martedì 2 giugno 2015

Ricordo di Umberto II ultimo Re d'Italia



di Cristina Siccardi


Nel 1946  nasceva la Repubblica e andava in esilio volontario Umberto II di Savoia (1904-1983). Sono trascorsi 110 anni dalla nascita dell’ultimo Re d’Italia, ma i media tacciono e con loro i politici repubblicani: troppo signore e troppo cattolico per parlarne…
Dopo i brogli elettorali del referendum istituzionale del 1946 (al riguardo esiste una nutrita bibliografia storiografica), le truppe polacche del generale Władysław Anders, che ebbe un ruolo fondamentale nella liberazione dell’Italia dai nazisti, offrirono la loro collaborazione, così come l’Esercito regio e l’arma dei Carabinieri, ad Umberto di Savoia, che «come molti sovrani», sta scritto nel bellissimo libro di Luciano Garibaldi Gli eroi di Montecassino. Storia dei polacchi che liberarono l’Italia (Oscar Mondadori), «ben diversi da tanti presidenti e dittatori, non volle però versare il sangue del suo popolo per conservare il trono. Finirono entrambi la loro vita in esilio, ma la loro coscienza era tranquilla». Umberto II, scegliendo l’esilio, risparmiò all’Italia una seconda guerra civile. Pio XII dimostrò la sua benevolenza ad entrambi: ad Umberto II, espropriato dallo Stato italiano di tutti i suoi beni, donò una somma di denaro per i primi duri tempi di Cascais; mentre ricevette in una commossa udienza il generale Anders, al quale, già nel 1944, aveva consegnato la medaglia di Defensor Civitatis.
L’aereo che condusse in esilio Umberto II decollò alle 16,10 del 13 giugno 1946, mentre dalla torre del Quirinale un graduato ammainava il tricolore con lo scudo sabaudo… Ben altro futuro si prospettava per l’erede al trono di Casa Savoia quando cento e uno salve di artiglieria, nel secolare parco del castello di Racconigi (CN), salutarono il Principe nel giorno della sua nascita: era il 15 settembre 1904. La giornalista Matilde Serao scriveva sulle colonne de «Il Mattino»: «Che chiederemo a Dio, che chiederemo alla Provvidenza, per te, per adornare la tua vita?… È vero, il mondo ha sete di pace, ma la pace non basta né all’uomo, né alla società, perché l’anima umana si elevi e si esalti in volo d’aquila. O piccolo Principe, il mondo ha sete di bene: il mondo ha orrore del male possa tu, o neonato di Elena e di Vittorio, o futuro Re d’Italia, diventare forte, ma restare buono; diventare un grande per te, per la tua nazione, per i tuoi tempi, ma restar buono. Rimanga in te, Principe, l’orrore del male; rimanga in te la innata invincibile incapacità del male: rimanga in te, o Re dei tempi novissimi, la savia innocenza del fanciullo». Umberto rimase «buono» e con l’«orrore del male», nonostante le guerre mondiali, i totalitarismi, la scristianizzazione dell’Europa, la solitudine della sua drammatica esistenza.
Egli, nella quiete di Villa Savoia, dove i reali si erano trasferiti per essere distanti dal Quirinale (loro precedente residenza), non si trovò a vivere in una corte, ma in un focolare domestico, fra la gioia e la protezione della materna regina Elena. Tuttavia il clima mutò allorquando iniziò gli studi: Vittorio Emanuele III (che stabilì sempre un rapporto di soggezione e sudditanza nei confronti del figlio, la cui simpatia e prestanza fisica creavano fra loro un enorme distacco) decise che occorreva formarlo militarmente: disciplina, caserma, accademia, esercitazioni; fu così posto sotto la direzione dell’ammiraglio Bonaldi, il quale piegò il suo spontaneismo ad un ferreo autocontrollo, che divenne il filo conduttore di tutta la sua vita. Umberto non andrà al funerale di Attilio Bonaldi: un segnale importante della sua personalità, che non fu mai ipocrita, neppure per interesse della propria immagine pubblica; dissimulatore non riuscirà neppure ad esserlo nella vita coniugale.
A Torino visse i suoi anni spensierati dal 1924 al 1929. Amava gli sport, il ballo, le conversazioni, la compagnia di amici e amiche in un giovane clima goliardico… Ma venne richiamato all’ordine dai suoi doveri, inoltre era giunto il tempo si sposarsi. Il matrimonio (8 gennaio 1930) fra Umberto e la principessa belga Maria José, assai fiera delle simpatie socialiste dei genitori, fu combinato a tavolino. Due culture differenti e opposte quella del Belgio e quella italiana.
Umberto manifestava la sua religiosità apertamente. Peccato ed espiazione gli erano sempre dinnanzi. Significativa, negli anni torinesi, la sua Messa solitaria alle sette di mattina della domenica, al Cottolengo. Da ricordare anche le sue partecipazioni alle processioni religiose, dove indossava il saio, e i pellegrinaggi a Santiago di Compostela, a Nazaret, a Betlemme…
Mussolini lo detestava, lo temeva per il consenso che mieteva intorno a sé, per tale ragione l’Ovra (polizia segreta del Regime) aveva gli occhi puntati su di lui e seguiva tutti i suoi spostamenti. Nacquero così calunnie e pettegolezzi infamanti sull’erede al trono.
Arriva l’8 settembre del 1943: Umberto è contrario a lasciare Roma per raggiungere il Sud, tuttavia Vittorio Emanuele III non transige. Poi l’abdicazione… ma la Monarchia non piace né a De Gasperi, né agli Stati Uniti, tantomeno ai comunisti, che si sono “distinti” nella lotta partigiana e perciò hanno parecchia voce in capitolo, tanto che l’operazione “brogli” sul referendum istituzionale viene manovrata da Palmiro Togliatti in persona, che interviene direttamente per ritardare il rientro in Italia dei reduci dai campi di prigionia russi. Non possono votare neppure coloro che si trovavano ancora nei campi di prigionia o di internamento negli altri Paesi. Inoltre sono escluse dal voto la provincia di Bolzano con Bolzano, la Venezia Giulia con Gorizia, Trieste, Pola, Fiume, Zara, zone controllate o dall’autorità militare alleata o dalla Jugoslavia di Tito. Insomma, si contano 2 milioni di voti sottratti alla Monarchia. Che cosa importano 2 milioni di voti ai “democratici” Togliatti e De Gasperi?
Il regno di Umberto II durò dal 9 maggio al 2 giugno, 23 giorni appena. L’esilio 37 anni. Trovò una sistemazione a Cascais, sulla Costa del Sol, a circa 30 chilometri da Lisbona. Si faceva chiamare Conte di Sarre. Non andava mai nei ristoranti eleganti, cercava trattorie e pizzerie. Scelse un ritirato stile di vita, quasi eremitico fra libri, ricordi e i fedeli amici che andavano a trovarlo a Villa Italia, dove trovava spazio una profonda vita di Fede praticata, nella continua ricerca della modestia, della preghiera, della mortificazione. Non si considerava ex Re d’Italia, ma un esiliato e viaggiava con un passaporto da apolide, perciò, ad ogni frontiera, veniva invitato al posto di polizia per accertamenti.
Incarnò il suo ruolo secondo uno stile personale, improntato alla riservatezza, alla discrezione, ad un codice etico e religioso di rigorosa severità interiore e di grande dignità. Il Presidente della Repubblica, l’ex partigiano Sandro Pertini, gli fece sperare che un giorno sarebbe tornato in Italia e che sarebbe morto nel proprio Paese… danni e beffe da quella beffarda e sgangherata Repubblica, nata da un vero e proprio colpo di Stato.
Il Re tornò a parlare agli italiani in un’intervista televisiva del 1976. Nessun accento polemico, ricordò soltanto che Carlo Alberto rimase in esilio tre mesi, «io trent’anni», un nodo gli serrò la gola e con la mano fece cenno di non voler aggiungere altro. Struggente rivedere quella testimonianza di un galantuomo che mai si macchiò di corruzione, di menzogna o di truffe, ma visse in maniera evangelica il suo dovere di stato.
Profondamente addolorato dai mondani stili di vita dei figli e della moglie, si spense il 18 marzo del 1983, con la parola Italia sulle labbra, all’età di 79 anni nell’Ospedale Cantonale di Ginevra. Il 24 marzo la sua salma trovò dimora nell’Abbazia di Hautecombe, in Savoia. Per le sue esequie erano presenti diecimila persone, ma neppure un ministro italiano presenziò e la RAI non trasmise la diretta televisiva; l’unico segno di lutto fu portato dai calciatori della Juventus per volontà di Giovanni Agnelli.
Umberto II ha voluto che nella propria bara fosse riposto il sigillo reale, un grande timbro che si trasmette di generazione in generazione quale simbolo della legittimità nella linea dinastica; così facendo non passò nessuna consegna ai suoi eredi.
Questo sovrano signore, che non volle spargere altro sangue nella sua amata terra, ebbe una grande devozione per il Sommo Pontefice. Appena nominato Luogotenente (8 giugno 1944) rese omaggio a Pio XII; il 14 maggio 1982 incontrò Giovanni Paolo II a Fatima e al Papa donò, per volontà testamentaria, la Sacra Sindone.
Fra le carte di Re Umberto II si rinvenne nella sua scrivania uno scritto di suo pugno, che riportava un passo della lettera di san Paolo ai Corinzi (1 Cor 4, 3-4), ricopiata in latino e tradotta in italiano: «Mihi autem pro minimo est ut a vobis iudicer (aut ab humano die). Sed neque meipsum iudico. Nihil enim mihi conscius sum: sed non in hoc iusticatus sum; qui autem iudicat me, Dominus est», «Poco importa a me d’essere giudicato da voi (o da un tribunale di uomini)… né mi giudico da me stesso, poiché non ho coscienza di aver commesso alcunché; ma non per questo sono giustificato: mio giudice è il Signore!».
da: www.riscossacristiana.it

Il Caravaggio a Caltanisetta


Ricordo di Pino Giacopelli

Domenica 31 ultimo scorso, nel salone d'Italia di Monreale, con l'intervento del Sindaco, delle Autorità e della famiglia con numerosi amici ed estimatori presenti, si è ricordata la figura e l'opera del poeta e saggista Pino Giacopelli, nel primo anniversario della scomparsa. Pubblichiamo l'intervento del Maestro Salvatore Caputo che ne ricorda la personalità. Nei prossimi giorni sarà disponibile l'intervento di Tommaso Romano quale ulteriore apporto alla manifestazione su invito della famiglia.

Come saprete, sono un pittore, quindi non è con le parole che sono abituato ad esprimere le mie emozioni. Per questo il mio discorso sarà breve, ma per me sicuramente intenso: è, infatti, l’espressione del mio affetto e della mia stima immutati per Pino.
Ogni commemorazione ha un gusto agrodolce per chi – come me oggi – è chiamato a ricordare un amico che non c’è più. Dover ripercorrere le vie della memoria in assenza di chi ha fatto parte della nostra vita è, infatti, un compito ingrato, perché riapre ogni volta una ferita profonda. Ma il compito è ingrato solo in parte, giacché, d’altro canto, ci permette di celebrare ancora una volta non il passato, ma il presente; non il vuoto ricordo, ma la tangibile presenza, la fruttuosa eredità – umana e culturale – di chi, come Pino Giacopelli, ha saputo lasciare un segno importante dietro di sé. Ed è appunto con questo spirito che mi accingo a celebrare il mio amico, qui, oggi.
Ho conosciuto Pino negli anni ’80 del secolo scorso, qui a Monreale. Di lui mi colpirono subito l’entusiasmo, l’umiltà e l’umanità. Intellettuale impegnato, Pino non si limitava a scrivere le sue – belle ed intense – poesie: si spese sempre moltissimo per la sua città d’adozione. Era un uomo che metteva tutta l’anima in quello che faceva, e questo lo portò, oltre all’impegno culturale, anche a quello politico. Quella fu una stagione intensa, sia per Monreale che per i numerosi artisti coinvolti nelle continue, qualificate e qualificanti attività frutto delle idee di Pino.
Furono gli anni delle estemporanee di pittura, dei premi di poesia, di una lunga serie di manifestazioni improntante a una magnifica sinergia di arti, in cui il dato visivo, il suono e la parola trovavano ognuno un suo posto e si mescolavano a creare momenti di rara intensità. Questi sono i primi ricordi che ho di Pino, di lui come organizzatore, o – meglio ancora – come agitatore culturale.
Le prime collaborazioni sono state alcune mostre sia estemporanee che collettive, organizzate dal nostro amico. Ma non erano le solite mostre: erano occasioni di incontro, di confronto, e anche di goliardia. Da questi primi contatti, a poco a poco le nostre affinità divenivano sempre più evidenti. Ma Pino, ovviamente, non si limitava ad organizzare mostre, bensì manifestazioni ben più articolate e coinvolgenti. Coinvolgenti nel senso che, anche se si trattava di un premio letterario – e mi riferisco al “Premio Giacalone”, storico premio da lui organizzato – coinvolgeva anche artisti di tutte le tendenze e le specialità, nel senso che le serate, lunghe e piacevoli, vedevano momenti di letteratura, momenti di poesia, momenti di musica ed a volte anche intrattenimento da parte di attori conosciuti e bravi, che partecipavano a questa manifestazione per l’amicizia che li legava a Pino Giacopelli.
Il Premio Giacalone, di cui mi onoro di aver realizzato un anno (nel 1988) le scenografie, vedeva la partecipazione di qualificatissimi autori sia a livello nazionale e a volte anche internazionale. Il tutto era condito dall’affabilità e dalla innata capacità comunicativa di Pino, che rendeva il tutto armonioso e piacevole. Per dire ancora dei suoi molteplici interessi, voglio ricordare che quello stesso anno egli si fece promotore presso l’Amministrazione Comunale della realizzazione di una medaglia commemorativa che realizzai, esaltando i simboli di Monreale, e della quale penso sia una tra le opere medaglistiche mie più riuscite. La rete di relazioni e collaborazioni che Pino riusciva a tessere fece sì che si potè realizzare una bella cartella di serigrafie – “Fontanalia”, ispirate ovviamente a Monreale – che ha visto la luce in quel periodo e che ha preso il volo per tutte le parti del mondo.
La vitalità vulcanica di Pino lo portò anche a cercare nella zona più antica di Monreale, cioè la Ciambra, un piccolo locale per farne una galleria d’arte. In questa sede – La Ciambrina, appunto – furono tenute diverse mostre, e tra le tante anche una mia personale. In quest’occasione Pino si adoperò per fare di una semplice mostra un evento, coinvolgendo un gran numero di persone e personalità.
Anche l’occasione della presentazione di un libro diventava il pretesto per passare una magnifica giornata insieme. Mi ricordo, infatti, di un piacevolissimo giorno che Pino ci fece trascorrere in un bell’agriturismo, di cui non ricordo né il nome né la collocazione, in occasione della presentazione dell’antologia poetica  “Confetto rosso”, per cui avevo realizzato la copertina. La giornata trascorse tra gli interventi, le battute, le poesie degli intervenuti – poeti, pittori, amici – presenti all’evento. Ricordo con immenso affetto quei momenti, che furono una delle tante occasioni che cementarono la mia amicizia con Pino.
Un’altra volta, Pino organizzò una bella manifestazione artistica in una località del trapanese, Triscina. L’evento era, per così dire, bifronte. Da una parte, ogni pittore portò delle opere per fare una mostra nei locali di un villaggio turistico del luogo. Dall’altra, vi fu una sorta di happening, un’estemporanea da cui nacquero delle opere ispirate agli “umori” del posto in cui stavamo trascorrendo quei giorni. Questa fu l’occasione per stringere nuovi rapporti. Anche col proprietario del villaggio si instaurò da subito una bella sintonia. L’uomo, dalla simpatia travolgente, era anche lo chef della struttura che ci ospitava, e riusciva sempre a coinvolgerci e a farci veramente stare in armonia grazie alle grandi tavolate, per le quali preparava spesso enormi pesci riccamente decorati. E si passavano pomeriggi e serate a discutere, chiacchierare e ridere.
Insomma, ogni evento – che fosse un premio, una cena o un concerto – era, soprattutto, un’occasione per passare del tempo fra amici, chiacchierando amabilmente ora del serio e ora del faceto, per immaginare nuove future collaborazioni, con l’attenzione leggera che Pino sapeva dare alle cose. Queste erano le cose che Pino sapeva organizzare.
Forse, però, il ricordo più caro che serbo di Pino e di tutta la sua famiglia erano le magnifiche cene a casa Giacopelli, preparate con amore e grande perizia culinaria dalla moglie Lydia, occasioni di fervido scambio culturale ma, soprattutto, piacevolissimi momenti di armonia, di “eufonia”, per così dire, tra persone che condividevano da angoli diversi lo stesso amore per la cultura e l’arte. Oltre agli amici più stretti, fra i commensali si potevano incontrare registi, giornalisti, attori. Fu, appunto, durante una di queste cene che incontrai con grande piacere il poeta Vittorio Vettori e Livia Pomodoro, amici di Pino. Ma il “personaggio centrale” di queste occasioni conviviali era certamente Mimmino, il gatto di casa Giacopelli, amato quasi come un figlio, le cui dimensioni considerevoli incutevano in tutti noi un certo rispetto.
Ed è così, con un sorriso, che mi piace ricordare Pino. Perché questo sorriso è l’evidente segno di quanto di buono questo mio amico è riuscito a regalare a tutti e a ognuno di noi. Solo chi lascia qualcosa di veramente profondo, infatti, solo chi lascia – assieme all’innegabile vuoto – un grande calore nei nostri cuori, può essere ricordato con la leggerezza di un sorriso. E Pino, sicuramente, questo onore se l’è ampiamente guadagnato.

Grazie, Pino.

Divorzio breve, passo avanti della rivoluzione.

di Carmelo Bonvegna

 Col presente “foglietto” i “5” amici lettori sono costretti a rileggere la “premessa” di un altro mio scrittarello intitolato “Prove di Rivoluzione di Pisapia col Gay Pride” del luglio 2011. Se lo ripeto qui, è perché ripetitiva e monotona, come le cattive abitudini, è la Rivoluzione. Mi scuso ma “repetìta iùvant”.
Studiosi cattolici col termine “Rivoluzione” intendono quel processo negativo che nasce dalle tendenze disordinate dell’animo dell’uomo, conseguenza del peccato originale; diventa a poco a poco abitudine, costume prima nel singolo individuo, poi pensiero e filosofia nelle società e, quindi, legge codificata; essa tenta di sovvertire i Dieci Comandamenti e il Diritto naturale e di instaurarne altri diversi e contrari; ovviamente si oppone anche alla Chiesa e alla sua Dottrina. La Rivoluzione è sempre esistita e si è manifestata in vari modi a seconda delle epoche, degli uomini e delle circostanze; ma negli ultimi tempi, a partire dall’Illuminismo (sec. XVIII), la sua presenza è diventata più esplicita e pressante anche col sorgere della Massoneria in Inghilterra (1717) e il suo diffondersi in Europa, e l’instaurazione dei regimi demo-liberali nell’800 che hanno osteggiato anche se tollerato la Religione Cattolica e quelli social-comunisti e nazional-socialisti, nel 900, che l’hanno perseguitata fino a spargerne il sangue.
Finito, finalmente, il regime sovietico per suicidio del Comunismo (1989) e con esso la persecuzione, diciamo, “diretta” che ha prodotto un numero di Martiri  mai visto prima nella storia, la “Rivoluzione” in Occidente si è fatta più subdola e, forse, più pericolosa perché è “ritornata” alla originaria insidia colpendo con forza maggiore “in interiore homine” (S. Paolo/S. Agostino) cioè nelle tendenze e nelle passioni in cui l’uomo moderno europeo è più vulnerabile; in questa impresa, sempre in evoluzione, oggi si serve della filosofia del “relativismo”, esaltata apertamente da tanti cattivi maestri di pensiero (Joseph Ratzinger, nel suo ultimo discorso da cardinale , 18-04-2005, parlò, a ragione, di “dittatura del relativismo”) e che non distingue più il bene dal male e, pertanto, conduce i singoli e le società alla confusione, all’indifferenza e al nichilismo. Ed è ciò che vediamo ogni giorno. La ricaduta di tale “filosofia” sulla Famiglia è devastante: contro questa, infatti, specie dal Sessantotto in poi, la Rivoluzione si accanisce con un odio mirato, frontale e massiccio.
La presente premessa può servire da introduzione a tutti gli eventi “storici” negativi, piccoli o grandi, che ci passano davanti; uno di questi, oggi, si chiama “divorzio breve” (votato il 22-IV-2015), l’ultimo (per ora!) di una serie che, schematizzando, facciamo partire dalla Rivoluzione del 1968.
Il “1968” io lo vidi esplodere  mentre ero all’Università Cattolica e ne sono testimone diretto perché vi presi parte in prima persona. Fu un evento epocale che nella sua fase “calda” si protrasse fin quasi alla fine degli anni 1970 e rappresentò lo snodo di tante forze negative incubate in precedenza nella società ormai “post-cristiana”. Il “68” fu in gran parte “radical-borghese” ed ebbe due “anime” conviventi: una “politica” che si connotò quasi dall’inizio come marxista-comunista e un’altra detta “culturale” o “sessuale” o del “costume”; la “prima”, che tentava di instaurare il comunismo, fallì e perché arrivava in ritardo mentre le nazioni dell’Est cercavano di scuoterne il giogo (Budapest 1956, Praga 1968) e, soprattutto, per la refrattarietà del popolo italiano che non lo ha mai voluto; la “seconda”, invece, irruppe e vinse su tutta la linea e trascinò molta parte della società, compresa la cattolica. È questa che chiamiamo “Rivoluzione culturale del Sessantotto” e contro cui mi schierai fin da subito.
In estrema sintesi, il salto di qualità allora fu il seguente: cose che prima erano riprovate come “cattive”, dopo si ritennero “buone” e, di conseguenza, se ne pretese la legalizzazione da parte dello Stato; esse, preparate in tanti anni di corruzione, vennero salutate come frutto di “libertà”, “progresso”, “civiltà”, “uguaglianza”, “democrazia”, liberazione dal “medioevo”, dalla “reazione”, dal “fascismo”, etc. I risultati immediati furono divorzio (1970) e aborto (1978): due colpi mortali, l’uno alla Famiglia, l’altro alla Vita umana; per molti (specie riguardo al divorzio) ritenuti “necessari” e “inevitabili” per “risolvere” i “casi pietosi”  per altro moltiplicati e gonfiati a dismisura dalla propaganda; sicuramente, però, costituirono il varco attraverso cui passò e passerà – salvo miracoli – tutto il “resto”! Da quel momento la Rivoluzione ha acquistato vigore e velocità scivolando su un piano inclinato senza freni e senza “paletti”, immaginati dai benpensanti, nella furia di inventare, stimolare e legalizzare le spinte, le tendenze, le pulsioni, i desideri, le passioni e gli stessi vizi dell’uomo.
Aperta la breccia, questa fatalmente diventa voragine senza limiti da cui avranno diritto a passare infiniti “casi pietosi” (“mia moglie/mio marito russa/non mi piace lavare i piatti etc., voglio il divorzio!”): è inutile illudersi, la Rivoluzione maneggia una “materia” delicata e “pericolosa”, quindi non può avere fondo e – stando così le cose – non ne avrà per secoli!
Ecco, in questa “corsa”, il “divorzio breve” è solo una tappa prevista e – sicuramente – presto sarà superata dal “divorzio lampo”, sorta di “usa e getta” di anime e corpi di uomini, donne e bambini, del resto già in progetto con le “unioni di fatto” o “a tempo” o “a prova”; questa “fase” si concluderà, poi, con la cancellazione del matrimonio stesso, nel frattempo reso “banale” e “inutile” dalla dissoluzione completa della società. Così, il “Padrone del mondo” (è l’Anticristo?) che presiede a tale dissoluzione, tenterà di ridurci ad atomi, individui soli, divisi, instabili, poveri e disperati dopo averci fatto assaporare la effimera ed egoistica “libertà” di quelle conquiste dette “civili”. E difatti tale suo dominio viene perfino applaudito  con la frenesia di sudditi stolti i cui figli saranno i primi a pagare il disordine da essi coltivato: alla Camera dei Deputati (è la stessa “Aula sorda e grigia” del Novembre 1922) il “divorzio breve” ha ottenuto ben 398 sì, contro appena 28 no, una maggioranza “sovietica”. E dire che, mentre questi “statisti” – nel silenzio assoluto dei mezzi democratici di informazione – votavano il “passo avanti” contro la Famiglia, nel sole di piazza San Pietro, il buon Papa Francesco, di cui coloro ogni tanto fanno finta di dire un gran bene, parlava della santità e bellezza del matrimonio tra un uomo e una donna!
Alcune riflessioni e domande finali:
1) è evidente che quando si tratta di andare contro il Diritto naturale, tutti i partiti sono coalizzati; hanno votato no solo Lega  Nord e gli on.li Roccella, Meloni, Gasparri, Marinello, Pagano: coraggiosi ribelli agli “ordini” impartiti dalla piramide massonica?
Fra i “398” c’è qualcuno che avrà il coraggio e il cattivo gusto di chiedere il  mio voto alle prossime elezioni? Attenzione, io ho buona memoria!
Ma cosa ci guadagna la Rivoluzione nel sovvertire il Diritto naturale? La risposta/spiegazione non può che essere “religiosa”: chi, al vertice, organizza il disordine nel mondo, non ha guadagno “materiale” o in moneta sonante. Il suo è soltanto “guadagno”  “spirituale” e “metafisico”; esso non consiste nella liberazione delle persone in difficoltà (tale “liberazione” è una favola per ingenui: a costui non ha mai importato nulla del “dolore” vero del prossimo!) a lui basta la soddisfazione superba, diabolica, prometeica di contrastare il disegno di Dio; però succede che, non potendo aggredire Dio, puro spirito che non vede e non tocca, si rifà sulle sue creature e, soprattutto, sull’uomo che ne è immagine privilegiata: in passato, a tal proposito si usavano parole come “mysterium iniquitatis”; ora, però, il vocabolo “inìquitas”, troppo duro (in latino poi!) è passato di moda, ma il “mistero del male” resta tutto intero e chiede comunque un tentativo di spiegazione. So che l’argomento diventa “difficile” anche per molti buoni fratelli non più abituati a simili discorsi; sicuramente fa sorridere gli intellettuali boriosi; ridono in molti soprattutto se politici, oscuri esecutori di ordini calati dall’alto. Io invece immagino che i loro “superiori”, assisi nei sinedri delle logge, non ridano affatto; costoro, anzi, credono in Dio (anche il Diavolo ci crede, e come!) ma Lo odiano insieme al suo Disegno, al suo Vangelo, alla sua Religione, alla sua Chiesa Cattolica e, in definitiva, all’uomo stesso.
 Pertanto, se c’è qualche volenteroso che voglia opporsi alla Rivoluzione, non deve far altro che “il  contrario della Rivoluzione” come diceva Joseph De Maistre ai primi dell’800, cominciando a contrastare le tendenze disordinate del proprio cuore: è un esercizio spirituale di cui, data la “materia” montante delle “maggioranze” nel mondo molle di oggi, diviene difficile perfino parlare con gli amici. Tuttavia questo è il solo modo per l’inizio di un cambio di rotta: le impreviste, bellissime insorgenze di popolo in occasione del referendum sulla “legge 40” (12/13-VI-2005) voluto dalle forze anticattoliche e da queste perso rovinosamente e il “dies familiae” (15-V-2007) che vide a Roma presso la Basilica di San Giovanni due milioni di persone, sono segnali di un tale possibile “cambio”, ma possono venire solo dopo una “metanoia” spirituale e personale.
Ricordo, qui di passaggio, che nel grandioso raduno di Roma, Matteo Renzi disse: “non c’è bisogno di essere cattolici per difendere la famiglia”; ma oggi, forse ha cambiato idea e, stando ad “Avvenire” (3-V-2015), avrebbe  dichiarato: “Il divorzio breve è legge. Un altro impegno mantenuto. Avanti, è la volta buona”. Spero che ciò non sia vero ché, altrimenti, quando il giovine cattolico Renzi, manderà anche a me la classica letterina elettorale con “Caro amico…” saprò cosa fare!

Il sud alza la testa !


La fine della rappresentanza in Italia

di Domenico Bonvegna

Tra le grandi fratture che segnano il nostro tempo, c’è sicuramente la crisi della rappresentanza. Ormai da troppo tempo c’è tanta gente che non si reca più a votare perché non trova forze politiche e candidati credibili. Gli italiani hanno perso la fiducia nella politica, e non si sentono più rappresentati.
Ma non è stato sempre così per De Rita e Galdo, nel libretto “Il popolo e gli dei”, edito da Laterza, raccontanola politica degli anni cinquanta, sessanta e settanta, quando gli italianiandavano a votare in massa, la politica appassionava e coinvolgeva, generava appartenenza quotidiana, nella durezza dello scontro tra le diverse famiglie-comunità dei partiti, anche perché riusciva a stimolare la crescita, individuale e collettiva, verso un’emancipazione nella scala sociale. La politica era un motore delle aspettative della società, includeva i cittadini con le loro diversità economiche e sociali, faceva sognare tutti e ciascuno di potere diventare altro da quello che si era. Una volta che si è rotto questo meccanismo, il distacco è stato inevitabile e tutti gli indicatori lo registrano”.Nonostante la cronica instabilità politica, che vedeva all’opera un governo all’anno, la quasi totalità degli aventi diritto al voto accorreva alle urne, il 94 per cento alle politiche, 92 per cento alle amministrative, l’87 per cento alle europee. Mentre oggi alle ultime elezioni politiche del 2013, oltre 14 milioni di italiani hanno scelto di non recarsi alle urne, con un aumento di oltre 3 milioni in appena cinque anni, mentre gli aventi diritto al voto, nello stesso periodo, sono aumentati di 330.000 unità.“Laddove eravamo i primi, siamo diventati gli ultimi”. Nei giornalisti affiora una certa simpatia per laI Repubblica.
Una volta “un dirigente politico, nei partiti che funzionavano, veniva selezionato dal conflitto interno ed esterno al proprio mondo di riferimento, cresceva nelle palestre delle sezioni, dei consigli comunali, delle assemblee rappresentative, dal più piccolo degli enti locali fino al parlamento”. Oggi può capitare ad un dirigente politico di ritrovarsi direttamente al governo “dopo essere passato per qualche salotto televisivo”.
 Ormai il discredito dei partiti e di conseguenza della politica, ha raggiunto livelli alti, “la furia popolare ha travolto la credibilità dei partiti, dei loro apparati e dei rispettivi dirigenti”. Il disgusto e la rabbia verso la politica è un sentimento diffuso nella percezione collettiva. “E’ un universo di raccomandati, dove non si fa carriera per merito, per competenza e per capacità”. A questo proposito i due economisti scrivono che esiste “una rabbia generalizzata che colpisce più della metà degli italiani, al primo posto, tra i focolai del malcontento di moltitudine, torna il tema del disprezzo nei confronti della politica e l’indignazione per i comportamenti del pezzo di establishment che gravita tra le istituzioni e i partiti: l’80 per cento degli italiani si sente pronto a partecipare spontaneamente a manifestazioni contro i privilegi della classe politica e dei rappresentanti istituzionali”.
Tuttavia la politica ha bisogno di autorevolezza, non di autoritarismo, “E un valore etico che non è riconducibile soltanto al fondamentale comandamento di «non rubare»: senza un progetto, un orizzonte di lungo respiro, la politica diventa solo gestione dell’esistente e scivola nella dimensione del potere fine a se stesso”.
De Rita e Galdo concordano che tra le varie cause della crisi politica c’è soprattutto “l’eclissi di leadership”, un fenomeno in evidente crescita, che non può essere sostituita dal “salvatore della patria di turno, dall’uomo della provvidenza”. Ho presente l’interessante ciclo di conferenze organizzate qualche anno fa dall’ex sottosegretario Alfredo Mantovano a Lecce, dal titolo, “Le sfide della leadership”. L’ex politico pugliese intendeva dare delle risposte precise su che cosa significa leader di una comunità, su come si formano le guide nei vari settori della vita quotidiana, quale deve essere il loro ethos e quali strumenti per comunicare.
I due giornalisti smontano anche ilfalso mito della società civile. “Chi conosce la società italiana sa bene quanto il corporativismo, grande e piccolo, e la tendenza a fare cordate o tribù, appartengono ormai agli elettori come agli eletti - pertanto secondo De Rita e Galdo- la pomposa mistica della società civile, come serbatoio di eccellenze da prestare alla vita pubblica, non ha alcun fondamento nella realtà”.
Non è facile riaccendere la scintilla della rappresentanza negli italiani, La politica ha bisogno di stare nella realtà delle cose, con una cultura di governo pragmatica e realista, e allo stesso tempo di riscoprire il fascino di un sogno collettivo, del pathos di una condivisione nazionale, di un impulso alla crescita del corpo sociale. Se resta piatta e vuota, come appare oggi, il suo primato spinge alla regressio­ne e non alla propulsione, e nell’ombra di questo arretramento si nascondono le peggiori insidie del populismo, dell’invidia sociale e del livellamento, che si contrappongono a una sana competizione e a una crescita verso l’alto della società. Per funzionare, secondo una efficace dinamica di rappresentanza democratica, la politica ha una necessità vitale di organizzazione, ancorata al progetto e al territorio”.De Rita e Galdo ci tengono a precisare che non intendono riproporre la politica della I Repubblica. Però sono contro quei politici che passano “da un talk show televisivo a un altro senza soluzione di continuità”. Oppure qulli che assomigliano a degli“attori sempre impegnati a studiare la parte da interpretare, padroni di un territorio un tempo riserva esclusiva di professionisti dell’intrattenimento e di cantanti, vengono naturali alcune domande: ma dove trovano il tempo per metabolizzare un pensiero, un’idea? E il tempo per accorgersi di quanto accade realmente attorno a loro, nella realtà del quotidiano e non nella finzione di uno studio televisivo?”Chissà se hanno il tempo di leggere un libro, di studiare. Del resto questa è una società impersonale, dove l’istruzione e la cultura non sono considerate priorità, il linguaggio si impoverisce, i sentimenti siraffreddano fino ad esprimersi nella sintesi internettiana del ‘mi piace’. Siamo alla fine della storia, della politica? L’unica via per uscire dalla crisi della rappresentanza è quella del ritorno della politica, con profonde radici culturali, per sconfiggere il virus del populismo. Papa Francesco nel suo primo discorso del suo pontificato ha fatto riferimento esplicito alla necessità di ricostruire “la fiducia tra il vescovo e il suo popolo: ‘camminiamo insieme, vescovo e popolo…’, Sono parole valide anche per la politica.