martedì 3 novembre 2015

Il critico d’arte Paolo Battaglia la terra borgese convocato alla mostra ‘Oltre lo specchio’ del Maestro Elio Corrao

Questo è un grande evento culturale, mondano e spirituale che Palermo in particolare e la storia dell’arte in generale meritano, ha dichiarato il critico. E va avanti:
“È il punto principale della felicità che un uomo voglia essere ciò che è.” diceva Erasmo da Rotterdam e intanto che le esperte società multinazionali ci persuadono a comprare pregiati e indispensabili oggetti privi dei i quali secondo loro non siamo nessuno, l’osservazione della nostra euritmia disloca all´esterno di noi stessi, cercano di farci credere che dentro di noi non c’è nulla per essere felici, che abbiamo la necessità del soccorso dei loro ammennicoli. 
Aristotele versa la nozione della conoscenza di sé stessi nella capacità dell’uomo di essere libero dai condizionamenti esterni, esprime la capacità di essere liberi col pensiero libero, da dogmi e pregiudizi, significando che solo chi è in armonia con sé stesso è davvero libero: la pace interiore è da penetrare quale piena accettazione di sé, del proprio universo. 
Ho detto al Maestro Elio Corrao, mio fraterno amico verso cui viaggiano i sensi della mia stima accarezzandone il pittore soprattutto, ed anche l’uomo: “tu hai il dovere di dipingere per il beneficio di tutti, perché non puoi, e non devi, privare gli altri della tua arte.” E lui: “Io dipingo perché mi piace e questo mi fa felice” ed io ho capito che dentro di Elio c’è una persona libera. 
Plaudisco dunque Tommaso Romano, per avere prestato agli occhi profani la sua autorevole lettura delle opere di Elio Corrao nella storica Galleria Studio 71 dove hanno transitato onorevolmente i maggiori artisti italiani e non solo.

da: www.trapaniok.it

Resurrezione, scultura di Vincenzo Gennaro a Scillato

Scultura monumentale, modellata nel 2015 dallo scultore Vincenzo Gennaro, altezza cm 260 fusa in bronzo a cera persa, cesellata e rifinita a mano, patinata a fuoco, realizzata nell’ambito del progetto di completamento e miglioramento del Parco Urbano del Comune di Scillato, porta occidentale del Parco delle Madonie II° lotto, in Provincia di Palermo.
Un particolare ringraziamento al Pist22, al Comune di Scillato, a SOSVIMA S.P.A., alle Assicurazioni Generali. 
Hanno collaborato: Piero Gennaro, Salvatore Di Giacinto, Domenico Bartolone, Nino Spartà, Officina Tornitura Giuseppe e Antonio Caminiti, trasporti Giuseppe Spadafora, basamento e montaggio dell’opera Impresa Quagliana.
Un tema vaga da sempre nella mia mente: La resurrezione, un tema anomalo certo, nessuno che io sappia ha mai visto realmente una resurrezione, anche quella di Cristo è avvenuta senza testimoni, hanno visto un Cristo risorto dicono le scritture, ma non durante il momento della Resurrezione .
Così ho cominciato a sognare e fantasticare ,a costruire immagini mentali e a cancellarle, con fatica il soggetto prendeva forma , la figura nella mia mente levitava e si avvitava lentamente nel cielo con un movimento a spirale, si ,si avvitava nel cielo con il braccio e la mano destre protese verso il cielo ad indicare un luogo dello spazio da raggiungere, il braccio e la mano sinistra accompagnano il movimento in segno di acquiescenza ad una superiore volontà, accompagnano la meccanica ascensionale dell’evento mistico e straordinario.
Il corpo si stacca da terra, senza gravità, la gamba destra senza sforzo apparente spinge il corpo verso l’alto come attratto da un richiamo divino. Il corpo sembra non avere peso, non sentire la gravità, non è più un corpo materiale ma puro spirito, è un corpo aspirato da un anelito divino, solenne , di una nobiltà sacrale, le linee compositive si flettono ad elica avvitando dolcemente il corpo nello spazio, il miracolo si è compiuto ,la vita lentamente, silenziosamente rigermina, si ripropone d’imperio come per incanto, l’incanto di un arte che non cessa di stupire in primo luogo me stesso che la faccio con le mani con il cuore, con la mente e soprattutto con l’anima. Scultore Vincenzo Gennaro

lunedì 2 novembre 2015

“Signorina Carlotta”, addio


di Alessandro Gnocchi

La parte più intima e più vera della mia vita ha fatto il nido alle Roncole. Proprio in quel cortile e in quella casa che, nei racconti di Giovannino Guareschi, per un ragazzino di tredici o quattordici anni diventavano come l’India di Salgari, la via Paal di Molnár o il favoloso west di Sergio Leone.
Il primo viaggio nella Bassa per incontrare i figli di Guareschi lo ricordo con precisione persino preoccupante per uno che non riconosce i vicini di casa dopo anni e anni di frequentazione. Ricordo persino che all’autogrill di Cremona, prima di passare il Po, comprai una scatola di liquirizia Resoldor solo perché in un racconto del Corrierino delle famiglie i bambini recitavano lo slogan “Re-sol-dor si scioglie in bocca”. Liquirizia buona come quella non ne ho più trovata.
Era il luglio del 1981 e avevamo organizzato una spedizione come se si trattasse di andare a conoscere i figli di Sandokan o di Tex Willer. In fondo, era proprio così, dato che Alberto e Carlotta, in realtà, erano Albertino e la Pasionaria. Dire “in realtà” è dire la cosa giusta, perché le migliaia di lettori entrati in intimità con Giovannino e la sua famiglia erano, sono e saranno sempre sicuri che la realtà coincide l’invenzione letteraria e non con la vita concreta di tutti giorni. E, ora che la Pasionaria è morta, sono addolorati e tristi come lo si è solo quando muore un bambino.
Così, quel luglio del 1981, anch’io mi trovai davanti i figli di Giovannino ed entrai definitivamente in un mondo dal quale non sarei uscito più. Non so che cosa sia scoccato in quel momento, ma compresi che almeno una parte del mio destino avrebbe trovato forma proprio lì. Forse fu perché Alberto mi mostrò il ritaglio della recensione di Gente così che avevo scritto per “Candido” l’anno prima. O perché Carlotta era proprio come me l’ero immaginata, solo con trent’anni di più. O, ancora, perché era chiaro che Alberto e Carlotta volevano bene a Guareschi proprio quanto Albertino e la Pasionaria ne volevano a Giovannino. Forse tutto questo insieme e chissà cos’altro ancora… Sono cose che si sentono, direbbe Peppone, ma non si capiscono.
Comunque, in qualche modo l’ho sempre saputo che la parte più intima e più vera della mia vita, prima o poi, avrebbe fatto il nido alle Roncole. Ma ora che Carlotta non c’è più lo vedo con chiarezza, perché adesso i ricordi si fanno precisi nel tentativo di rendere un po’ meno dolorosa la morte di qualcuno a cui si vuole bene e a cui si deve gratitudine.
Giusto vent’anni fa, nel 1995, quando ormai Alberto e Carlotta erano diventati un po’ come fratelli maggiori, uscì il mio primo libro, Don Camillo & Peppone: l’invenzione del vero. Aveva in copertina una fotografia della chiesa di Fontanelle di Roccabianca a cui era sovrapposto un disegno di Guareschi che riproduceva lo stesso edificio. Titolo e copertina li aveva pensati Carlotta, che, evidentemente, aveva compreso meglio di me quanto avevo scritto. Ma questo, diceva suo padre, non deve preoccupare perché non si può pretendere che un poveretto, dopo aver scritto un libro, lo capisca anche.
In ogni caso, quella copertina e il concetto di invenzione del vero tratto da una lettera in cui Giuseppe Verdi parlava della sua musica, li pensò Carlotta. Alberto disse subito che erano perfetti. Se aggiungo che furono loro due, Albertino e la Pasionaria, a portarmi di peso a Rizzoli per pubblicare il libro, diventa chiaro che la parte più intima della mia vita aveva proprio fatto il nido in casa loro. Perché è nel primo libro che uno scrittore si mette in mostra senza reticenze, quasi senza difendersi dagli sguardi altrui. E i primi a guardare dentro la mia anima riparandola da occhiate oblique sono stati Alberto e Carlotta.
Appena finivo un capitolo lo spedivo alle Roncole per fax verso il mezzogiorno. Sapevo che Alberto lo avrebbe letto subito perché non andava a casa per il pranzo e lo avrebbe passato a Carlotta nel primo pomeriggio. Poi, verso le cinque, telefonavo con un filo di ansia per sapere che cosa ne pensassero. Ogni volta che ho scritto qualcosa su loro padre ho fatto così. Se ho cominciato a fare lo scrittore e se ho continuato a farlo lo devo a loro. Non so se l’ho fatto bene o male, ma di certo non lo avrei fatto senza di loro. E temo di non averglielo mai detto in modo così chiaro come sto facendo ora che Carlotta non c’è più.
Per certi versi, mi pare di essere come il Carlino di “Mai tardi”, uno dei racconti più strazianti eppure più pieni di speranza scritti da Guareschi. Un racconto autobiografico in cui il protagonista scopre quanto suo padre gli abbia voluto bene, ma soprattutto quanto lui abbia voluto bene a suo padre, quando ormai il vecchio è morto. Di certi gesti, di certe parole e persino di certi pensieri si sente la mancanza quando non possono essere più compiuti, più detti, più concepiti. E penso quanto mi manca mio padre ora che saprei cosa fare, cosa dire, cosa pensare. Così come penso a quanto mi manca Mario Palmaro. Adesso mi mancherà anche Carlotta, che tutto questo lo comprendeva benissimo.
Qualche anno fa le avevo chiesto di scrivere per un amico in difficoltà con suo padre una dedica proprio sul racconto “Mai tardi”. Ricordo che non ci pensò neppure un secondo, prese la penna e, accanto al titolo del racconto, scrisse “A … con l’augurio di scoprire mai tardi quello che nostro padre ha scoperto troppo tardi”.
In fondo, quella dedica l’aveva scritta anche per me. Non so se queste parole arrivino fuori tempo massimo. Il fatto che le possa leggere Alberto mi è di conforto perché penso che, in fondo, si possa fare come con i capitoli dei libri che mandavo alle Roncole per fax.

sabato 31 ottobre 2015

Quando anche con la gastronomia si può fare cultura

di Vittorio Riera

Raramente mi è capitato di andare a inaugurazioni di tipo sia culturale sia commerciale, alle une perché, confesso questo mio limite, mi sentirei un pesce fuor d’acqua dal momento che in genere partecipano persone di quel bel mondo cui chi scrive non appartiene, alle altre, perché tutto in genere si risolve  in uno scambio di saluti e di auguri con i proprietari del punto vendita, con un brindisi o con la consumazione di qualche dolcino.
Domenica sera però, nel quartiere Uditore, ho assistito a qualcosa di inusitato, direi quasi di incredibile. Ero stato invitato ad assistere alla inaugurazione di uno dei tanti punti gastronomici che da tempo pullulano nella nostra città e che si aprono a rotazione direi quasi continua. Sono andato malvolentieri convinto che anche stavolta tutto si sarebbe risolto nella solita ‘manciata’ di qualche fetta di pizza o di ‘sfincione’ magari sapientemente condita per l’occasione all’interno del punto vendita messo su alla buona. E invece no. Son dovuto ricredermi. Intanto la folla: un centinaio di persone di tutte le età sostava in maniera composta sul marciapiedi o occupava una buona metà della carreggiata, folla che si apriva per lasciare passare persone che portavano piante o semplicemente un mazzo di fiori; e poi il negozio che sapeva di esaltazione dell’igiene e nel contempo di una raffinata eleganza e di una adeguata illuminazione. 
Tra il centro gastronomico e il marciapiede un ampio spazio con dei tavoli dove, si supponeva, sarebbero stati messi i ‘pezzi’ di rosticceria o le ‘ali’ di pollo o che so altro da consumare. Non era vero niente, perché, ad un tratto, la folla è stata come tagliata da quattro o cinque – non ricordiamo bene –  belle alte e slanciate figure tutte vestite di bianco e con sulla testa un alto cilindro pieghettato pur esso bianco. Si è udito da più parte sussurrare: Ecco, sono arrivati i camerieri.  Altro che camerieri. Maestri pasticceri erano, veri e proprio giganti – anche nella persona – della pasticceria e della ghiottoneria palermitana per non dire sicula o addirittura internazionale. 
Ed è stato un piacere vederli subito all’opera questi giganti del gusto nel confezionare en plein air, per così dire, una torta del diametro di circa mezzo metro. Sembrava di assistere a una sinfonia muta, perfetta, tanto e tale era il sincronismo col quale operavano. Sembrava che si fossero allenati prima, che si fossero assegnati ruoli: chi si occupava di preparare gli strati di torta, chi di spalmarvi la crema, chi di far cadere in essa coriandoli di cioccolato, chi di lisciare il bordo della torta, chi infine … ma qui interrompiamoci per un attimo perché siamo giuntial tocco finale della decorazione. Ecco farsi avanti alcuni chef, armatio soltanto delle mani guantate, o di sacco decoratore. È il momento di dare sfogo alla creatività, all’inventiva supportata da una cultura facilmente individuabile. Ci sembra, infatti di potere individuare sulla parte superiore della torta certo barocchismo per via dell’abbondanza della frutta candita sapientemente disposta a formare gradevoli e armoniose volute con le ciliegine torno torno tutte disposte a eguale distanza l’una dalle altre. A questa atmosfera facevano da contrasto i pacati disegni sui bordi che richiamavano lo stile floreale del miglior Liberty palermitano.
Che dire ancora? C’è da sperare che queste manifestazioni d’arte – che non è soltantoarte pasticciera – si possanoripetere ad ogni anniversario del nuovo punto vendita cui non si può non augurare un felice esito dell’investimento, perché approfittare anche dell’occasione della inaugurazione di un centro gastronomico per investire in sapere, in cultura, è sapere investire. E chi sa che da quei bambini e ragazzi che assistevano rapiti alla precisione, alla sincronia con cui gli chef lavoravano non nasca qualche maestro pasticciere destinato a superarli.

venerdì 30 ottobre 2015

Carlotta Guareschi ci ha lasciato. È passata dalla vita alla Vita




di Giovanni Lugaresi


Anche la terza pagina del “Corrierino delle famiglie” si è staccata, e leggera come una piuma ha raggiunto in Paradiso le altre due. Carlotta Guareschi non è più fra noi. Stroncata da un male incurabile che ne aveva attaccato la robusta tempra pochi mesi fa e che improvvisamente ha fatto precipitare la situazione, è mancata nell’ospedale di Fidenza domenica 25 ottobre poco prima delle 11: serenamente è passata dalla vita alla Vita…
Così, la famosa Pasionaria (impertinente, originale, indimenticabile personaggio del “Corrierino delle famiglie”, appunto), è andata a raggiungere Giovannino e Margherita (al secolo Ennia Pallini), gli amatissimi genitori protagonisti a loro volta di quelle cronache domestiche, e lasciando solo il fratello Albertino, pure amatissimo.
Carlotta era nata il 13 novembre 1943, quando il padre era già nei lager nazisti, internato militare (per avere mantenuto fede al giuramento fatto al “suo Re”) dopo l’8 Settembre. Già fra i reticolati di Polonia e di Germania, nelle pagine che scriveva per poi leggere nelle baracche e tenere alto il morale dei commilitoni, appare la “signorina Carlotta”, o “Carlottina”, descritta con accenti gioiosi, delicati, originali. Poi, rientrato dalla prigionia, Guareschi ebbe modo di ispirarsi a lei, ad Alberto e alla moglie per le sue cronache familiari, fra quotidianità e fantasia, fra umorismo e sentimento.
Carlotta, felicemente sposata con tre figli, e poi felicemente nonna più volte, è stata sempre legatissima alla memoria dei genitori e insieme al fratello Alberto aveva promosso iniziative per tenere viva l’opera paterna. La ristampa di libri, il realizzarne di nuovi con pagine mai raccolte in volume quando Giovannino era in vita, la costituzione del Club dei 23 in Roncole Verdi, la partecipazione generosa a incontri, convegni, organizzati in Italia e all’estero, ai quali veniva invitata, hanno scandito la sua vita: in nome e per amore del babbo.
Colpivano in lei, come nel fratello Alberto del resto, la semplicità, la cordialità nei rapporti umani, la serietà nella condotta di vita, l’affetto coltivato e manifestato sia per la famiglia, sia nei confronti degli amici, nonché la fede: una fede profonda, intimamente vissuta, come può testimoniare chi le è stato vicino, per anni, a incominciare dal marito Giovanni Annoni, dai figli Michele (Michelone), Elena, Camilla, e naturalmente da Albertino, a suo tempo “vittima” delle battute, se non degli scherzi di quella sorellina senza peli sulla lingua, spavalda e acuta, che al posto di io metteva me, come si legge nei dialoghi del “Corrierino”, ad ogni inizio di dialogo…
Ma una pagina particolarmente delicata, affettuosa, con tocchi di poesia, è quella che Giovannino scrisse nel lager di Beniaminowo nel 1944, pensando a quella bimba nata nella Bassa, lui lontanissimo, fra i reticolati, che immaginava così…
“Io penso al giorno in cui uscirò da casa mia conducendo un Albertino quasi nuovo per la mano e recando in braccio una nuovissima signorina.
Ci penso spesso, ma è un giorno distante milleduecento chilometri di mondo in guerra e mi par quasi impossibile arrivarci. E allora mi chiedo: ti vedrò signorina Carlotta? E se non potessi? Non importa, signorina Carlotta. Non importa perché – nonostante il mio vecchio professore di fisica abbia tentato di confondermi le idee – io conosco perfettamente la faccenda delle parole. Le parole nascono ma non muoiono. Non muore niente, a questo mondo. Le parole nascono, e poi essendo più leggere dell’aria, salgono in su e arrivano fino al punto in cui il cielo finisce e comincia l’eternità. E lì ristanno. Come se si liberassero in una stanza cento palloncini: arrivati al soffitto si fermerebbero. Così le parole nel cielo. Lassù ci sono tutte le parole del mondo: dal grido minaccioso di Caino, all’ultimo discorso di Farinacci, dalla cantilena dello straccivendolo, al canto dell’innamorato. Verba volant. Le parole volano, non si volatizzano.
Questo è importante, signorina Carlotta: perché, se il buon Dio mi metterà le alucce sulle spalle prima che io ti veda, andrò a sedermi sulla stella che sta proprio sopra la tua casa e, mano a mano che saliranno al cielo le tue paroline corte corte come semibiscrome, io le coglierò al volo e le rinchiuderò tutte dentro un sacchetto di seta.
E, ogni tanto, ne trarrò fuori un pizzico e le scuoterò come un mazzetto di campanellini e mi divertirò a sentirle tintinnare.
Così: do, re, mi, fa, sol, la, sì…”.
Ma ci fu anche una canzone per Carlotta scritta dal padre, e messa in musica dall’amico e compagno di sventura, pure lui internato militare italiano, Arturo Coppola.
Una dolce musica, musica dell’anima, della fede, e poi nelle parole sulla Signorina Carlotta che si leggono nel postumo “Ritorno alla base”; musica gioiosa e di speranza, nel grigiore del lager nazista, anno 1944, nelle note di Coppola.
Le ricordano i vecchi lettori di Guareschi – parole e musica – e noi con loro…
Signorina Carlotta, addio!

giovedì 29 ottobre 2015

Al diavolo (è il caso di dirlo) la festa pagana di Halloween

di Giovanni Lugaresi

E continuiamo pure a farci del male, prendendo dall’estero quel che non è certamente il meglio. Ci riferiamo ovviamente ad Halloween che il 31 ottobre celebra i suoi riti di origine celtica, cioè pagana, ma che noi cattolici e italiani abbiamo ripreso pari pari, da una ventina d’anni, con tanto di commerci (ovviamente), perché tutto fa brodo per smerciare questo o quel prodotto, anche da parte di cattolicissimi commercianti. E con tanto di festosità pure nelle scuole materne cattoliche (in certe scuole materne cattoliche), nelle quali evidentemente non si pensa a parlare diffusamente, e nei termini propri adatti ai bimbi, dei Santi e dei nostri cari defunti, bensì, appunto, a fabbricare con stoffe varie fantocci-fantasmi e a preparare zucche intagliate…
Sciocchezze – diranno i soliti soloni aperti a tutto. E’ da queste “sciocchezze” peraltro che si incomincia. Si incomincia a perdere la propria identità (non è una tradizione italiana) e a bruciare incensi ad uno dei nuovi idoli del mondo.
In questa “materia” anche i protestanti sono contrari alla celebrazione-festeggiamenti. Non sappiamo se con una certa forza, o in maniera blanda.
A livello cattolico, per così dire, voci autorevoli si sono levate, e non da oggi, dichiarando festa diabolica questa che abbiamo importato. Padre Amorth, esorcista di grande notorietà, lo ebbe a sottolineare con motivazioni profonde, ma… in ambienti nei quali si è arrivati a mettere in dubbio l’esistenza dell’inferno, e quindi pure di Satana, Halloween riceve addirittura la benedizione del clero. Che tra dolcetto e scherzetto trova il modo di sorridere di queste nostre preoccupazioni… “cattoliche e italiane”.
Come rispondere? La festa di Ognissanti, che ci coinvolge nella stupenda, profonda, comunione coi trapassati, con le loro anime in un grande mistero cristiano, è stata sentita nel suo intimo da un poeta-fanciullino che, pur avendo preso altre strade, non dimenticò mai gli insegnamenti della madre, la cui eco si sente in diverse liriche, una delle quali si intitola, appunto, “La notte dei morti”. Versi che Giovanni Pascoli scrisse ispirato non certamente da leggende pagane, bensì dalla nostra religione e dal culto cristiano dei defunti.
L’ambientazione è nella vecchia casa chiusa, “ma desta”, dove il fuoco è acceso e sul desco c’è il vino “cui spilla il capoccia da solo”. Mentre gli altri “pregano al lume/ del fuoco: via via la corteccia/ schizza arida… Mormora il fiume/ con rotto fragore di breccia…// E’ forse (io non odo: non sento/ che il fiume passare, portare/ quel murmure al mare) d’un lento/ vegliardo la tremula voce/ che intuona il rosario, e che pare/ che venga da sotto una croce,/ da sotto un gran peso; da lunge/ Quei poveri vecchi bisbigli/ sonora una romba raggiunge/ col trillo dei figli de’ figli.// Oh! I morti! Pregano anch’essi,/ la notte dei morti, per quelli/ che tacciono sotto i cipressi…”, con quel che segue.
Ecco, se dobbiamo parlare della festa dei Santi (1 novembre) e del ricordo dei defunti (2 novembre), noi preferiamo farlo col poeta-fanciullino, e al diavolo (è il caso di dire), la festa pagana di Halloween, con annessi e connessi!

Inaugurazione della mostra di Elio Corrao "Oltre lo specchio"

Sabato 31 ottobre 2015 alle ore 18.00 presso la galleria d’Arte Studio 71 di Via Fuxa n. 9, Palermo sarà presentata la mostra personale di Elio Corrao:
oltre lo specchio 
Le oltre venti opere presenti in mostra denotano una sensibilità non comune di Elio Corrao, pittore schivo, ma non troppo, affabulatore e determinato. E’ certamente uno dei pochi artisti che non ti parla del suo lavoro se non stimolato. Non usa peraltro parlare di sé come spesso accade in questo momento storico dell’arte nel quale poco e male si “costruisce” sia in termini culturali che politici per lasciarlo in eredità alle future generazioni e di ciò non potranno  che rimproverarci. Sicuramente nuovi “mostri” di saccenza li illumineranno su questi anni bui della storia dell’arte.
Di questa mostra scrive Vinny Scorsone nella sua presentazione in catalogo: … “La stanza oltre lo specchio  si dilata e comprime al variare di luci e tagli, toni e linee.
In essa, presenze discrete, sospese in un piano astrale, si lasciano vivere.  Raccontano le loro storie, dense e solitarie o rapite dalla corrente del fiume, in una scomposizione di eventi e forme che riscrive l’ambiente e la sequenza temporale.
Nei quadri, interni ed esterni dialogano perennemente in una consapevolezza di imprescindibilità gli uni dagli altri. Ogni dipinto è la rappresentazione della dualità dell’animo umano. Il vetro, che si pone come confine tra conscio ed inconscio, specchia e sovrappone stralci di vita ricordata a libere intemperanze artistiche. Il giardino interiore diviene giardino d’inverno in una “scapigliatura” pittorica che muove sensazioni ed emozioni. Una nuova vegetazione prende forza generando creature amorfe,  radici che camminano e sollevano il piano vitale in un continuo alternarsi di andamenti tortili e retti secanti i vari piani dell’esistenza.” …
La mostra alla galleria d’arte Studio 71 Via Vincenzo Fuxa n. 9, Palermo rimarrà aperta fino al 21 novembre 2015 nel seguenti orari da lun. a ven. dalle 16.30 alle 19.30. Testi in catalogo di Tommaso Romano e Vinny Scorsone.