giunge ad invertire l’ordine naturale dei fenomeni biologici oltreché l’ordine naturale della ragione.
Inoltre porre il “mutamento”, o la sola possibilità del mutamento, delle creature come un segno di maggior perfezione delle stesse, entrerebbe in piena collisione con quella che è la natura stessa di Dio, fonte e modello di ogni perfezione nel quale non può esserci mutamento alcuno. Non a caso Aristotele per definire la Perfezione della natura divina dovette ricorre all’immagine di un primo “Motore Immobile” (in greco «Kinùn Akìneton»). Dio infatti è immutabile, perché è l’Atto purissimo privo di qualsiasi potenzialità, privo di ogni difetto o mancanza. Dio, in altri termini, non può “evolvere”, non potrà cioè mai aumentare il suo essere né la sua sapienza, né la sua volontà, né i suoi attributi giacché è l’Essere Perfettissimo o, come disse il Doctor communis, Dio è «l’Ipsum Esse subsistens», in sé compiuto e immutabilmente sussistente. Ma se l’evoluzione fosse di per sé indice di maggior perfezione, Dio non sarebbe perfetto il che è assurdo.
In definitiva l’Essere Perfettissimo, cioè Dio, è immutabile, stabile, eterno, semplice, ragion per cui anche nell’ordine del creato le perfezioni particolari e finite di ogni creatura sono caratterizzate dalla stabilità e dalla definitività dell’essere di cui partecipano.
L’“evoluzionismo creazionista”, inoltre, cade in un’altra contraddizione ossia nella negazione del finalismo intrinseco e, appunto, “specifico” di ogni ente, quella che Aristotele definiva «entelechìa». Ogni realtà, lo abbiamo visto, è finalizzata o, come si dice comunemente, “ha uno scopo”. Perciò ogni essere vivente esiste per assolvere ad un compito specifico, proprio e inalienabile. Ma inserire il principio evolutivo nell’ordine della natura significherebbe ridurre il fine di ogni creatura alla sola evoluzione verso forme via via sempre più perfette, una teoria tutt’altro che suffragata dai dati archeologici, paleontologici e genetici.
Sostenere poi che l’evoluzione di una sostanza imperfetta come un vegetale possa sfociare in una sostanza più perfetta come un animale, contraddice non solo la ragione metafisica ma anche la scienza genetica la quale, grazie alla scoperta dei caratteri ereditari di padre G. Mendel, ha definitivamente acclarato che non può darsi in natura alcun salto di DNA da una specie ad un’altra come, per esempio, dal rettile all’uccello, o dalla scimmia all’uomo. Ogni mutamento di DNA, infatti, comporta una menomazione nella struttura biologica che rende quell’essere irreplicabile ossia sterile, in parole povere, incapace di generare. Questo è evidente anche negli incroci di animali fatti dall’uomo come il mulo che è sterile, o come il “leontigre”, bestia frutto dell’inseminazione in laboratorio fra il leone e la tigre, anch’essa sterile. Ciò ci dice che la natura pone delle barriere insuperabili anche fra specie tra loro simili e che ogni mutamento di DNA non porta mai ad un perfezionamento ma ad una menomazione. È ciò che succede nel caso della Trisomia 21 o “sindrome di Down” la quale consiste in un’alterazione del codice genetico umano nel quale si aggiunge un gene in più che produce i ritardi connessi a questa patologia. Possiamo osservare in questo caso che le persone affette da sindrome di Down sono incapaci di riprodursi, giacché le donne sono in rari casi feconde e gli uomini costantemente sterili perciò tra di loro non possono procreare. È ovvio perciò che non potrà mai svilupparsi una nuova razza umana “down” proprio perché ogni alterazione del DNA è una imperfezione o una privazione, non un miglioramento di quella natura.
L’aspetto ideologico dell’evoluzionismo creazionista
A sostegno della tesi di compromesso fra evoluzione e creazione, molto spesso si porta l’esempio di un inventore di computer il quale dapprima ne progetta uno con delle capacità limitate e ben definite, diciamo così, “compiuto” in se stesso. Dipoi ne progetta uno con la capacità di migliorarsi da sé, prima di aggiornarsi e poi di trasformarsi in un computer diverso e più perfetto da come era quando venne “acceso” la prima volta. Certo, si dice, l’inventore aveva previsto questo suo cambiamento ed anzi è stato lui ad inserire questa capacità di evolversi in un “super computer” in quel primo calcolatore “primordiale”. Ma questo è un esempio bello e suggestivo quanto irreale e fantastico al pari della creatura Frankestein o del Golem, giacché l’uomo non è capace (né mai lo sarà) di “creare” un intelligenza artificiale con la caratteristica propria ed esclusiva dell’essere umano che è il libero arbitrio, ovvero la capacità di autodeterminarsi al bene o al male.
La letteratura fantascientifica ha prodotto montagne di racconti sull’intelligenza artificiale che si rivolta contro l’uomo per sopraffarlo e liberarsi dal suo “dominio paterno” ma, come abbiamo detto, questo non è altro che la riproposizione in chiave tecnologico-digitale del mito di Calibano e di Frankestein. Abbiamo l’esempio di “Matrix”, “Terminator”, “War Games” come rappresentazioni della ribellione della macchina contro il suo “creatore”. Un tema che evoca quell’ancestrale peccato originale di ribellione che l’uomo perpetrò contro il suo Creatore che, come una proiezione archetipica inconsapevole, viene immaginato sottoforma di racconto fantascientifico, quasi fosse un fantasma che aleggia nel profondo del suo subcosciente.
La medesima idea dell’uomo creatore di intelligenze artificiali-robotiche può avere anche un’altra attualizzazione, ossia nel senso non di una creatura ribelle ma di una creatura devota e filiale che ringrazia suo “padre” per averla fatta libera. In questo senso abbiamo esempi letterari-cinematografici in “Intelligenza Artificiale”, “L’uomo bicentenario” o la saga di Isaac Asimov recentemente riedita grazie al film “Io robot”. Asimov, non a caso ebreo, possedeva il bagaglio giudaico-cabalistico del mito del “golem”, un essere creato dall’uomo per essere suo servo, ovvero una diabolica scimmiottatura della creazione divina in cui l’uomo vuole farsi creatore a sua volta grazie all’ausilio della magia occulta. È ciò che si sta tentando di fare oggi attraverso le aberrazioni della manipolazione genetica degli embrioni. In Inghilterra da anni si tenta di creare in laboratorio degli “embrioni-chimera” frutto del mescolamento di DNA umano e DNA animale, sacrificando vite umane divenute meri ingranaggi di macchine nelle mani dei nuovi dottor “Frankestein”. Ma tali aberrazioni scientifiche hanno tutte un medesimo esito: tutte, senza eccezioni, falliscono. Questo perché Dio ha posto il Cherubino a custodia dell’Albero della vita e la natura stessa con le sue leggi, si oppone alla nicciana e prometeica volontà di potenza che vorrebbe produrre in laboratorio il “super uomo” (pensiamo al mito di “Capitan America”).
Perché ho parlato di questo in riferimento all’evoluzione? Perché tutto ciò viene a costituire uno degli argomenti “forti” dei sostenitori della conciliazione fra creazionismo ed evoluzionismo ovvero che Dio, “creatore geniale”, avrebbe creato degli esseri “più perfetti” se sono in grado di evolversi autonomamente in forme via via più evolute. Il paragone di questa tesi con l’uomo “inventore di computer”, come abbiamo già accennato, non è sostenibile giacché l’uomo non avrà mai, per quanto possa migliorare la propria tecnologia, la capacità di inventare un essere o una macchina in grado di trasformare se stessa, cioè con le proprie forze, in un qualcosa di più di una semplice macchina programmata per svolgere delle attività predefinite che non solo non si avvicinano lontanamente ad un’intelligenza razionale quindi libera, ma neanche alla struttura vivente di un animale, ossia di un essere “sensitivo” quindi istintivo.
La fantascienza fa il suo dovere ossia produrre “fantasia scientifica” e fin qui nessun problema. Il problema sorge, invece, quando il mondo accademico (cattolico e non) prende i modelli fantascientifici per sostenere delle teorie che vengono proposte come scientifiche. Ma in fondo non dovremmo stupirci giacché evoluzionismo e fantascienza vanno così bene insieme perché hanno un fondamento comune: ossia non hanno fondamento (nella realtà).
Dunque la metafora dell’“inventore di computer” addotta per giustificare la conciliazione fra evoluzionismo e creazionismo, è del tutto invalida nonché assurda. Questo perché l’uomo, in ultima istanza, non potrà mai inventare una macchina dotata di libero arbitrio per il semplice motivo che egli non è Dio, e il libero arbitrio non è una qualità della materia che l’uomo possa manipolare o produrre in laboratorio ma un attributo dell’anima. Esso è una manifestazione dello spirito su cui la scienza empirica, a rigor di logica, non può esprimersi a meno che non voglia presentarsi come “scientismo” ossia, come ha ben dimostrato Francesco Agnoli, essa non voglia diventare “religione della scienza”.
In definitiva non solo è auspicabile ma è più che urgente recuperare le categorie della metafisica aristotelico-tomista unendole all’osservazione empirica, unica via per tentare di comprendere, anche se in minima parte, quello che è il “mistero dell’evidenza del reale”.

[1] Cfr. R. GARRIGOU-LAGRANGE, Introduzione allo studio di Dio, Fede e Cultura, Verona 2013, p. 59; ripreso da Garrigou-Lagrange, Le divine perfezioni secondo la dottrina di S. Tommaso, F. Ferrari (Roma 1923), p. 13.
[2] Fisica, IV, 11, 219b.
[3] Cfr. Ibidem, III, 30, 201b.
[4] Ibidem, 201°.

giovedì 30 giugno 2016

L'arte nella Misericordia

Venerdì 8 luglio alle ore 17.00 presso la Sala Lavitrano della Curia Arcivescovile di Palermo, Via Matteo Bonello n. 2, verrà presentato l’evento nato da un’idea di Mons. Lo Monte di realizzare in pittura: 
“L’Arte nella Misericordia”
Si tratta di 14 dipinti + il ritratto di Papa Francesco, realizzati da artisti Palermitani che riprendono il tema delle opere di misericordia sia Corporali che Spirituali. 
Nell’anno del Giubileo dedicato alla Misericordia, 15 artisti sono statichiamati per affrontare un compito importante: scavare nel profondo del loro animo e dar vita a delle opere partecipate o perché facenti parte del loro vissuto o perché traenti le motivazioni da una particolare capacità di percepire il respiro del mondo.
Opere Corporali: Antonella Affronti (dar da mangiare agli affamati), Pina D’Agostino (dar da bere agli assetati), Sebastiano Caracozzo (vestire gli ignudi), Angelo Denaro (ospitare i pellegrini), Tiziana Viola Massa (visitare gli infermi), Alessandro Bronzini (visitare i carcerati), Franco Nocera
(seppellire i morti), 
Opere spirituali: Marisa Battaglia (consigliare i dubbiosi), Giovanni Gambino (istruire gli ignoranti), Francesco Pintaudi (ammonire i peccatori), Vanni Quadrio (consolare gli afflitti), Antonino Liberto (perdonare le offese), Giuseppe Gargano (sopportare pazientemente le persone moleste), Elio Corrao (pregare per tutti - per Dio per i vivi e per i morti), mentre Caterina Rao ha realizzato il ritratto di Papa Francesco.
Tutti si sono così trovati ad affrontare dei temi semplici ed al contempo, molto complessi giacché nulla è più semplice di un punto e nulla è altrettanto difficile da spiegare. Quindici stili e quindici modi di sentire che hanno prodotto opere intense e differenti. 
A conclusione della presentazione della mostra, le opere potranno essere visitate nel salone Filangeri della Curia Palermitana. La mostra è accompagnata da un catalogo con testi di: S.E.R. Corrado Lorefice, Mons. Salvatore Lo Monte, Loreto Capizzi, Roberto Clementini, Rosalia Coniglio, Aldo Gerbino, Piero Longo, Tommaso Romano, Ferdinando Russo, Vinny Scorsone e Francesco M. Scorsone.

Studio 71 Pa
Ufficio stampa e p.r.
Mariella Calvaruso

Riferimenti
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“L’io e il potere”: da un racconto di Graham Greene

di Luca Fumagalli

La sorpresa del vecchio fu contenuta, poiché a quel punto aveva fatto l’abitudine agli avvenimenti straordinari, quando ricevette dalle mani di un estraneo un passaporto intestato a un nome che non era il suo, un visto e un permesso d’uscita per un Paese nel quale non si era mai aspettato di andare e nemmeno lo aveva mai desiderato. Era molto vecchio, ormai abituato alla vita angusta condotta in solitudine e senza contatti umani: era perfino riuscito a trovare una sorta di felicità nelle privazioni. Passava il giorno e la notte in un’unica camera, una cucinetta e un bagno. Una volta al mese riceveva una pensione piccola ma sufficiente, che proveniva da Qualche Parte, ma non sapeva da dove. Forse aveva a che fare con l’incidente che anni prima lo aveva derubato della memoria. Tutto ciò che gli restava nella mente di quell’episodio era un rumore penetrante, un lampo come di fulmine e quindi lunghe tenebre piene di sogni sconcertanti dai quali alla fine si era destato in quella stessa stanzetta in cui ora abitava.
“La verranno a prendere all’aeroporto il 25” gli disse l’estraneo, “e la condurranno sul suo aereo. La incontreranno all’arrivo e c’è una camera pronta per lei. Le converrebbe non parlare con nessuno sull’aereo”.
“Il 25? Siamo in dicembre vero?”. Trovava difficile tenere dietro al tempo.
“Sì”.
“Allora sarà Natale”.
“Natale è abolito da più di vent’anni. Dall’incidente”.
Rimase lì a chiedersi: “Come si fa a abolire un giorno?”. Quando l’uomo se ne andò, alzò gli occhi, quasi aspettandosi una risposta, verso un piccolo crocifisso di legno appeso sul suo letto. Un braccio della croce si era rotto e con quello un braccio della statuetta: lo aveva trovato due anni prima – o erano tre? – nella pattumiera che divideva con i suoi vicini che non gli parlavano mai. Disse a voce alta: “E tu? Ti hanno abolito?”.
Il braccio mancante parve dargli la risposta: “Sì”.
Esisteva in certo qual modo una comunicazione fra di loro, come se avessero condiviso un ricordo.
Con i vicini non c’era comunicazione. Da quando era tornato alla vita in questa stanza non aveva parlato con uno solo di loro, perché aveva la sensazione che avessero paura di parlare con lui. Era come se avessero saputo qualcosa di lui che egli stesso non sapeva. Forse un delitto commesso prima che calasse la tenebra. Nella strada c’era sempre un uomo che non poteva essere considerato un vicino, perché veniva sostituito ogni due giorni, e anche lui non parlava mai con nessuno, nemmeno con l’ultima signora all’ultimo piano che era incline a spettegolare. Una volta, per la strada, lei pronunciò il nome – non quello che era sul passaporto – con un’occhiata di traverso che aveva incluso entrambi: il vecchio e l’uomo di guardia. Era un nome abbastanza comune: Giovanni.
Una volta, forse perché la giornata era calda e luminosa dopo settimane di pioggia, il vecchio si era arrischiato a rivolgere una frase all’uomo nella strada quando era andato a prendere il pane: “Dio la benedica, caro amico”.
L’uomo aveva fatto una smorfia come colpito da un dolore improvviso e gli aveva voltato le spalle. Il vecchio era andato a prendere il pane che era il suo cibo abituale e da molto tempo si era reso conto di essere seguito in quel tragitto quotidiano. Tutta l’atmosfera era un po’ misteriosa, ma non ne era troppo turbato.
“Credo che ci vogliano lasciare soli, te e me” disse, una volta, rivolgendosi al suo unico pubblico, la statuetta mutilata. Era davvero soddisfatto, come se in qualche punto del suo oscuro dimenticato passato avesse dovuto sopportare un fardello troppo pesante dal quale adesso era libero.
Il giorno che continuava a considerare Natale arrivò e con lui l’estraneo.
“Per portarla all’aeroporto. Ha finito di fare i bagagli?”.
“Non ho molto da imballare e non ho valigia”.
“Gliene trovo una io” e così fece. Durante la sua assenza il vecchio avvolse la statuetta di legno nell’unica giacca di ricambio che mise nella valigia non appena gli fu portata, coprendola con due camicie e un po’ di biancheria.
“E’ tutto quello che ha?”.
“Alla mia età si ha bisogno di molto poco”.
“Cosa ha in tasca?”.
“Solo un libro”.
“Me lo faccia vedere”.
“Perché?”.
“Ho ricevuto degli ordini”.
Lo strappò dalle mani del vecchio e guardò il frontespizio.
“Non ha il diritto di tenerlo. Come ne è entrato in possesso?”.
“Ce l’ho da quando ero bambino”.
“Avrebbero dovuto sequestrarglielo all’ospedale. Dovrò fare rapporto per questo”.
“Non è colpa di nessuno. L’ho tenuto nascosto”.
“La portarono qui in uno stato di incoscienza. Non era in grado di nascondere nulla”.
“Avranno avuto troppo da fare per salvarmi la vita”.
“Per me questa è una leggerezza criminale”.
“Mi sembra di ricordare che qualcuno mi chiese cos’era. Gli dissi la verità. Un libro di storia antica”.
“Storia proibita. Questo andrà nell’inceneritore”.
“Non è così importante” disse il vecchio. “Ne legga un pezzetto prima. Vedrà”.
“Non farò proprio niente del genere. Io sono fedele al Generale”.
“Oh, lei ha certo ragione. La fedeltà è una grande virtù. Ma non si preoccupi. Da qualche anno non lo leggo spesso. I miei passi preferiti li ho qui nella testa, e non potete incenerirmi la testa”.
“Non ne sia troppo sicuro” ribattè l’uomo. Furono le sue ultime parole prima che arrivassero all’aeroporto, e lì tutto cambiò in modo strano.
[Un ufficiale accompagnò il vecchio nel viaggio in aereo, gli fece indossare una veste bianca e un anello da ecclesiastico e lo condusse dal Generale]
Percorsero molte strade stranamente deserte prima di arrivare a una grande piazza. Davanti a quello che una volta avrebbe potuto essere un palazzo c’era una fila di soldati in riga e lì l’auto si fermò. L’ufficiale gli disse: “Scendiamo qui. Non si allarmi. Il Generale vuole accoglierla con gli onori militari che spettano a un ex capo di Stato”.
“A un capo di Stato? Non capisco”.
“Prego. Dopo di lei”.
Il vecchio sarebbe inciampato nella sua veste se l’ufficiale non lo avesse preso per il braccio. Come si raddrizzò ci fu uno scoppio sonoro e per poco non cadde un’altra volta. Fu come se quell’esplosione secca udita una volta, prima che le lunghe tenebre lo avvolgessero nelle loro pieghe, si fosse ora ripetuta dieci volte più forte. Lo scoppio parve spaccargli la testa in due e in quella fessura cominciarono a riversarsi i ricordi di una vita. Ripeté: “Non capisco”.
“In suo onore”.
Abbassò gli occhi sui propri piedi e vide l’estremità della cotta. Si guardò la mano e vide l’anello. Ci fu un cozzo metallico. I soldati stavano presentando le armi.
Il Generale lo accolse con cortesia e venne subito al punto. “Voglio che si renda conto che io non sono in alcun modo responsabile del tentativo di ucciderla” disse. “Fu un grave errore di un mio predecessore, un certo Generale Megrim. Errori simili vengono facilmente commessi nelle ultime fasi di una rivoluzione. Abbiamo impiegato cento anni per costituire lo Stato mondiale e la pace mondiale. A modo suo lui aveva paura di lei e dei pochi seguaci che lei aveva ancora”.
“Paura di me?”.
“Sì. Deve rendersi conto che la sua Chiesa è stata responsabile di molte guerre nella storia. Finalmente noi abbiamo abolito la guerra”.
“Ma lei è un Generale. Fuori ho visto molti soldati”.
“Rimangono come custodi della pace mondiale. Forse fra altri cent’anni cesseranno di esistere proprio come ha cessato di esistere la sua Chiesa”.
“Ha cessato di esistere? Da molto tempo la memoria mi manca”.
“Lei è l’ultimo cristiano vivente” disse il generale. “È un personaggio storico. Per questo ho voluto renderle onore alla fine”.
Il Generale estrasse un portasigarette e glielo porse. “Vuole fumare con me, Papa Giovanni? Mi dispiace di avere dimenticato il numero. Era XXIX?”.
“Papa? Mi perdoni, non fumo. Perché mi chiama Papa?”.
“L’ultimo Papa, ma pur sempre un Papa”. Il Generale si accese una sigaretta e continuò. “Deve capire che non abbiamo niente contro di lei personalmente. Lei ha occupato una grande posizione. Abbiamo condiviso molte delle stesse ambizioni. Abbiamo avuto molto in comune. Questa fu una delle ragioni per cui il Generale Megrim la considerava un nemico pericoloso. Finché aveva dei seguaci, lei rappresentava una scelta alternativa. Fin quando esisteva una scelta alternativa ci sarebbe sempre stata la guerra. Io non sono d’accordo sui metodi adottati da lui. Spararle in modo così clandestino mentre lei diceva… come la chiama?”.
“Le mie preghiere?”.
“No, no. Era una cerimonia pubblica già proibita dalla legge”.
Il vecchio si sentì smarrito. “La Messa?” chiese.
“Sì, sì, credo che si chiamasse così. Il problema era che il suo piano avrebbe potuto farla diventare un martire e ritardare non poco il nostro programma. È vero che c’erano soltanto una dozzina di persone a quella… come la chiama? … Messa. Ma il suo metodo era rischioso. Il successore del Generale Megrim se ne rese conto, e io ho seguito la sua stessa linea più tranquilla. L’abbiamo tenuta in vita. Non abbiamo mai permesso alla stampa di fare nemmeno un accenno occasionale a lei, o alla sua vita tranquilla nel ritiro”.
“Non capisco bene. Deve perdonarmi. Sto solo cominciando a ricordare. Quando i suoi soldati hanno fatto fuoco poco fa…”.
“L’abbiamo mantenuta in vita perché era l’ultimo capo di coloro che continuavano a chiamarsi cristiani. Gli altri si erano arresi senza troppe difficoltà. Che strana sfilza di nomi… Testimoni di Geova, Luterani, Calvinisti, Anglicani. A uno a uno con gli anni si sono arresi tutti. I vostri si chiamavano Cattolici come se avessero sostenuto di rappresentare tutti gli altri anche mentre li combattevano. Storicamente, immagino che voi siate stati i primi ad organizzarvi e a sostenere di seguire quel mitico falegname ebreo”.
Il vecchio disse : “Mi domando come ha potuto rompersi il braccio”.
“Il braccio? Chi?”.
“Scusi, stavo divagando con la mente”.
“Il comunismo è invecchiato ed è morto, e così l’imperialismo. La Cristianità è morta anch’essa, tranne per lei. Immagino che lei fosse un buon Papa, per quanto possano esserlo i papi, e voglio renderle l’onore di non tenerla più in queste squallide condizioni”.
“E’ gentile. Non erano così squallide come crede. Avevo un amico con me. Potevo parlare con lui”.
“Ma che vuole dire? Era solo. Anche quando usciva per comprarsi il pane era solo”.
“Mi aspettava quando tornavo. Vorrei che non gli si fosse rotto il braccio”.
“Ah, parla di quell’immagine di legno. Il Museo dei Miti sarà lieto di aggiungerla alla sua raccolta. Ma è giunta l’ora di parlare di cose serie, non di miti. Guardi quest’arma che metto sulla mia scrivania. Io non sono del parere di far soffrire la gente senza motivo. La rispetto. Non sono il Generale Megrim. Voglio che lei muoia con dignità. L’ultimo cristiano. Questo è un momento storico”.
“Ha intenzione di uccidermi?”.
“Sì”.
Il vecchio provò sollievo, non paura. Disse: “Mi manderà dove ho spesso desiderato andare durante gli ultimi vent’anni”.
“Nelle tenebre?”.
“Oh, le tenebre che ho conosciuto non erano la morte. Solo un’assenza di luce. Lei mi manda nella luce. Le sono grato”.
“Speravo che avrebbe consumato un ultimo pasto con me. Come una sorta di simbolo. Un simbolo di amicizia definitiva fra due persone nate per essere nemiche”.
“Mi perdoni, ma non ho fame. Si proceda con l’esecuzione”.
“Prenda almeno un bicchiere di vino con me, Papa Giovanni”.
“Grazie, quello sì”.
Il Generale riempì due bicchieri. Mentre vuotava il suo la mano gli tremò un poco. Il vecchio levò il proprio come in segno di saluto. Pronunciò a bassa voce alcune parole che il Generale non comprese del tutto, in una lingua che non capì.
“Corpus Domini nostri…”.
Mentre l’ultimo rimasto dei suoi nemici cristiani beveva, fece fuoco. Fra la pressione del grilletto e l’esplosione del proiettile uno strano e terrificante dubbio gli attraversò la mente: era possibile che fosse vero ciò in cui quell’uomo credeva?

giovedì 23 giugno 2016

Il colore degli Italiani? verdi di speranza o di rabbia?

di Aldo A. Mola (*)

Ma che colore hanno gli Italiani? E com'erano prima di indossare la “camicia nera”? Sulla lunga distanza essi risultano un “caleidoscopio cromatico” secondo Maurizio Ridolfi, autore di La politica dei colori. Emozioni e passioni nella storia d'Italia dal Risorgimento al ventennio fascista (Le Monnier). La “roba” si cambia alla svelta, la pelle no. Gli italiani l'hanno coriacea. Inspessita in millenni di trionfi e di servitù. Un po' come quella degli inglesi, che (ma non tutti lo sanno) sarebbero nostri “cugini”. Infatti, secondo Brunetto Latini (che nella Divina Commedia il suo allievo Dante Alighieri mette all'inferno tra i peccatori “contro natura”) il troiano Enea ebbe due figli: Silvio, che si stanziò nel Lazio, e Bruto, che andò a dare nome alla Bretagna. Da lui discese “il buon re Artù”, quello della Tavola Rotonda: dai commensali inquieti e a gambe divaricate, sempre con un piede dentro e uno fuori dalla Vecchia Europa.
Neppure il fascismo fu monocromatico. Il nero degli squadristi e poi della Milizia volontaria di sicurezza nazionale venne ravvivato con distintivi luccicanti e con i colori vividi delle sciarpe di Sansepolcrista, “Marcia su Roma” e altre benemerenze. Poi nel partito entrarono, alla pari, le Camicie azzurro Savoia dei Nazionalisti, affiancati dai “Sempre pronti” (decisi anche allo scontro fisico coi fascisti). Non solo. Le grandi parate del ventennio, dall'Altare della Patria in Roma ai Sacrari militari (Aquileia, Redipuglia...), non furono affatto “in nero”. Ebbero i colori dell'Esercito, della Marina e, quando assunse veste definitiva, dell'Aeronautica. Dominante rimase comunque il tricolore adottato nel 1848 da Carlo Alberto di Savoia, re di Sardegna, e difeso strenuamente da Vittorio Emanuele III contro i tentativi di Mussolini di incastonare il fascio littorio accanto allo Scudo Sabaudo: un colpaccio che al Duce riuscì per gli emblemi degli Enti locali, non per quello dello Stato.
D'altronde il Ventennio fu monocorde solo nella fiaba schematica del regime che, invece, procedette a zig-zag, cambiando decine di ministri nei posti chiave (Interno, Esteri, Guerra e soprattutto Economia Nazionale) e oltre 160 sottosegretari di Stato. Il liberismo originario di Alberto De Stefani non è la stessa cosa del corporativismo; tra Alberto Beneduce (socialista, massone, ideatore e presidente dell'IRI) e l'autarchia vi è un abisso incolmabile dal punto di vista dottrinale e fattuale. Qual è dunque il nerbo dell'“Invenzione della Patria” narrata da Fabio Finotti in Italia (Bompiani)? Secondo lui la Patria “non è un'idea platonica e metastorica, e neppure un dato naturale e immutabile dell'esistenza umana” ma “assume forme diverse a seconda dei luoghi e dei periodi”. I patrioti fanno la Patria, ma la Patria non deve dimenticarli. Se lo Stato ignora gli Statali si mette all'incanto, come accadde all'imperatore romano Publio Elvio Pertinace: non pagò quanto aveva promesso ai pretoriani  che lo avevano eletto e ne venne accoppato (193 d. Cr.).
Messa alle spalle la litania di chi (come Emilio Gentile) da decenni ripete che dal 28 ottobre  1922 “fu subito regime”, si apprezzano letture innovative. Mentre pullulano riedizioni di classici (è il caso del Mussolini di Renzo De Felice curato da Francesco Perfetti per “Il Giornale”), Massimo Luigi Salvadori propone Democrazia. Storia di un'idea tra mito e realtà (Donzelli), Giuseppe Bedeschi perlustra la Storia del pensiero liberale (Rubbettino) e Luciano Pellicani allarga l'orizzonte con L'Occidente e i suoi nemici (Rubbettino): ripetizione dell'antico conflitto tra Sparta e Atene, tra un sistema ideologico militare chiuso e la “democrazia” di Pericle, fondata sul culto della bellezza e del pensiero. Bisogna ricordarsene mentre ancora una volta “Annibale è alle porte”, come argomenta Maurizio Molinari, direttore di “La Stampa”, in Jihad (Rizzoli).
Invero il “mondo” - che sembra rimpicciolito dopo l'11 settembre 2001, con la crisi finanziaria esplosa nel 2008 e il terrorismo politico-religioso dilagante - apparve nelle sue reali dimensioni sin dalla Grande Guerra e dalle sue devastanti conseguenze. L'olocausto armeno riproposto da Alberto Rosselli (ed. Mattioli 1885), già noto nella sua raccapricciante realtà, fu messo tra parentesi perché subito scomodo, come rimane l'ecatombe di tedeschi attuata nel 1945-1946 dall'Armata Rossa di Stalin, sotto lo sguardo indifferente degli anglo-americani, i quali rimasero a ciglio asciutto pure dinnanzi alla documentazione incontrovertibile di quanto avveniva nei lager nazisti. A voltar pagina, a puntare verso un'Europa meno accecata dall'odio mirarono invece uomini armati di fede e di pazienza, come monsignor Agostino Casaroli, Appassionato tessitore di pace (Libreria Editrice Vaticana), bene informato sulla tragedia della “chiesa del silenzio” in quell'“Europa Orientale” che cominciava dal Veneto, come documenta Luciano Monzali nel poderoso volume Gli italiani di Dalmazia e le relazioni italo-iugoslave nel Novecento (Marsilio): una tragedia precorsa dalla lugubre vicenda approfondita da Matteo Forte in Porzus e la resistenza patriottica (Luni).

Le opere citate sono alcune della falange di 220 volumi presentati all'edizione 2016 del Premio Acqui Storia dallo stuolo di Case Editrici grandi, piccole e “di nicchia” (perciò custodi di gioielli), antiche e recentissime. I numeri dei concorrenti e dei loro editori sono un dato inoppugnabile. Quando, un decennio addietro, la sua guida venne affidata a Carlo Sburlati, clinico e saggista poligrafo, alcuni profeti di sventura ne vaticinarono l'irreversibile declino. Pier Angelo Taverna, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, suo principale sponsor, attese i fatti. E questi sono ostinati: gli aspiranti all'inclusione nelle cinquine dei finalisti delle sue tre sezioni (scientifica, divulgativa e romanzo storico: quest'ultima ideata da Sburlati) sono saliti dai 25-30 delle edizioni d'antan a un centinaio e ora superano appunto le due centinaia: opere disparate e coraggiose, come l'intrigante saggio di Luciano Canfora su Tucidide: la menzogna, la colpa, l'esilio, i 500 giorni di Napoleone dall'Elba a Sant'Elena di Luigi Mascilli Migliorini (entrambi ed. Laterza) e le 1500 pagine di Enrica Garzilli su L'Esploratore del Duce. Le avventure di Giuseppe Tucci e la politica italiana in Oriente da Mussolini a Andreotti (Asiatica Association).
A polemiche settarie hanno risposto non solo le decisioni finali delle giurie, sempre serene  e argomentate, come si addice al più prestigioso premio storiografico italiano, ma anche i nomi degli storici inclusi tra i Testimoni del Tempo o destinatari del Premio alla Carriera: Roberto Vivarelli e Giuseppe Galasso, per stare alle ultime due edizioni. Un cammino, il loro, calcato da studiosi dal passo cadenzato, come Gianni Marongiu, autore del formidabile volume su La politica fiscale nell'età giolittiana (Ed. Olschki), e Domenico Fisichella che, terminata la trilogia sull'Italia dal “miracolo del Risorgimento” all'età liberale e a quella tra dittatura e monarchia (l'età della Diarchia, ancora ignota ai più), torna su Totalitarismo. Un regime del nostro tempo (ed. Pagine), un'opera che fonde dottrina politica, pensiero giuridico e storia per liberare dalle confusioni concettuali accumulate dal secondo dopoguerra, quando (è il caso di dire) si fece di tutta l'erba un fascio.
L'ampio ventaglio di candidati al Premio aiuta a rispondere ai suggestivi quesiti di Maurizio Ridolfi sul colore degli italiani. Sulla fine Settecento, per iniziativa di Luigi Zamboni (che egli ricorda) e di Giò De Rolandis (che non cita) essi si dettero la coccarda tricolore, ma (come dichiarò De Rolandis sotto tortura pontificia), “per non fare la scimmia dei francesi”, sostituirono il blu della bandiera straniera con il verde. E lì, va detto, cominciarono i guai perché (a differenza di quanto scrive Ridolfi) il verde non è affatto un colore primario ma nasce dalla mescolanza del blu (distintivo della monarchia) e del giallo (proprio del papato). Nella Bologna del Cardinal Legato senza pensarci e certo senza volerlo erano giù in nuce i Patti Lateranensi dell'11 febbraio 1929? Ridolfi addebita il “caleidoscopio cromatico” degli italiani al continuo “scivolamento” di un colore dall'uno all'altro partito e/o movimento o, aggiungiamo, semplicemente nell'“uso” e nell'abuso. Basti constatare che in tempi andati ci si divideva in bianchi (o azzurri) e rossi, mentre ora, per esempio, i colori del Partito democratico e di Forza Italia sono assolutamente identici. Di lì l'“invenzione” di tinte non da corteo ma da processione, non da comizio ma da merenda fuori porta, per una Patria scolorita e sciapa, malgrado le calze verdi ora imposte alle donzelle dell'Alitalia, ex compagnia di bandiera di un Paese che fu. Ora verde di rabbia più che di speranza.

(*)Vicepresidente vicario (eletto) della Giuria  del premio Acqui Storia, sezione scientifica, Presieduta da Maurilio Guasco, questa è formata da Marco Barberis, Massimo de Leonardis, Mauro Forno, Mola, Gianni Oliva, Giuseppe Parlato, Francesco Perfetti e Gennaro Sangiuliano.

mercoledì 22 giugno 2016

Le nuove classi medie cosmopolite, “guardia pretoriana” del capitalismo terminale

di Paolo Borgognone

Il liberalismo è un “fatto sociale” totale, culturale, politico, economico. È  l’involucro politico-culturale più adatto per l’espansione illimitata del capitalismo odierno (assoluto, perché sciolto da ogni legame e vincolo precedente e terminale, perché dei tempi “ultimi”). In un suo saggio, il filosofo Costanzo Preve ebbe a dire, in merito al ventennio neoliberista (1989-2009) succeduto al tragicomico crollo del comunismo storico novecentesco nei Paesi dell’Europa centrorientale e in Unione Sovietica: «[…] l’ultimo ventennio neoliberista (1989-2009) è stato anche una sorta di grande ed oscena orgia bacchica di festeggiamento per la caduta del baraccone tarlato del comunismo storico novecentesco, che d’accordo con Jameson definirei un grande esperimento di ingegneria sociale dispotico-egualitaria sotto cupola geodesica protetta, cupola geodesica generalmente definita “totalitarismo” nel pensiero politico occidentale apologetico del capitalismo». La “fine capitalistica della Storia” teorizzata dal politologo neodemocratico Francis Fukuyama appare infatti, da una prima lettura, la nuova religione identitaria di massa in nome della quale si celebrano i riti bacchici tesi all’esaltazione della globalizzazione ipercapitalistica e alla celebrazione dell’«onnipotenza dell’economia», o monoteismo del mercato. 
Il programma mondialista, genericamente denominato di “fine capitalistica della Storia” (Francis Fukuyama, 1989), tende irrimediabilmente all’uniformazione neocoloniale globale sotto l’egida della cultura politica dominante dopo il 1989 (e, per certi versi, in Europa Occidentale, già dopo il 1945), ossia il liberalismo come «l’ideologia moderna per eccellenza», un’ideologia fondata sulla metafisica del progresso quale destino ultimo dell’umanità. Il liberalismo è una cultura politica unitaria, equivocata dai suoi teorici e apologeti di sinistra come sostanzialmente scindibile in due tronconi opposti, «un liberalismo politico e culturale “buono”» ascrivibile alla sinistra e all’estrema sinistra postmoderne in quanto «punta più mobile dello Spettacolo moderno» e un «liberalismo economico “cattivo”», ascrivibile invece alla destra erroneamente e tendenziosamente definita “conservatrice”. 
Il liberalismo totalitario (ossia che totalizza in sé sinistra culturale, centro politico e destra economica e che definisce «fuori dalla Storia» e «fuori dal Tempo» ogni istanza e rivendicazione di critica radicale al suo programma di uniformazione globale) contemporaneo, come nota Charles Robin, «affonda le sue vere radici intellettuali in quella che, al momento presente, è necessario chiamare “sinistra”, ossia quel conglomerato di pensieri eterocliti uniti dall’idea (e a partire da postulati e intenti politici spesso discordanti) che la lotta per le “libertà individuali” e il riconoscimento delle “minoranze” – fondamento metafisico dell’attuale “diritto alla differenza” – dovrebbe apparire come l’unico fondamento concepibile di ogni progetto di civiltà “moderno” e “progressista”». In tale contesto, di omologazione cosmopolitica eurocentrica tendente alla disarticolazione, per via principalmente pubblicitaria, dei legami sociali comunitari dei popoli, ricordiamo quanto dichiarato da Costanzo Preve circa i mass-media contemporanei quali strumenti di riproduzione dell’attuale processo di flessibilizzazione desiderante e narcisistica delle masse come conseguenza e parte integrante dell’autoimposizione del monoteismo del mercato quale nuova religione identitaria obbligatoria di sradicamento consumistico globalizzato: «Le nuove cerimonie religiose sono officiate da mezzibusti televisivi sorridenti che si consultano con economisti che ripetono solenni parole in inglese roteando una pipa spenta. 
L’ideologia di questa nuova società è quella della fine della storia». Il “circo mediatico” giornalistico liberale contemporaneo è appropriatamente definito da Preve come una vera e propria forma di «clero secolare». Infatti, «in riferimento all’attuale congiuntura, Preve distingue tra un “clero secolare” (gli apparati mediatici) e un “clero regolare” (gli apparati universitari che forniscono una legittimità all’ordine del mondo), accomunati dal raddoppiamento simbolico-religioso dell’assetto capitalistico». Preve, in un importante saggio del 1999, scrisse apertamente che «il clero giornalistico secolare ha il compito di organizzare una rappresentazione quotidiana profana, il cui scopo è quello di simulare la sacralità del dominio della Nuova Nobiltà finanziaria transnazionale ultracapitalistica e postborghese». Va ricordato, anche e soprattutto che «i gradi superiori del circo mediatico sono composti da opinionisti cosmopoliti e poliglotti», il cui minimo comun denominatore ideologico è la rivendicata adesione al liberalismo di sinistra come motore propulsore politico di una società fondamentalmente liberalizzata a livello culturale, politico ed economico. Il “circo mediatico” liberale contemporaneo è infatti il promotore politico-culturale «della cultura mondiale americana», una cultura il cui «obbiettivo è una società universale di consumo che non sarebbe composta di tribù, popoli, nazioni o cittadini, ma soltanto di questa nuova razza di uomini e di donne che sono i consumatori». 
Gli strapagati pagliacci colti facenti parte degli strati superiori del “circo giornalistico” liberale di sinistra non fanno altro che diffondere, presso il volgo desideroso di spettacolo trash e di spettacolo porno centrati sul chiacchiericcio del talk show politicamente corretto riproduttore della obsoleta dicotomia centrodestra/centrosinistra (perfettamente funzionale al mantenimento inalterato della società liberale odierna) e sull’esibizionismo narcisistico proprio del reality show (in stile Grande Fratello o L’Isola dei Famosi) per teledipendenti compulsivi di ogni ordine e grado, le idee dominanti al servizio delle classi dominanti. Ma qual è la cultura politica caratterizzante queste élites dominanti (Global Class) aventi come obiettivo la flessibilizzazione consumistica, individualistica, narcisistica e cosmopolitica integrale delle masse, nell’ambito di un capitalismo “puro” tendente all’abbattimento di ogni ostacolo (frontiere nazionali, morali, politiche e religiose) all’espansione illimitata della open society perfettamente confacente al dispiegarsi incontrastato di un modello socio-politico ed economico fondato sull’omologazione globale alla suddetta «cultura mondiale americana»? 
La risposta a tale domanda è ravvisabile nelle seguenti parole di Costanzo Preve: «A partire dal 1980 circa siamo […] di fronte a una vera e propria seconda rivolta delle élites […]. Mentre la prima rivolta delle élites (1871-1914) si basava prevalentemente sulla riorganizzazione della sovranità monetaria dello Stato nazionale (con accompagnamento culturale alla Nietzsche-Pareto), questa seconda rivolta delle élites si basa prevalentemente sul controllo di uno spazio economico globalizzato, e il suo accompagnamento culturale non è più prevalentemente di “destra” (Nietzsche, Pareto, Kipling, ecc.), ma è prevalentemente di “sinistra” (postmoderno, Lyotard, Bobbio, Rawls, Habermas, religione olocaustica di colpevolizzazione infinita dell’Europa, ideologia interventistica dei diritti umani, governo dei giudici e dei giornalisti, costituzione materiale basata sullo scandalismo, irrisione della religione vista come residuo superstizioso premoderno, sostituzione del Big Bang alla creazione divina, imposizione del coito e del godimento immediato al posto dell’amor cortese e del dolce stil novo, ecc.)». La liberalizzazione sessuale è la prima tappa verso la costruzione di una società consumistica integralmente liberale laddove l’emancipazione di genere viene letteralmente convertita in uno strumento ideologico «al servizio della riproduzione del Capitale». 
Infatti, in una società realmente liberale, «il sistema capitalistico dovrà naturalmente dispiegare i suoi mezzi più efficaci per ultimare l’opera di discredito totale delle donne che ancora recalcitrano a conformarsi allo standard liberale della donna “attiva”, “indipendente” e “moderna”. Di qui, come si sarà capito, l’interesse pedagogico per la serie Sex and the City». La liberalizzazione tecnologica (comunicazione universale globale tramite l’Internet sociey) è la seconda tappa sulla via della realizzazione di una società integralmente liberale. Da notare come oggi, i sostenitori più accesi dell’affermazione, su scala globale, delle nuove tecnologie di comunicazione multimediale siano proprio i liberali camuffati da comunisti estremisti quali Toni Negri e Alain Badiou. Costoro infatti, aedi di una “rivoluzione cosmopolitica di massa” venduta al ceto medio dei semicolti loro interlocutori come “socialismo dal volto umano” del XXI secolo, non esitano ad affermare che «è lo sviluppo stesso del capitalismo ciò che porterà a costruire automaticamente la “base materiale del socialismo”». Secondo Negri e Badiou, infatti, «si tratta semplicemente […] di affidarsi a quello sviluppo rivoluzionario (se non addirittura, come proponeva ingenuamente Gilles Deleuze, di “accelerarne tutti i processi”) e attendere con pazienza il giorno in cui – quando l’“involucro capitalista” non sarà più abbastanza solido per contenere la dinamica impetuosa delle “nuove tecnologie” – la società comunista potrà sorgere da se stessa, armata da capo a piedi, come una Minerva che esce dalla testa di Giove». 
Ora, tutti sanno che una tale interpretazione degli odierni processi di globalizzazione è, nella migliore delle ipotesi, una lucida follia perché, com’è noto, lungi dal costituire strumenti di emancipazione, le nuove tecnologie di comunicazione universale, sulla scorta dell’industria pubblicitaria più in generale, non svolgono altra funzione che quella di agire nella «deliberata costruzione di un uomo integralmente rimodellato in funzione delle sole esigenze del Mercato e del “governo democratico mondiale”». Il principale fattore di legittimazione di una società liberalizzata e unificata al compulsivo desiderio di consumo e di riconoscimento individuale è la presentazione del liberalismo come ideologia unica del “progresso” e della “democrazia” da parte dei suoi cantori e propagandisti. Non a caso, Ezio Mauro, ex direttore del principale quotidiano italiano di orientamento liberale di sinistra (la Repubblica), ebbe apertamente a dichiarare che «un azionismo di massa è stato il sogno di Repubblica, e non importa se un sogno di minoranza, pur di testimoniare per quarant’anni “una certa idea dell’Italia”, secondo la formula di Piero Gobetti». 
Mauro veicola, senza mezzi termini, l’idea che i liberali di sinistra coltivano in merito al processo di normalizzazione neocapitalistica e neoborghese dell’Italia come parte integrante del mondo unificato all’insegna del cosmopolitismo neoliberale, nel momento in cui delinea il sistema politico confacente a codesto obiettivo attraverso l’istituzionalizzazione di un bipolarismo solidale centrato sull’alternanza al governo tra un partito liberaldemocratico di sinistra pro-Ue e pro-Usa, e un partito liberalconservatore di destra pro-Ue e pro-Usa; l’alternanza unica proposta da Mauro esclude categoricamente ogni avversario della società liberale, bandendolo dallo spazio politico pubblico con l’infamante accusa di “populismo antisistema”. Scrive infatti Ezio Mauro: «Abbiamo creduto in una società politica dell’alternanza, nella distinzione feconda e vitale tra i concetti di destra e sinistra e le loro proiezioni politiche. Con la speranza […] di vedere finalmente in campo una sinistra risolta, europea, moderna e occidentale (il ritardo è enorme e dunque colpevole) e una destra finalmente liberata da tentazioni cesariste, padronali, nostalgiche o xenofobe, che in Italia non c’è mai stata. 
Un’Italia in cui si confrontino una sinistra riformista, di governo, e un partito conservatore autenticamente liberale è il traguardo che indichiamo da decenni: oggi tanto più urgente, prima che arrivi l’onda alta del populismo antisistema che coltiva la rabbia e la disperazione senza mai riuscire a trasformarle in politica, scagliandole in una feroce gioia contro le istituzioni». Le parole di Ezio Mauro rappresentano il più fulgido esempio della summenzionata “seconda rivolta delle élites” a copertura ideologica liberale di sinistra e costituiscono la testimonianza più efficace dell’attuale politica dei mass-media di larga tiratura. Una politica volta alla promozione (per conto delle classi dominanti transnazionali finanziarizzate) di modelli di riferimento politici e comportamentali centrati sul postulato della liberalizzazione (politica, economica, sociale e culturale).