mercoledì 13 settembre 2017

Chesterton, Belloc e… Baring: quando ci si scorda del terzo moschettiere

di Luca Fumagalli

Nella National Portrait Gallery di Londra vi è un quadro di Henry James Gunn (Conversation Piece, 1932) che rappresenta tre scrittori cattolici, due seduti a un tavolo, il terzo in piedi dietro di loro. La corpulenta figura sulla sinistra, curva a disegnare qualcosa su un foglio, è quella riconoscibilissima di Gilbert Keith Chesterton. Sulla destra, appoggiato al tavolo e intento a osservare l’amico al lavoro, siede invece Hilaire Belloc. Se questi due autori sono più o meno noti ai lettori appassionati di cose inglesi, non così l’uomo in piedi, un gentleman calvo, sigaretta in mano, i cui baffetti ben curati gli donano una certa aria signorile, accentuata dall’altezza. Si tratta di Maurice Baring, un brillante romanziere oggi dimenticato.
Il destino di Baring è quello che accomuna tanti uomini di lettere della prima metà del XX secolo, specie quelli che in vita godettero di un vasto consenso di pubblico e critica. Anche se il suo nome lo si può trovare citato nella corrispondenza di illustri conoscenti quali Evelyn Waugh, Lady Diana Cooper e Max Beerbohm, Baring rimane un personaggio marginale che, quando non completamente obliato, brilla più per la vicinanza ai protagonisti della vita culturale inglese del suo tempo che per meriti propri. Del resto anche in Italia, ad esclusione forse di qualche chincaglieria dei bei tempi andati, dei libri di Baring non vi è traccia in nessun catalogo. È un’ingiustizia a cui, si spera, il tempo clemente saprà porre rimedio.
Nato nel 1874 da una ricca famiglia di banchieri, al giovane Maurice furono concessi tutti i vantaggi di una condizione agiata, compresa la possibilità di frequentare le migliori scuole del paese. Dopo Eton andò a Cambridge, dove dimostrò una straordinaria attitudine per le lingue che lo portò a tentare la carriera diplomatica. Superò gli esami a Londra solo al terzo tentativo, interessato più che altro a godersi la vita mondana della capitale imperiale. Il teatro era la sua vera passione. Ammirava in particolare Sarah Bernhardt, la grande attrice che già aveva fatto innamorare Oscar Wilde. Per il resto era tutto feste e bisbocce. Problemi economici, d’altronde, non ce n’erano: il padre, Lord Revelstoke, era generoso con le sue mance, e anche quando più tardi venne a mancare, il fratello John, erede dell’impero bancario famigliare, gli garantì sempre un appannaggio mensile.
Per uno come Baring, animato da una fanciullezza dello spirito che lo rendeva leggero e solare, facile agli scherzi, il lavoro in diplomazia non era il più indicato. Dopo una breve parentesi a Parigi, Copenaghen e Roma, nel 1904 decise quindi di mollare tutto e di dedicare la sua esistenza interamente alla scrittura.
Quando giunse in Russia, impegnato come corrispondente al fronte durante il conflitto russo-giapponese, Baring si trovò immerso in un mondo vasto, misterioso, che subito lo attrasse e, alla lunga, lo conquistò. Imparò la lingua e iniziò a tradurre i classici di una letteratura che, all’epoca, era pressoché sconosciuta in Occidente. L’influenza di Anton Čechov riecheggia nello stile naturale dell’inglese, che tornò nella terra degli zar numerose volte, visitandola in lungo e in largo.
Nel frattempo, complice la ben nota affabilità, il cerchio delle amicizie di Baring in Inghilterra andava via via espandendosi. Nell’estate del 1908 insieme a Belloc e Raymond Asquith diede il via a un nuovo giornale, il «North Street Gazette», che purtroppo durò un solo numero. Dalle sue ceneri nacque l’«Eye Witness», una testata coraggiosa, votata al giornalismo d’inchiesta (più tardi mutò nome in «New Witness»). Alla direzione furono impegnati prima Belloc e poi Cecil Chesterton.
Tra i nuovi amici di Baring non poteva mancare G. K. Chesterton, un uomo di cui apprezzava soprattutto la grande onestà intellettuale. Con lui trascorse momenti indimenticabili. Il confronto tra i due, sempre profondo e sincero, era un alternarsi di birre e risate. Gli argomenti delle conversazioni spaziavano dall’arte alla politica, dalla letteratura alla religione, ed è certo che dietro la conversione di Baring al cattolicesimo, avvenuta nel 1909, tanto Chesterton quanto Belloc abbiano giocato un ruolo di primo piano.
Nei voluminosi quaderni che Baring compilò per tutta la vita con precisione maniacale – così come nell’autobiografia The Puppet Show of Memory (1922) – vi sono diversi appunti a proposito del suo ingresso nella Chiesa di Roma. In mezzo ai disegni, alle recensioni e alle fotografie che trovano spazio tra le pagine scarabocchiate d’inchiostro, molti passaggi ripercorrono le ragioni di un gesto che l’inglese non esitò a definire «l’unica azione di cui sicuramente non mi pentirò mai».
Fu solo al termine del primo conflitto mondiale che Baring poté finalmente affiancare alla carriera di giornalista e critico quella di scrittore. Nel complesso diede alle stampe qualcosa come cinquanta libri, tra romanzi, testi teatrali, volumi di poesie, saggi e racconti. Ogni sua pubblicazione venne generalmente accolta con favore e illustri contemporanei come mons. Ronald Knox e François Mauriac furono tra i più entusiasti ammiratori della sua opera. Solo Virginia Woolf accennò a qualche riserva, ma la sua opinione, per quanto profetica, rimase tuttavia isolata.
I romanzi di Baring, i più famosi dei quali sono C (1924), Cat’s Cradle (1925) e The Coat without Seam (1929), rivelano un approccio religioso alla vita che vira verso lo struggente, presentando storie d’amore infelici, con quel senso di lacrimae rerum che rende l’esistenza dei personaggi al limite dell’intollerabile. Le trame sono complicate e spesso sembrano non portare a nulla, mentre i protagonisti si muovono all’interno di una fitta rete di relazioni che ha la consistenza del sogno (al pari di ogni vana ambizione sociale e sentimentale, destinata a rimanere tale). L’imperfezione dell’uomo, con tutto quello che ne consegue di bene e di male, è la vera cifra distintiva dei suoi racconti, che Ethel Smyth, non a caso, giudicò alla stregua di lavori teologici. Per Chesterton, invece, i libri dell’amico rappresentavano un provvidenziale salto di qualità verso il realismo – nel senso più profondo e pieno del termine – purtroppo assente in molta letteratura cattolica coeva, ottusamente ancorata a un romanticismo che appariva ormai fuori luogo. Fu forse questo uno dei motivi per cui i suoi lavori vennero molto apprezzati anche in Francia.
Sfortunatamente la popolarità non tardò a presentare il conto a Baring: vittima del morbo di Parkinson, trascorse gli ultimi anni che gli restavano su questa terra, dal 1936 al 1945, nella quasi immobilità. Non avendo moglie, poté contare solo sull’aiuto degli amici che si fecero letteralmente in quattro per assisterlo. La compagnia del canarino Dempsey fu l’unica consolazione per un vecchio che vedeva intorno a sé l’amata Europa estinguersi tra le fiamme del secondo conflitto mondiale. Eppure non c’è da dubitare che la Fede bastò a garantire un lieto fine alla sua vita.
da: www.radiospada.org

martedì 5 settembre 2017

“Cosmopolis”: l’arte di vivere all’epoca dell’imprevisto

di Luca Fumagalli

Un uomo e una limousine. A David Cronenberg non serve altro (o quasi) per imbastire il suo personale affresco della vita postmoderna. Cosmopolis (2012), film tratto dall’omonimo romanzo di Don De Lillo, è una rivisitazione dell’Ulisse di Joyce, l’avventura di un giorno che diventa metafora della condizione umana.
Il protagonista è il ventottenne miliardario Eric Packer, genio della finanza. Grazie alle sue brillanti doti è riuscito in poco tempo a creare un’impresa di successo, con numerosi dipendenti e un patrimonio da capogiro. La sua vita, caratterizzata da un routine puntigliosa, viene improvvisamente sconvolta da un investimento sbagliato che rischia di far affondare il suo impero. Il giovane, al primo errore in carriera, è turbato. Decide così di raggiungere l’altra parte della città, dove si trova il vecchio parrucchiere di fiducia, per un rilassante taglio di capelli. La limousine, però, procede a passo d’uomo: le strade sono congestionate a causa della visita del presidente degli Stati Uniti e, a complicare ulteriormente il tragitto di Packer, oltre a una manifestazione politica, la guardia del corpo lo informa che qualcuno è sulle sue tracce per ucciderlo.
Cosmopolis è un film di rara potenza visiva, che sfrutta i pochi mezzi a disposizione a favore di una sceneggiatura fitta di dialoghi. Quasi tutta la pellicola è girata all’interno della limousine, una sorta di casa mobile dove Packer incontra i personaggi più improbabili e in cui, ogni giorno, un medico è fatto salire per effettuargli una colonscopia (il ragazzo è infatti ossessionato dalla sua prostata asimmetrica e teme il tumore).
Robert Pattinson, svestiti i panni del vampiro di Twilight, si dimostra un attore di talento. Il suo Packer, monoespressivo e apatico, tanto da non sembrare neanche un essere umano, svela allo spettatore una realtà in cui i rapporti interpersonali sono semplicemente impossibili. L’egoismo, il desiderio di consumare l’altro per i propri piaceri edonistici, riduce le relazioni a uno sfregamento di corpi, a violenza o a colloqui privi di reale confronto, più che altro monologhi scaturiti dalle pance di spiriti misantropi.
Ne mondo di Cosmopolis non esiste vero appagamento. La noia di vivere si manifesta per la prima volta al protagonista nella forma dell’imprevisto: il rischio del tracollo finanziario è per lui una rivelazione provvidenziale. In altre parole, si rende improvvisamente conto di come l’esistenza che ha condotto fino a quel momento, per quanto piena di successi, sia in realtà la caricatura della vita, uno stanco trascinarsi tra un appetito e l’altro, esattamente come i topi che i contestatori gettano contro la sua automobile. Anche il sesso – nel film sono presenti un paio di scene che, se si vuole, si possono tranquillamente saltare – non ha nulla di esaltante, è solo una fuga provvisoria dagli affanni, è una sospensione del tempo che non appaga in alcun modo.
A Packer viene offerta dal destino la possibilità di cambiare. Lui, che è emblema di quei potenti tanto odiati che tengono per il guinzaglio il pianeta, si sgonfia come un palloncino. Il viaggio in auto è quindi emblema di un cammino di rigenerazione i cui esiti, però, sono tutt’altro che certi. Il protagonista cambia, anche fisicamente, nei vestiti, così come mutano i legami con la realtà esterna. Tutto sta nel vedere se Packer sarà in grado di portare alle estreme conseguenze le scelte maturate, quel nuovo sguardo “asimmetrico” – come la prostata e l’incompiuto taglio di capelli – che ha appena scoperto.
Cosmopolis, col suo sangue e il suo dolore, può piacere oppure no, ma certamente non esiste un film in grado di raccontare con altrettanta efficacia il mondo d’oggi, un mondo abitato da fantasmi che hanno smerciato volentieri la propria anima per paura di un imprevisto. Meglio essere un nulla ubriaco di futilità piuttosto che ambire a diventare qualcosa, qualcuno: è questo il più grande paradosso del tempo presente.
da: www.radiospada.org

lunedì 4 settembre 2017

La vita felice secondo S. Agostino

di Lino Di Stefano

E’ sempre piacevole ed istruttivo immergersi nelle opere di S. Agostino – specialmente in quelle scritte in dialogo – sicché anche in tale occasione il Santo di Ippona non delude le attese dopo la riedizione in traduzione italiana di un’operetta che proprio per la sua mole teologico-speculativa offre, se ve ne fosse bisogno, la conferma della grandezza dell’uomo, del vescovo, del pensatore e – pregio non secondario – dello scrittore.
Redatto nel 386 d.C., il ‘De beata vita’ affronta, in forma dialogica, il problema della beatitudine del vivere; questione già in parte esaminata nel ‘Contra Academicos’ dello stesso anno, ma messa a fuoco con più precisione in quest’operetta disponibile in traduzione italiana a cura dell’Editrice ‘Il Leone Verde’ di Torino col titolo ‘La vita felice’.
E’ il medesimo Agostino ad informarci, nel prologo, del fine e del contenuto del dialogo – la felicità, cioè, concepita, egli scrive, come “dono di Dio” – dei giorni della discussione, il 13-14-15 novembre del 386, degli interlocutori Navigio, suo fratello, Trigezio e Licenzio, suoi concittadini e discepoli, Lartidiano e Rustico, suoi cugini, Adeodato, suo figlio, e, infine, Monica, sua madre.
Alla quale, parole di Agostino, “sono convinto si deve tutto il merito per ciò che oggi io sono” sicché ne viene fuori un piccolo capolavoro di lingua e di filosofia. Per quanto concerne i personaggi, due di essi, Trigezio e Licenzio, sono i protagonisti anche del ‘Contra Academicos’ sullo sfondo di un medesimo scenario: Cassicìaco, in Brianza.
Siamo, per quanto riguarda l’inizio del dibattito, alle Idi di novembre, giorno genetliaco del retore e pensatore di Tagaste, e il confronto andrà avanti per altri due giorni sotto la sapiente ed accorta regia di Agostino il quale si muove, ‘more platonico’, non solo nella conduzione colloquiale, sempre serrata e drammatica, ma pure nella sostanza data la cadenza dell’opera, speculativa e teologica.
Anche l’’incipit’ del dialogo risulta icastico ed incisivo, visto il modo in cui il filosofo africano entra, senza tanti preamboli – anche se il libro, dedicato al nobile e console Teodoro – ‘in medias res’: ”Vi sembra evidente che noi siamo composti di anima e di corpo?”.
Ragion per cui, se nel ‘Contra Academicos’ si discute, in parte, dell’argomento della felicità e pure della sapienza – ciceronianamente definita “rerum divinarum et humanarum scientia” – nel ‘De beata vita’ la problematica è, appunto, quella felicità intesa come genuino nutrimento dell’anima; Monica, ad esempio, partecipa attivamente alla discussione con interventi puntuali e pieni di buon senso.
A questo punto, dopo il giudizio di Trigezio – secondo la quale “chi vive bene possiede Dio e lo ha favorevole, chi vive male ha Dio, ma contrario” – le opinioni sembrano collimare sull’osservazione di Monica secondo cui “l’infelicità non è altro che indigenza” considerato, altresì, riassume Agostino, che anche la stoltezza è indigenza e viceversa.
Ma, siccome il termine ‘indigenza’ è troppo simile a ‘povertà’, l’Ipponate propone di trovare una voce opposta a indigenza e, appellandosi a Sallustio, che egli definisce “attentissimo conoscitore della lingua”, lo rinviene nella parola ‘opulenza’ sebbene vada bene anche il vocabolo ‘pienezza’ proposto da Licenzio.
Dopo tali mirabili espressioni, la madre del filosofo pone il suggello definitivo alla discussione, confermando che la vita felice è perfetta allorquando è illuminata – così essa si esprime – da “una salda fede, una speranza alacre e una carità ardente”.

da: www.riscossacristiana.it

sabato 2 settembre 2017

L’Assunzione come anti-apocatastasi

di Giuliano Zoroddu

Qualche anno fa per la festa dell’Assunzione mi capitò di ascoltare una omelia che, per esser clementi, dirò bizzarra. Il sacerdote commentava il noto passo dell’Apocalisse “Signum magnum appáruit in coelo: Múlier amicta sole, et luna sub pédibus eius, et in cápite eius coróna stellárum duódecim” (XII, 1), che, anche nel nuovo rito, fa da antifona d’introito alla Messa dell’Assunta. Questi, lungi da qualsiasi interpretazione sia ecclesiologica sia mariologica della “Mulier”, affermava con una certa compiacenza che, al di là delle predette interpretazioni patristiche, ciò che l’Apostolo Giovanni aveva visto era nientemeno che l’Umanità che, alla fine dei tempi, tutta entrerà nella gloria del Cielo.
Ora noi sappiamo che alla fine dei tempi vi sarà il Giudizio nel quale Cristo Signore, attorniato dal senato apostolico, separerà i buoni dai cattivi, accogliendo i primi nell’amplesso del Paradiso e scacciando i secondi fra i tormenti dell’Inferno. Non tutti dunque son i salvati, ma molti: “Multi sunt vocati, pauci vero electi” (Matth. XXII, 14). Sostenere il contrario e postulare anche la reintegrazione di Satana e dei suoi Angeli fu l’errore di Origene Adamanzio, il grande e dotto presbitero alessandrino vissuto tra il 185 e il 254, il quale sosteneva “che la bontà di Dio, attraverso la mediazione di Cristo, porterà tutte le creature ad una stessa fine” (De principiis, I, IV, 1-3). E questa sentenza, che fu condannata formalmente nel Concilio Costantinopolitano II del 553: “Se qualcuno dice o pensa che il castigo dei demoni e degli uomini empi è temporaneo o che esso avrà fine dopo un certo tempo, cioè ci sarà un ristabilimento (apocatastasi) dei demoni o degli uomini empi, sia anatema” (Can. IX, DS 411), riappare oggigiorno nella sua forma deteriore e becera che è la “misericordina” e il pensiero connessovi, cioè in quel guardare il mondo “un po’ come Dio stesso guardò dopo la creazione la stupenda e sconfinata opera sua (prima del peccato originale però!) ... con immensa ammirazione, con grande rispetto, con materna simpatia, con generoso amore”, non chiudendo gli occhi sulle miserie e sui peccati umani, ma guardandoli “con accresciuto amore, come il medico guarda l’ammalato, come il Samaritano il disgraziato lasciato ferito e semivivo sul sentiero di Gerico”, con “volto di Madre amante e perdonante” . Tutte cose “riscoperte” dalla Chiesa nel Concilio e grazie al Concilio: i virgolettati infatti son tratti dal discorso che Paolo VI, tutto ottimismo e simpatia immensa per l’umanesimo laico, rivolse al patriziato e alla nobiltà romana il 13 gennaio 1966. Evidentemente Papa Francesco non s’è inventato nulla!
Ma contro questi perniciosi errori, la cui confutazione possiamo leggere per esempio nel libro XI del De civitate Dei contra paganos del sommo Agostino; contro questo neoorigenismo modernista, ci viene in soccorso la verità consolante dell’Assunzione della Vergine Santissima. Maria che entra in Paradiso con la sua anima e col suo proprio corpo carneo rivestito d'incorruttibilità ed immortalità, ci predica la verità di fede che se è vero che Gesù Cristo è morto per riscattare dalla potestà del demonio tutto il genere umano morto in Adamo, la salvezza si applica non a tutti, ma a molti, cioè a coloro che “sunt Christi, qui in adventu eius credidérunt” (1Cor XV, 23) come ci fa leggere la Santa Chiesa nel Mattutino di oggi. L’Assunta ci rammenta che il Figlio di Dio non si è unito “con l’Incarnazione in un certo modo ad ogni uomo” (Gaudium et spes, 22), che Cristo non è “in qualche modo unito con l’uomo - ciascun uomo senza eccezione alcuna - anche quando l’uomo non è di ciò consapevole” (Redemptor hominis, 14. Vedi anche Dives in misericordia), che non ha assunto in sé tutto il creato (Dominum et vivificantem, Laudato sì): ma che il Verbo suo Figlio, al quale ella fu “arcanamente unita ... fin da tutta l'eternità ‘con uno stesso decreto’ (Pio IX, Ineffabilis Deus) di predestinazione” (Pio XII, Munificentissimus Deus), è unito solamente a coloro che volontariamente compiono la sua volontà, vivono su questa terra “ad superna semper inténti” (Orazione colletta).
Per questo quando alla fine del mondo i morti risorgeranno “cum suis propriis corporibus ... quae nunc gestant” (Conc. Lat. IV, Cap. I, DS 801), la Giustizia misericordiosa farà sì che solo le pecorelle di destra, l’umanità santa e salvata, seguiranno la sorte dell'Assunta, mentre i capri di sinistra, la massa dei dannati, andranno in Inferno, per esser dannato nel corpo e nell'anima. A noi la scelta in questa vita: imitare Maria che ci porta a Cristo o il Diavolo che ci perde, soprattutto ingannandoci con false speranze di misericordia (Cfr. Sant’Alfonso Maria de Liguori, Apparecchio alla morte, XVI-XVII). L’augurio in questa festività agostana, che è la Pasqua di Maria, è quello che traiamo dal sublime Officio Divino dell’Assunta e cioè che possiamo sempre correre “dietro ai profumi degli unguenti” (Terza antifona delle Lodi e dei Vespri) della Madonna per poterla un giorno vedere “coronata sul celeste trono alla destra del Figlio” (Seconda antifona delle Lodi e dei Vespri) e con lei bearci in eterno della visione dell’Augusta Trinità.
da: www.radiospada.org

Presentazione del Volume di Carmelo Fucarino, venerdì 15 Settembre a Palazzo delle Aquile


Salvare l’Africa con l’Africa, non con il buonismo ideologico

di Francesco Agnoli

Di ritorno dalle vacanze, apro la cassetta della posta e trovo una serie di riviste cui sono abbonato, o che mi inviano gratuitamente: Etiopia chiama; Aiuto alla Chiesa che soffre; Medicina & Missioni.
Si occupano tutte di Africa e di Terzo Mondo ed invitano ad adottare bambini a distanza, a finanziare la ricostruzione di chiese e ospedali distrutti in Egitto, Iraq, Medio Oriente, oppure, come l’ultima citata, raccontano la vita dei medici che prestano lavoro gratuito in paesi in via di sviluppo.
Questo perchè il mondo cattolico ha a cuore i poveri, anche lontani. La missione è sempre stata questo: annuncio della Buona Novella, ed aiuto allo sviluppo, in tutti i sensi. A casa loro. Lì dove i popoli vivono, dove hanno le proprie radici, adeguandosi per quanto possibile ad usi e costumi locali, almeno a quelli non in contraddizione con lo spirito evangelico.
Nei secoli i missionari hanno sradicato, dove sono riusciti, usanze inique legate alle religioni tribali: il ricorso abituale della vendetta; i sacrifici umani; la magia e la stregoneria; la poligamia…
Ma non hanno mai ritenuto di dover imporre lingua, usi e costumi occidentali, convintissimi che se il buon Dio ha permesso l’esistenza di popoli, lingue, culture diverse, c’è in questo una ricchezza insostituibile.
Ricordo, quando ero piccolo, un frate francescano trentino che raccoglieva l’elemosina per portare soldi in Etiopia. Girava con il bastone, i sandali e la bisaccia; il suo volto emaciato, i suoi occhi dolci e mansueti parlavano della sua profonda Carità.
I miei genitori ci insegnavano a saltare qualche volta il gelato, a fare qualche fioretto: i soldi risparmiati, ci dicevano, li diamo al frate, e aiutiamo un bambino povero, a casa sua.
Da grande mi sono trovato ad avere amici che hanno adottato dei bambini, sempre in Etiopia. Mi hanno raccontato che per ogni bambino concesso in adozione, e quindi destinato a lasciare il suo paese, il governo etiope chiede alle associazioni di carità un certo numero di adozioni a distanza. Questo perchè un paese non può privarsi dei suoi giovani: sono il suo futuro. Spinto da questi amici, per alcuni anni ho invitato i miei alunni a rinunciare a qualcosa, per adottare a distanza un bambino etiope. Per dargli un futuro migliore nella sua terra, vicino ai suoi cari, là dove dovrà un giorno essere protagonista della vita della sua comunità.
E dunque? Dunque viene da sorridere a sentire Matteo Renzi che declama: “Aiutiamoli a casa loro”. Lo dice adesso, con un po’ di ritardo, dopo aver detto il contrario per molto tempo, senza risultare credibile. L’uomo è così: rende stupide e intollerabili anche le frasi intelligenti. Saranno il tono, la mimica, la fiducia che ispira in chi lo ascolta quando parla.
Però, sì, “aiutiamoli a casa loro” non solo è un concetto intelligente, ma è anche molto cristiano. Molto rispettoso della varietà e della ricchezza del mondo, delle culture, delle patrie.
Proverò a dirlo con altre parole. Quelle utilizzate dall’uomo che più di tutti ha fatto per l’Africa, portandovi Vangelo, scuole, ospedali, università e molto altro: san Daniele Comboni.
Lui aveva un motto preciso, ricordato recentemente anche dal cardinale africano Robert Sarah: “salvare l’Africa con l’Africa“.
Lo espresse nel suo celebre “Piano per la rigenerazione dell’Africa con l’Africa“, presentato nel 1864 al Prefetto di Propaganda Fide, il Cardinale Alessandro Barnabò. In esso invitava tra l’altro a istituire “scuole per formare maestri neri, scuole per artisti, virtuosi e abili agricoltori, medici, infermieri, falegnami”; invitava a costruire dove possibile “piccole università teologiche e scientifiche” per creare una classe dirigente africana formata nel campo “religioso, civile, economico”.
Ma Comboni era un missionario vero, pronto ad affrontare interminabili viaggi, fiere, predoni, malattie…non un opinionista dell’accoglienza con la tastiera, nè una tonaca ideologizzata, nè un loquace politico toscano attaccato ai social come ad un respiratore, nel disperato intento di captare l’umore degli elettori.

da: www.libertaepersona.org

venerdì 1 settembre 2017

La politica secondo Chesterton: un passato che si fa presente

di Luca Fumagalli

Con questo 2017 pare essersi aperta una nuova fase di quel “Chesterton revival” che da qualche anno ha preso piede in Italia. Ormai è passato diverso tempo dalla riscoperta del talentuoso giornalista inglese, un intellettuale cattolico certamente scomodo, ma proprio per questo di grande attualità. Quando si apre un libro di Chesterton – poco importa se uno dei racconti di Padre Brown o un saggio di teologia – si è avvolti dalla piacevole sensazione di leggere un classico intramontabile, un autore che a distanza di decenni dalla scomparsa ha ancora la forza di giudicare con autorevolezza il tempo presente. Il suo pensiero, infatti, si fonda su un elemento di eternità che lo rende impermeabile alle mode passeggere, e comunque sempre in grado di parlare del “qui e ora”.
La forza profetica di Chesterton è dunque quella qualità che ha permesso alla sterminata bibliografia dell’inglese di resistere alle ingiurie del tempo e di riemergere come un piacevole imprevisto al momento più opportuno, dopo anni di giacenza nel dimenticatoio. Troppo incline al paradosso divertito e divertente, forse troppo ottimista per un’Italia che usciva devastata dal secondo conflitto mondiale, Chesterton, come detto, è tornato alla ribalta nel Bel Paese solo di recente, quando si è iniziato a tradurre e a dare alle stampe anche i suoi lavori “minori” (ma non per questo marginali o poco interessanti). Tutto ciò, oltre a portare alla luce un tesoro inestimabile, ha contribuito a restituire allo scrittore il posto che meritava, ricollocandolo tra gli intellettuali più importanti del XX secolo.
Parallelamente si è assistito al fiorire di numerosi studi, un fatto straordinario se si pensa allo scarso interesse di cui generalmente godono in Italia gli scrittori cattolici inglesi (con la sola eccezione di Tolkien). Il lavoro di approfondimento è giunto in questi ultimi mesi a un gradino ulteriore con la pubblicazione delle prime antologie commentate del pensiero chestertoniano.
Un esempio di questa nuova tendenza è l’interessantissimo volume Politica (Nova Europa Edizioni, 2017), appena uscito nelle librerie, in cui sono raccolti alcuni interventi di Chesterton a proposito della “cosa pubblica” e della società. All’introduzione, firmata da Paolo Gulisano, si accompagna in chiusura un breve intervento di Orazio Maria Gnerre dedicato al rapporto tra Chesterton e il comunitarismo.
Dalla lettura del libro, tra l’altro ben rifinito dal punto di vista editoriale, con numerose note e un’appendice finale dei personaggi storici citati a cura di Camilla Scarpa, emerge finalmente in tutta la sua compattezza l’ideale politico di Chesterton. L’inglese, sulla falsariga del fratello Cecil e dell’inseparabile amico Hilaire Belloc, dopo una dura accusa lanciata a quell’oligarchia autoreferenziale che è il sistema partitocratico britannico, spiega le ali per alzarsi in volo e giudicare, in generale, pregi e difetti delle maggiori ideologie allora in voga. Liberalismo e comunismo sono parimenti condannati come mistificazioni della realtà: se il liberalismo crea inevitabilmente il monopolio, schiavizzando le masse, il comunismo è l’individualismo capitalista allargato a una ristretta élite di potere, altrettanto incapace di favorire la vera democrazia e il conseguente benessere del popolo. L’unica soluzione, a questo punto, sarebbe quella di distribuire i mezzi di produzione alle famiglie, ritagliando per lo stato un ruolo di garante dell’ordine e di sostegno dell’economia.
La proposta chestertoniana, il cosiddetto “distributismo”, nonostante mostrasse una grande affinità con l’enciclica Rerum Novarum che Leone XIII aveva dedicato alla questione sociale, purtroppo non godette mai di una larga base di consenso e finì con l’autoescludersi dal dibattito politico.
L’individuo e la comunità in lotta contro la perdita della libertà, lungi dall’essere elucubrazioni di un passato romantico, sono comunque aspetti decisivi anche nella contemporanea società liquida. Sono questioni scottanti che Chesterton consegna come testimonianza provocatoria a tutti quegli uomini di buona volontà che detestano il banale e le soluzioni di comodo. Da questo punto di vista Politica è un manuale per sopravvivere alle insidie del pensiero unico, un pensiero che produce falsi miti, oppressione morale e nuove forme di schiavitù lavorativa, un pensiero che è anti-umano e da cui è più che mai urgente difendersi.

da: www.radiospada.org