giovedì 31 agosto 2017

Principi di educazione cristiana in famiglia

di Andrea Fauro

In questi tristi tempi, in cui la Rivoluzione dilaga nella prassi educativa e in cui ideologie surreali fondate sulla gnosi come il Gender, affermano dogmaticamente che la specie umana non sia sessualizzata, che non si nasca maschi e femmine, ma che la sessualità(ridotta ad una serie di appetiti istintuali e comportamentali) dipenda da vari fattori mutevoli da soggetto a soggetto e in cui il singolo è protagonista nel processo di costruzione della propria identità sessuale (sic!), io mi schiero tra i reazionari della Brigata Chesterton per la difesa dell’ovvio, quindi mi prefiggo di mettere nero su bianco piccole pillole di pedagogia cristiana 1(e semplice buon senso) che saranno già note ad ogni madre e padre di famiglia cristiani ma che è sempre meglio ribadire, con buona pace di quel che pensano pedagogisti e strizzacervelli sul libro paga di Arcigay.
L’educazione di un figlio, insegna Pio XI, significa formarlo attraverso l’insegnamento di ciò che deve essere e la promozione di una condotta tale da permettergli di giungere con l’aiuto di Dio, in Paradiso. Scopo dell’educazione è quindi la Santità.
L’educazione è un’arte così nobile, difficile e delicata che San Gregorio Nazazieno la definisce “l’arte delle arti”.
L’atto educativo di un bravo genitore,educatore o insegnante si deve indubbiamente fondare su principi universali ma il modo di applicarli dipende da diversi fattori: il temperamento del bambino, il luogo in cui vive, il ruolo che dovrà occupare una volta adulto, il sesso ecc. Non si educa allo stesso modo una bambino timido e un bambino collerico così come non si educa allo stesso modo il figlio di un contadino in campagna e il figlio di un commerciante in città. Sono molte poi le differenze tra un bambino e una bambina: se Dio ha voluto donare l’uomo e la donna di qualità differenti è perché li ha destinati a ruoli diversi una volta adulti. Mentre l’uomo dona la vita, la donna l’accoglie a la sviluppa; Adamo ed Eva sono fatti a immagine di Dio ma solo ad Adamo è affidata la missione di governare la terra mentre ad Eva è affidata la missione di essere madre di tutti i viventi; possiamo concludere che la missione della donna consiste essenzialmente nella maternità mentre quella dell’uomo si riassume nell’autorità.
Per quanto riguarda le qualità naturali si constata che l’uomo è dotato di una certa altezza di vedute, di capacità di giudizio e di ponderazione, di un senso dell’astratto e dell’universale qualità che lo aiuteranno ad esercitare adeguatamente il suo ruolo di capo. La donna invece è dotata di una viva sensibilità, di intuizione, di delicatezza, di senso del concreto e di attenzione al dettaglio: queste qualità le permetteranno di esercitare al meglio il loro ruolo di madri.
Se i genitori comprendono queste differenze e questa armonia presente nel Creato, sarà più semplice concentrare i propri sforzi per aiutare il ragazzo a crescere in quelle virtù che gli permetteranno di essere un uomo e la ragazza a progredire in quelle virtù che faranno di lei una donna.
Educare i ragazzi alla virilità.Visto che il ragazzo una volta adulto sarà chiamato ad esercitare l’autorità (come marito nei confronti della moglie, come padre nei confronti dei figli, nei confronti dei dipendenti a lavoro, come sacerdote nei confronti dei fedeli ecc) occorre che l’educatore – che sia genitore, sacerdote, insegnante o altro – si sforzi di aiutarlo a crescere nelle Virtù in particolare la Fortezza, ad amare virilmente lo spirito di sacrificio, a fuggire dalla mollezza, ad avere un senso dell’onore e a provare un grande orrore per la vigliaccheria.
La forza di carattere non si ottiene in un giorno, occorre un lavoro perseverante: le piccoli e grandi croci con cui il Signore ci mette alla prova sono occasioni per santificarsi e per acquisire il dominio di sé e rafforzare il proprio carattere; in questi frangenti il ruolo dell’educatore è proprio quello di incoraggiare il ragazzo ad affidarsi a Dio, abbracciare la Croce e affrontare l’ostacolo senza scoraggiarsi ricominciando da capo qualora vi sia una caduta.
Sin da piccolo, il bambino va educato allo sforzo invitandolo a offrire i suoi sacrifici al buon Dio di modo che le sue piccole sofferenze, possano avere anche un valore soprannaturale; periodi particolari del Tempo Liturgico come Avvento, Quaresima, Settimana Santa sono ideali per abituare il bambino a fare piccole rinunce per amor di Dio.
Anche lo sport trova una sua importante collocazione in ambito educativo in quanto aiuta il bambino a consolidare la sua virilità, temprare lo spirito di sacrificio, la forza e nel caso degli sport di squadra, è utile anche a favorire uno spirito cameratesco. In genere è proprio attraverso la generosa attenzione ai propri doveri di stato in famiglia, con gli amici, a scuola(che deve essere cattolica e non laica) che il ragazzo si responsabilizza e si prepara ad essere uomo.
Piccoli lavori domestici come il montare un mobile o il riparare un lavandino possono essere invece un’ottima occasione per un padre di trasmettere al figlio il gusto del lavoro ben fatto, l’attenzione al bello e all’ordine.
L’attrattiva per la lotta e per l’uso della forza che caratterizza molti ragazzi va indirizzata non tanto verso l’appagamento dei propri interessi quanto verso la cura del più debole e il trionfo della giustizia, secondo una sana condotta cavalleresca fondata sulla cortesia in cui nessuna prepotenza verso il più piccolo o il più debole è tollerata.
Quando il ragazzo sarà in piena adolescenza, il padre(non la maestra, lo psicologo o il militante di Arcigay) gli insegnerà i misteri della trasmissione della vita e la bellezza del pudore; gli spiegherà che prima di dare ordini agli altri occorre sapersi dominare e non essere schiavi della propria sensualità. La conservazione della Virtù della Purezza esige dagli adolescenti delle lotte talvolta molto violente ma con l’aiuto della Grazia ne usciranno vincitori; i mezzi che potranno usare in questa battaglia sono: la preghiera quotidiana, la frequentazione dei Sacramenti, la mortificazione del proprio corpo, la fuga da immagini immodeste e dai discorsi cattivi. Più tardi i genitori mostreranno ai loro figli che le ragazze non sono oggetti di piacere ma creature a cui Dio ha dato la missione di essere madri : il ragazzo dovrà imparare a diffidare dalle ragazze superficiali e ad ammirare coloro che incarnano la Virtù della Modestia.
Infine due parole sulla Pietà: finita l’infanzia la vita spirituale rischia di divenire un tasto dolente in quanto negli adolescenti il fervore nella preghiera e la perseveranza nella condotta cristiana tendono ad affievolirsi. Compito dei genitori(in special modo del papà) è innanzitutto quello di dare l’esempio. Se il ragazzo vede il buon esempio del papà nell’assistere con devozione alla S. Messa, nel frequentare i Sacramenti, allora comprenderà meglio che con lunghe prediche, l’aspetto virile del Cattolicesimo e della preghiera che è lungi dall’essere roba da femminucce e tantomeno qualcosa da relegare all’infanzia ormai superata. Durante l’adolescenza il ragazzo è tentato di ribellarsi all’autorità, di mettere in discussione tutto, talvolta persino la Religione. Un uomo capriccioso però rischia di divenire un tiranno invece che un capo: con molto tatto e delicatezza ma con fermezza, è quindi compito dell’educatore piegare questa volontà ribelle al Bene; anche qui il ruolo del padre è insostituibile dovendo fungere da faro, inflessibile ai flutti del mare in tempesta dell’adolescenza .E’ bene sottolineare però che questa fermezza deve essere temperata dalla Carità, in quanto sarà costruttiva solo nella misura in cui il ragazzo sa di essere amato.
Educare la ragazza all’amore.
Visto che la giovane ragazza è chiamata ad essere madre, l’azione educativa dovrà rafforzare in lei la volontà nell’acquisire la virtù della generosità e della dedizione unite ad un santo orrore per l’egosimo. La ragazza sboccerà in donna solo nella misura con cui sarà capace di donarsi: l’abnegazione verso il marito la renderà sposa, l’abnegazione verso i figli la renderà madre, l’abnegazione verso Dio la renderà vergine. Questa disposizione d’animo è la stessa avuta dalla Vergine Maria il giorno dell’Annunciazione.

In famiglia non mancano le occasioni per corroborare questo spirito di servizio e di disponibilità come ad esempio nell’aiutare nelle faccende domestiche, nell’accudire i fratelli più piccoli ecc. Attraverso atti ripetuti di concreta generosità (le mamme devono cogliere al volo quelle occasioni utili per permettere alle figlie di mettere in atto la loro disponibilità) si evita che la figlioletta precipiti nel sentimentalismo o che si ripieghi eccessivamente in sé stessa e nelle sue fantasie. E’ nell’oblio di sé che le ragazze impareranno a dominare le tempeste dei sentimenti per lasciar spazio al buon umore e all’attenzione per l’altro. Queste qualità sono indissolubilmente unite alla modestia, virtù che sta alla donna così come il coraggio sta all’uomo. Dio infatti ha riposto nella donna il grande potere della seduzione: se la donna ne abusa per attirare a sé, cadrà e sarà occasione di inciampo per il prossimo. Se invece la utilizzerà per rendere gloria a Dio potrà santificarsi ed edificare il prossimo. I genitori insegneranno alla ragazza l’arte del nascondimento così come faceva la Vergine Maria in presenza del suo divin Figlio. La mamma ha il compito di preparare la figlia alla sua futura missione,bella ma difficile, di Regina del focolare domestico: la giovane sarà chiamata ad essere un giorno sposa e madre e quindi anche puericultrice,catechista,infermiera,cuoca,sarta ! Si capisce da questo quanto sia importante nell’educazione delle ragazze una formazione intellettuale che non sia svincolata dalla pratica.

La virtù della Modestia.
Questa bella Virtù si manifesterà innanzitutto nell’abbigliamento. La ragazza imparerà a non scoprire il suo corpo ma a coprirlo con gusto. Le ammirazioni che susciterà non deriveranno da un’attrazione carnale ma dalla bellezza e dalla grazia che susciterà la sua condotta. Quando la ragazza crescerà sarà questa volta compito della mamma (non della maestra, della psicologa, di una militante di un circolo Femminista) di spiegare le vie misteriose della trasmissione della vita, gli stessi cicli del corpo femminile le rammenteranno costantemente che lei non vive per sé ma per Dio e per i figli che vorrà donarle. Quando un giorno il Signore la chiamerà a consacrarsi interamente a Lui o a un ragazzo nel vincolo del Matrimonio, il suo cuore ormai ricco di virtù sarà pronto a rispondere come la Vergine: “Fiat mihi secundum verbum Tuum” e a ripeterlo ogni giorno della sua vita.
Un processo educativo non può dirsi completo se non affonda le sue radici su una solida vita spirituale. La psicologia femminile è portata per sua natura ad una profonda vita interiore così importante per poter, in futuro, trasmettere i rudimenti della fede ai figli! L’educatore dovrà vegliare costantemente affinché questa pietà non si fondi sul sentimentalismo ma su un preciso atto di volontà rendendola così più stabile e forte. Per contrastare il sentimentalismo sarà importante vigilare sulla sua fedeltà alla preghiera anche nei momenti di desolazione spirituale in cui Dio sembra assente.

Conclusione.
Le differenze tra ragazze e ragazzi non devono farci dimenticare che appartengono alla stessa natura umana ferita dal Peccato Originale e redenta da Gesù Cristo sulla Croce.
In questi tempi di lassismo educativo derivante dalle sovversive teorie pedagogiche partorite dal Sessantotto, ragazzi e ragazze chiedono ai loro genitori e ai loro educatori una carità ardente, una pazienza infinita ma anche una fermezza senza indugi e un vero e proprio spirito di immolazione. Il buon esempio deve essere il pilastro fondamentale di ogni processo educativo degno di questo nome: tutti i genitori e tutti coloro che lavorano a servizio della gioventù, devono tremare al pensiero di quanto bene e quanto male possa derivare dal loro esempio, consolandosi però con la meditazione delle parole di san Giovanni Bosco patrono della gioventù: “Chi lavora per salvare le anime, salva anche la propria.”

da: www.radiospada.org

Gödel e la dimensione ultraterrena

di Francesco Agnoli

Kurt Gödel (1906 – 1978) è considerato da molti il più grande logico di tutti i tempi. Albert Einstein stimava un privilegio unico poter discutere con lui, passeggiando per Princeton, di matematica, fisica, filosofia e teologia. I contributi che egli ha dato nei campi dell’intelligenza artificiale, della logica e della matematica (in particolare i teoremi di incompletezza), sono enormi.
Ebbene possiamo chiederci cosa pensasse Gödel di questa vita e di una vita ultraterrena. Per capirlo occorre andare ai suoi taccuini personali.
Gödel infatti non amava pubblicare la sue riflessioni su Dio, la Chiesa, il mondo ultraterreno in un contesto culturale, così pensava, impregnato del “pregiudizio materialista“.
Ma scrivendo per sè stesso, annotava proposizioni come queste: “il nostro mondo, con tutte le stelle e tutti i pianeti che contiene, ha avuto un inizio e, con ogni probabilità, avrà una fine, diventerà, cioè, letteralmente ‘niente’.
Ma allora perchè ci sarebbe solo un mondo?“.
E’ evidente che nei suoi ragionamenti Gödel teneva presente non solo la fisica del suo tempo (con la scoperta del Big Bang, della vita e morte delle stelle e con le ipotesi sulla morte termica dell’Universo), ma anche le Scritture, in cui l’universo materiale è definito come una realtà creata dal nulla e destinata ad una fine. Un’idea che era il contrario esatto di ciò che nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento professavano le ideologie materialiste dominanti (positivismo, comunismo…).
Per Gödel il mondo non è solo uno, e non è solo quello che noi siamo abituati a percepire: accanto al nostro mondo a 4 dimensioni (tre dello spazio e una temporale), sono possibili altri mondi e soprattutto è possibile, anzi quasi “necessaria”, l’esistenza di una dimensione ultraterrena. Del resto il pensiero umano è esso stesso svincolato dallo spazio (non ha altezza, larghezza, nè profondità) e, sebbene solo in parte, dal tempo(la freccia del tempo, infatti, ha una sola direzione, perchè il corpo può solo invecchiare, ma il pensiero può vagare, avanti e indietro)
Ecco alcune considerazioni del logico-matematico: “l’affermazione che il nostro ego consista di molecole di proteine mi sembra una delle più ridicole mai enunciate“; “Poichè l’ego esiste indipendentemente dal cervello, possiamo avere altre fasi di esistenza nell’universo materiale o in un altro mondo…“; “se il mondo è organizzato razionalmente e ha un senso” allora deve esistere un aldilà, “perchè quale sarebbe il senso di formare un essere (l’uomo), che ha un tale ventaglio di possibilità per il suo sviluppo individuale e per le sue relazioni con gli altri, e non permettergli di realizzarne un millesimo? E’ come se si costruissero le fondamenta di una casa, con molte difficiltà e molta spesa, per poi lasciar andare tutto in rovina“.
Per Gödel, come per i teologi medievali, che in parte conosce, l’uomo è fatto per la Verità e per l’Amore, ma su questa terra non vi accede che in modo incompleto. In attesa, appunto, di una completezza, di una pienezza paradisiaca (essendo il Paradiso il luogo della compiuta realizzazione dell’uomo, del suo innestarsi in Dio). Se esistono verità, relazioni, cose belle (come la matematica), esse non possono che darci una fondata speranza che Verità, Amore, Bellezza esistano in modo pieno.
In altre parole, ricorrendo a san Paolo, al suo celebre detto: “Adesso noi vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; allora vedremo faccia a faccia“, si potrebbe dire che qui vediamo i raggi del sole, la luce che esso proietta, le opere di Dio, mentre un dì vedremo il Sole, vedremo Dio, distintamente, direttamente, senza mediazioni. Per questo Gödel era anche attratto dalle esperienze in punto di morte, allorchè avverrebbe, per alcuni, la rammmemorazione completa, in qualche istante, della vita passata, dimostrando così, a suo dire, la possibilità della disgiunzione mente-cervello e la non esistenza del tempo per realtà spirituali pure, Dio, gli angeli e le anime umane, una volta senza corpo.
Per approfondire: Francesco Agnoli, Il misticismo dei matematici, Cantagalli, 2017.

martedì 29 agosto 2017

Premio “citta’ di marineo” 2017: Designati i vincitori. A Desirèe Rancatore il Premio Speciale Internazionale

Nel solco di una tradizione che si rinnova, il Premio “ Città di Marineo” è giunto alla sua quarantatreesima edizione, quest’anno curata dall’Amministrazione comunale.  L’Albo d’oro testimonia la partecipazione di centinaia di poeti provenienti da varie parti d’Italia e di prestigiose personalità della scienza, della cultura, dell’arte e dello spettacolo che con la loro presenza hanno dato lustro alla cittadina marinese.
Il premio speciale internazionale è stato attribuito al soprano Desirée Rancatore,  personalità di primo piano dell’opera lirica italiana.
Con tale riconoscimento la Commissione giudicatrice “ha voluto sottolineare l’omaggio della Sicilia ad un’artista che si è affermata in tutto il mondo grazie alle sue grandi qualità interpretative, capaci di trasmettere una vasta gamma di emozioni”. Nel corso della sua prestigiosa carriera, il talento dell’artista palermitana è stato riconosciuto a livello internazionale per il “brillio virtuosistico del canto che si unisce al temperamento drammatico di un soprano che, nell’assoluta padronanza della coloratura e dei sovracuti, accende forti passioni fra gli amanti della lirica”.
Nell’ambito della poesia edita in lingua italiana la giuria, presieduta da Salvatore Di Marco, e composta da Flora Di Legami, Giovanni Perrone, Ida Rampolla  del Tindaro, Tommaso Romano, Michela Sacco Messineo e Ciro Spataro, ha attribuito il primo premio a Marcella Delle Donne, con la silloge “Donne donne eterni dei”, Edizioni Manni.
Oltre ai vincitori sono entrati nella rosa dei finalisti i seguenti autori: Pasquale Attard, con la raccolta “Dal califfato al regno”; Francesco La Commare con la raccolta “Sal’è zucca”; Giuseppina Landolina, con la raccolta “Verranno i giorni di maestrale” e Pietro Moceo, con la raccolta “Voglia di libertà”.
Nella sezione opere inedite in lingua siciliana il primo premio è stato assegnato “ex aequo” a Pietro Valenti per la lirica “Na casa”  e Mario Tamburello per la lirica “Vita”
Nella sezione opere edite in lingua siciliana il primo premio è stato assegnato a Rino Cavasino con la silloge “Amurusanza”, edizioni Coazinzolapress. Nella stessa sezione sono risultati finalisti: Giuseppe Condorelli, con la raccolta “ N’zuppilu n’zuppilu”, Cinzia Pitingaro, con la raccolta “U respiru d’u paisi”, Gaetano Spinnato, con la raccolta “Ri ranni uògghju fari u picciriddu” e Antonietta Zuccaro con la raccolta “’Nta lu diariu di li mé ricordi”.
            La Commissione Giudicatrice, inoltre, ha deciso di assegnare una targa premio al poeta francese Jean Flaminien per l’opera straniera “L’homme flottant – L’uomo flottante” , tradotta in lingua italiana da Antonio Rossi, Book Editore - Ferrara.

            La cerimonia di premiazione avrà luogo in Marineo (Pa) domenica 3 settembre alle ore 18.

martedì 15 agosto 2017

Amore coniugale: per Thibon si basa su quattro fattori

di Teresa Moro

L’amore: chi ne parla, spesso non sa cosa sia; chi lo vive, non sa parlarne. Sembra paradossale, ma è così: l’amore è troppo grande e complesso per poter essere descritto. Se poi si parla di Amore con la “A” maiuscola, la questione si fa ancora più complessa.
Alcuni aspetti dell’amore si possono tuttavia descrivere, senza la pretesa di essere esaustivi e di abbracciare l’esperienza di ognuno. Lo ha fatto per esempio il filosofo Gustave Thibon, enucleando quattro pilastri dell’amore coniugale nel libro Ce que Die a uni, trad. it. Quel che ha unito (Società Editrice Siciliana, Mazara del Vallo (Trapani) 1947).
In apertura Thibon chiarisce la differenza tra innamoramento e amore: il primo, fondato essenzialmente sui sentimenti, è precario e sfuggevole; il secondo, invece, passato attraverso inevitabili prove e fatiche, ha la caratteristica della stabilità e si presta a durare negli anni.
Definito questo, il filosofo sostiene che l’amore degli sposi deve basarsi su quattro pilastri: passione, amicizia, sacrificio e orazione.
PASSIONE, «poiché non possiamo concepire il matrimonio senza una attrazione sessuale reciproca, assunta, coronata e superata dallo spirito, che impone di adattarsi ai gusti e agli appetiti sessuali dell’altro, assai differenti nella donna e nell’uomo». Una passione che nasce dall’istinto, ma che viene trasfigurata dalla parte più nobile di noi e che impone un’accoglienza reciproca dei bisogni: l’uomo ha mediamente più bisogno di “sfogare gli istinti”, mentre la donna ricerca nell’unità fisica, in massimo grado, una tenerezza e una sintonia emotiva.
AMICIZIA perché, ancora prima che amanti, i due coniugi devono essere alleati verso un percorso di crescita umana (e spirituale) e di unione sempre più profonda, in una conoscenza dell’altro sempre più completa. Un’amicizia, dunque, che «insegni loro ad amarsi e a rispettarsi reciprocamente, incitandoli a penetrare nell’anima dell’altro, correggendo e dominando la tensione insita nel dualismo sessuale».
SACRIFICIO, perché le cose belle costano e vivere 24h/24 a stretto contatto con una persona, condividendo le scelte quotidiane come quelle più impegnative, mette a dura prova l’ego di chiunque, naturaliter egoista. Parafrasando, Thibon afferma che: «Disconoscere il lato positivo e fecondo insito nel sacrificio è la tara dell’umanitarismo evanescente proprio della nostra epoca. Tutti i disastri, tutte le miserie del matrimonio procedono da un tale disconoscimento. Non si dà matrimonio felice senza mutuo sacrificio, senza sforzo per superare le delusioni, la monotonia, i rispettivi egoismi».
ORAZIONE, perché è importante tenere sempre presente che a riempirci non è l’amore terreno del coniuge, ma un Amore che trascende il tempo e lo spazio. Ecco quindi che marito e moglie devono aiutarsi reciprocamente a mantenere lo sguardo puntato in alto, il che permette anche di amare di più chi ci sta vicino: infatti, «per amare un essere finito, con tutte le sue miserie e imperfezioni, occorre amarlo come messaggero di una realtà che lo oltrepassa, di una pienezza divina».
Questi quattro pilastri sono oggi in crisi, come è in crisi – di conseguenza? – il matrimonio: i coniugi non pregano più assieme; spesso non sono disposti a retrocedere, sacrificandosi, in vista del bene dell’altro o dei figli; l’amicizia, intesa come conoscenza e perfezionamento reciproco, è rara: un po’ perché non si ha chiaro l’orizzonte cui tendere e un po’ perché togliersi le maschere che indossiamo all’esterno può essere difficile anche tra le mura domestiche, così come lo è – per molti – accettare i propri limiti e difetti; infine, la passione: tutti parlano di sesso, ma in pochi lo vivono in maniera soddisfacente… tranne i cattolici, pare. Perché? Proprio perché la passione va unita e trasformata dalla spinta dello spirito, altrimenti rimane – per dirla con la sessuologa belga Theresé Hargot – un mero «esercizio fisico».
Che i quattro punti enucleati da Thibon possano essere utili e attuali?

da: www.libertaepersona.org

domenica 13 agosto 2017

Il misticismo dei matematici

di Giuliano Guzzo

Scienza e fede sono compatibili? Se un simile quesito solleva in voi dubbi, pensieri o semplice curiosità, c’è un libro – appena uscito – che fa esattamente al caso vostro. Sto parlando de Il misticismo dei matematici (Cantagalli 2017, pp. 137), l’ultima fatica di Francesco Agnoli, ottimo studioso da anni impegnato in una meritoria opera di approfondimento sui grandi scienziati della storia. Si tratta di un volume con cui l’Autore, con la competenza dello storico e la chiarezza del divulgatore, mette in luce – come viene premesso nelle prime pagine – «la presenza, in quasi tutti i più grandi matematici, di riflessioni filosofiche e teologiche riguardo all’esistenza di Dio, l’anima immortale, il mondo soprasensibile» (p.13).
La cosa bella del libro è però il fatto che, a parlare del misticismo dei matematici, una volta tanto sono…loro stessi. Agnoli infatti compie un’opera di notevole onestà intellettuale dando la parola direttamente a 15 giganti della matematica – da Pascal a Gauss, da Boole a De Giorgi -, cosa che consente al lettore di scoprire come costoro fossero non soltanto credenti, ma spesso veri e propri difensori della religione. Attraverso le pagine de Il misticismo dei matematici è così possibile scoprire aspetti e particolari interessantissimi ma che normalmente i libri di storica omettono e a scuola gli insegnanti quasi mai dicono. Tipo che Cartesio definiva l’ateismo «crimen atrocissimum» (p. 28) o che Leibniz combatteva il materialismo, apostrofato come «figlio illegittimo della nuova scienza della natura» (p.37).
Ma per forza costoro erano credenti – ribatterà subito lo scettico – dal momento che tutta la società, a quel tempo, era molto religiosa. Un’ipotesi interessante, ma che Il misticismo dei matematici confuta totalmente da un lato mostrando la religiosità di grandi uomini di scienza anche contemporanei – da Enrico Bombieri a Federico Faggin -, e, dall’altro, mettendo in luce come talvolta i giganti della matematica furono uomini di fede anche contro le mode del proprio tempo. Come fece per esempio Eulero, il più prolifico matematico della storia, il quale se da una parte frequentava ambienti nei quali «l’argomento principale della conversazione» era la presa in giro della religione dall’altra «tutte le sere riuniva la famiglia e leggeva un capitolo della Bibbia, che accompagnava con una preghiera» (p.45).
Ingenuo, dunque, sarebbe chi pensasse di spiegare la religiosità dei matematici appoggiandosi a meri fattori culturali. Ciò che Agnoli evidenzia, infatti, è come queste menti geniali fossero molto più che semplicemente credenti, ma costantemente attratte dalla religione. Si pensi al fascino che in Alexander Grothendieck, considerato da molti il più grande matematico del XX secolo e uno dei più grandi di sempre, suscitò «la cattolica francese Marthe Robin: una mistica segnata dalla sofferenza, che vive di Eucaristia» (p.102-103), o alla spinta metafisica che portò il grande logico Kurt Gödel «a respingere materialismo e panteismo, a leggere la Bibbia, a porsi, nei suoi taccuini personali, numerose domande sulla dottrina cattolica» (p.92). La religiosità, in ciascuna delle 15 figure approfondite da Agnoli, è una costante.
Il motivo per cui consiglio vivamente l’acquisto e la lettura de Il misticismo dei matematici non è quindi tanto la sottolineatura del fatto che molti scienziati siano credenti – già una ricerca della Rice University, condotta su 1.700 studiosi di primo piano, aveva chiarito come il 70% di essi lo sia (cfr. Science vs Religion – What Scientists Really Think, 2010) -, bensì la possibilità, che questo libro – che si legge davvero tutto d’un fiato, provare per credere – offre, di seguire da vicino i percorsi di fede, talvolta anche tormentati e per nulla lineari, di grandi scienziati la cui profondissima religiosità non viene mai ricordata. A tutto vantaggio dello stereotipo dello scienziato ateo, anticlericale e desideroso di smascherare le menzogne della Chiesa cattolica. Una bufala clamorosa della quale, quando avrete letto questo eccellente testo, non potrete che farvi lunghe risate.

da: www.libertaepersona.org

sabato 12 agosto 2017

Shakespeare era cattolico?

di Luca Fumagalli

Quando Chesterton scriveva che «un grande classico è uno scrittore che si può lodare senza averlo letto», senza dubbio stava pensando anche e soprattutto a William Shakespeare, il più grande autore della letteratura inglese e una delle menti eccellenti della cultura occidentale. Chesterton, da fine cesellatore di paradossi, in poche parole esplicita l’essenza poetica del Bardo dell’Avon, promotore di un messaggio così radicato nel cuore e nella mente dell’uomo da essere universalmente valido. Il fatto che Shakespeare abbia qualcosa da dire a tutti noi non lo rende, però, una specie di extraterrestre, né tantomeno un essere quasi angelico, estrapolato da ogni contingenza, superiore alle esigenze e alle incognite del quotidiano.
Ma è proprio a questo punto che iniziano i problemi. La vita di Shakespeare, infatti, pur affannosamente indagata nei secoli da storici e letterati di tutto il mondo, rimane ancora un grande punto interrogativo. Pochi particolari della lunga parabola esistenziale del drammaturgo elisabettiano sono noti con un certo grado di sicurezza, mentre intere annate pare si siano perse nell’oblio. Da qui hanno preso piede le più assurde e strampalate supposizioni che hanno fatto nascere nel tempo una sorta di “questione Shakespeare”, non troppo diversa per complessità dalla nota “questione omerica”. Innumerevoli saggi e articoli sono stati scritti per rivelare le presunti origini italiane del Bardo o per narrare la storia di uno scribacchino poco talentuoso diventato celebre solo per aver fatto da prestanome a nobili letterati di corte. Il tema è ancora caldo, e film recenti come Shakespeare in Love (1998) o Anonymous (2011) sono riusciti a costruire sceneggiature convincenti – con ottimi incassi al botteghino – inseguendo ora l’una ora l’altra delle più fantasiose piste interpretative a disposizione.
Elisabetta Sala, docente di storia e letteratura inglese, con il saggio L’enigma di Shakespeare. Cortigiano o dissidente? (Ares, 2011) affronta l’argomento da una prospettiva diversa, anche se per certi versi non del tutto inedita. Sgombrato il campo dalle dicerie e dalle grossolane semplificazioni di certa storiografia nazionalista, Sala conduce per mano il lettore in un’appassionante avventura investigativa alla ricerca di tutti quegli indizi che sembrano confermare la più scomoda delle verità per la protestante Inghilterra: Shakespeare era cattolico.
Già Jan Dobraczynski nel suo romanzo L’invincibile armata (1960) aveva fatto indossare al Bardo i panni di uno sfuggente ricusante amico dei gesuiti, nelle cui opere mette alla berlina tanto l’anglicanesimo quanto l’ottusa arroganza del sovrano di turno (poco importa se Elisabetta o Giacomo). L’enigma di Shakespeare dà a questa intuizione la forma di un corposo trattato che vanta, tra i molti meriti, un ricco apparato bibliografico e una prosa godibile.
Bastano dunque poche pagine per far crollare miseramente l’immagine convenzionale del Shakespeare cantore dell’ottimismo elisabettiano. Le sue simpatie, a quanto emerge in modo sempre più chiaro da studi autorevoli, erano rivolte piuttosto alla minoranza perseguitata – tra l’altro era in stretto rapporto con diversi rappresentanti della dissidenza cattolica –, e le sue opere cercavano, pur cautamente, di dar voce a chi non aveva più diritto di parlare. Il teatro e i testi lirici sono attraversati, non a caso, da un filo rosso sotterraneo che torna alla ribalta nella riproposizione di figure e situazioni ricorrenti (nonché nella citazione di particolari della devozione popolare cattolica, scomparsa con l’imposizione della chiesa nazionale). Lotte fratricide, equivoci dalle terribili conseguenze e personaggi positivi ingiustamente esiliati sono solo alcuni esempi di quelle immagini shakespeariane che comunicano a più livelli e che, tra le righe, raccontano allo spettatore di un regime corrotto, di una religione annientata dalla brama dei disonesti e di tanti sacerdoti che hanno pagato con la vita la fedeltà alla Chiesa di Roma.

Se, come ha dovuto infine ammettere anche qualche studioso protestante, Shakespeare morì papista, è perché, molto semplicemente, era rimasto tale per tutta la vita.

da: www.radiospada.org