lunedì 20 giugno 2016

Gender Theory: il nuovo Marxismo che vuole distruggere l'uomo.

di Domenico Bonegna

C'è un'invasione sovversiva che sta sorprendendo nazioni impreparate. Non è l'immigrazione selvaggia di questi mesi, ma è la Gender theory. Una nuova ideologia che sta colpendo l'umanità nella propria intimità. Si tende a cancellare la differenza uomo-donna e introdurre il concetto di uomo neutro, che si apre, sulla base degli orientamenti sessuali, a tutte le identità di genere. Si sopprime il vecchio modello di società eterosessuale per creare la società neutra senza sesso. Di fronte a questa triste prospettiva narcisistica dell'ideologia del gender non dobbiamo avere paura di opporci, anche se troviamo opposizioni, ostilità e timori all'interno del mondo cattolico, del resto sarà “il tormentone del secolo”.
“Da circa trent'anni, nuove ideologie si stanno diffondendo per confondere le fondamenta dell'antropologia”, lo scrive Etienne Roze nel suo poderoso saggio, “Verità e splendore della differenza sessuale”, edito da Cantagalli (2014). Di questa confusione se ne era accorto il grande Giovanni Paolo II, che nel 1981, vedeva  un “annientamento” se non reale almeno intenzionale, del corpo. Una negazione del sesso umano, della mascolinità e della femminilità della persona umana[...]”.
In pratica nel nome della lotta alle discriminazioni che impedirebbero a delle minoranze di vivere il proprio sesso a loro piacimento, di avere gli stessi diritti degli eterosessuali,“i parlamentari, sotto la pressione delle lobby, fanno approdare i loro rispettivi Paesi nell'elenco di coloro che hanno scelto le nozze gay e, in nome della lotta al bullismo e alle ingiustizie che feriscono i bambini e gli adolescenti, optano per modelli educativi omogeneizzanti”. E' un fenomeno quasi invisibile, secondo padre Roze, colpisce la mentalità culturale, tutta la società, senza che la stragrande maggioranza dei cittadini si renda conto.
Intanto si scorgono per padre Roze,“Manipolazioni sovversive si impadroniscono delle comunicazioni per ridefinire il linguaggio e quindi la realtà antropologica, lasciando le persone all'oscuro.Tuttora poche sono coloro che avvertono il pericolo, al punto che la maggior parte delle popolazioni rimane, se non anestesizzata,almeno inconsapevole”. Inoltre il sacerdote francese intravede un certo spirito “gregario”, che acceca le menti e trascina i migliori intellettuali, scienziati e persone di spicco a pensare allo stesso modo. A cominciare da coloro che reggono le sorti della politica e dei popoli.
Per chi osa opporsi all'ideologia del gender interviene la “polizia delle idee”.
Osare di opporsi a questo pensiero unico, alla corrente ideologica del gender,“affermando valori che si radicano nella natura, può oggi portare alla conseguenza di essere tacciati di omofobo ed eterosessista, fino addirittura a rischiare la galera”, come sta capitando in questi giorni all'arcivescovo di Valencia monsignor Antonio Canizares Llovera, che sta subendo un processo pubblico da parte delle associazioni Lgbt. Il presule aveva sottolineato come fosse in atto il tentativo“di imporci una ideologia di genere con leggi inique alle quali non dobbiamo obbedire”. Cañizares aveva anche criticato “l’escalation contro la famiglia da parte di dirigenti politici, aiutati da altri poteri come l’impero gay e certe ideologie femministe”.
Nel libro padre Etienne parla esplicitamente di nuovi totalitarismi, di stretto rapporto tra relativismo e dittatura. E si domanda: “se sono i sondaggi e le maggioranze a deliberare quale sia la 'verità' ultima universale che va oltre l'uomo, che ne sarà delle minoranze o di coloro che non condividono le 'verità' di chi detiene il potere?” In pratica, di questo passo, il soggettivismo si trasforma in totalitarismo: “[...] saranno escluse le voci che rifiuteranno di conformarsi alle 'verità' occasionali, fondate sulle opinioni delle maggioranze. Nuovi totalitarismi, con strategie subdole o violente, stanno emarginando testimoni ingombranti”, appunto come monsignor Canizares.
Addirittura Tony Anatrella con acutezza osserva con giustificata preoccupazione che ormai esiste“un terrorismo intellettuale si sta organizzando sul modello di Khmers rossi(si parla effettivamente di Khemers rosa), istituendo una 'polizia delle idee'.
Certamente la storia si evolve ma il rischio del totalitarismo è rimasto lo stesso. Così è valido l'enunciato di san Giovanni Paolo II nelle lettera enciclica Centesimus annus (1.5.1991), n. 46: “Se non esiste nessuna verità ultima la quale guida ed orienta l'azione politica, allora le idee e le convinzioni possono essere facilmente strumentalizzate per fini di potere. Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia”.
A questo punto si potrebbero individuare quali sono le ragioni che hanno portato alla devianza del gender.
Nichilismo, dualismo e marxismo.
Etienne Roze lo spiega nel 1° capitolo del libro, la nuova ideologia del gender ruota intorno a tre termini: nichilismo, dualismo e marxismo. Il nichilismo rifiuta ogni verità oggettiva, sostenendo che ognuno è libero di dare un senso alla realtà e plasmarla a proprio piacimento. Quindi si abbandona il sesso, il dato originario, e si pretende di poter progettare ciò che si vuole per la natura umana. Qui entra in gioco la visione dualista, ovvero la tendenza a rifiutare ogni tipo di realtà duale. In questo scenario l'eterosessualità è interpretata come un modello egemone che impedisce alle altre identità di esprimersi e le cui cause discriminatorie devono essere decostruite e minate attraverso la creazione di un terzo genere.
Questo terzo genere per molti funge da "cavallo di Troia", "un'eccellente immagine che mostra come, entrando sovversivamente nella piazza, si può prendere possesso dell'intera città e dei suoi abitanti".
Il Gender un'eccellente aggiornamento del marxismo.
Pertanto possiamo ricordare che si innesca la dinamica dell'odio introdotta dal marxismo che oggi prende il nome di omofobia e lotta all'omofobia. Del resto per Roze, "la teoria del gender, o meglio l'ideologia del gender, è un'eccellente aggiornamento del marxismo".
Nella Storia tutto ruota intorna alla parola "differenza", che apre il varco all'ingiustizia tra l'oppresso e l'oppressore". Secondo Roze,"Marx aveva denunciato questa ingiustizia nel rapporto tra il proletariato schiavizzato e il padrone borghese: era la questione sociale dei secoli XIX e XX. Un antagonismo che è stato affrontato con la "lotta di classe".
Poi negli anni 60' e 80' secondo padre Etienne, le stesse forze culturali e politiche, che avevano animato la lotta di classe del proletariato, "hanno spostato la dialettica opponendo la donna emarginata all'uomo patriarcale: era la questione femminile che ha fatto leva contro la disparità uomo/donna grazie alla 'lotta dei sessi'".Infine la "gender theory, riprendendo lo stesso principio, contrappone ora le identità di genere queer, (pare che siano una cinquantina, oltre alle identità raggruppate sotto l’acronimo Lgbt) cioè le identità sfavorite, declassate e oppresse, all'eterosessualità egemone grazie alla 'lotta dei generi'"
E' una lotta che attraversa tutta la società, secondo il religioso francese, "è la chiave di lettura della prassi marxista . Essa è il principio rivoluzionario e la molla che permette di far evolvere la storia verso un futuro promettente, cioè verso un messianesimo utopico".
Un futuro nefasto dove "l'aggiornamento femminista dei principi del marxismo è quindi più incline a raggiungere l'umano dal di dentro, cioè l'identità, per smorzarla e decostruirla, fino a svuotarla". Marx non era arrivato a tanto, l'ideologia del gender si.
Qual è il disegno ultimo della gender theory?

"Consapevolmente o inconsapevolmente", si tratta di una tentazione che va oltre l'orizzonte umano". Scrive padre Roze. Si tratta di una tentazione che supera l'uomo. Cita cosa scriveva nel 2010 l'allora cardinale Jorge Bergoglio - oggi papa Francesco - alle carmelitane di Buenos Aires, mentre il Parlamento argentino si apprestava ad approvare la legge sull'unione di persone dello stesso sesso, vale la pena, riportare la citazione per intero: "la posta in gioco qui è l'identità e la sopravvivenza della famiglia: padre, madre e figli. La posta in gioco è la vita di tanti bambini che saranno discriminati in anticipo privandoli di crescita umana che Dio ha voluto fosse data da un padre e da una madre. La posta in gioco è un rifiuto diretto della legge di Dio incisa nei nostri cuori[...] Cerchiamo di non essere ingenui: non è solo una lotta politica, è una pretesa distruttiva del piano di Dio. Non si tratta di un mero disegno di legge (questo è solo lo strumento) ma di una 'mossa' del padre della menzogna che cerca di confondere e ingannare i figli di Dio".

Leo Longanesi ieri e oggi

di Luca Fumagalli

In un’intervista rilasciata a «Il Tempo» nell’agosto del 1955, all’interno di una rubrica dedicata alle maggiori personalità del momento, Longanesi rispose alle domande del giornalista Enrico Roda. Il ritratto che emergeva era quello di un Longanesi disilluso, politicamente affranto, ma ancora capace di divertire e provocare: «Torno subito» aveva risposto con genialità alla domanda su quale epigrafe avrebbe voluto sulla sua tomba.
E Longanesi effettivamente è tornato, protagonista della recente biografia di Francesco Giubilei, e ritorna ogni qual volta la nostalgia coglie i cultori del bel mondo antico, quello fatto delle tante piccole certezze che costituivano lo spirito strapaesano, rurale e cattolico della penisola italiana. Un universo forse più mitico che reale, un contrappunto a quella volgare modernità con cui Longanesi non si riconciliò mai.
Ribelle incallito, disubbidiente, contemporaneamente al governo e all’opposizione, il giornalista romagnolo, fondatore tra l’altro de L’italiano, Omnibus e il Borghese, condusse un ‘esistenza votata a consumarsi tra la sparuta compagine dei vinti. Pochi erano disposti a recitare il ruolo degli sconfitti dalla storia, più facile era cambiare casacca e salire sul carro del vincitore al momento opportuno. Longanesi, invece, soffriva della malattia opposta: amava ormeggiare le sue idee presso i lidi meno frequentati, con la conseguenza di attirare su di sé l’odio dei più. Fascista critico durante il Ventennio, si ritrovò, in epoca repubblicana, a rimpiangere Mussolini e con lui un mondo irrimediabilmente perduto (e questo anche se fu tra quelli che il 25 luglio del 1943 festeggiarono in piazza, a Roma, la caduta del Duce).
Da bambino il piccolo Leo aveva sicuramente ascoltato le storie delle scorribande del suo concittadino Stefano Pelloni, detto “il Passatore”, che nella prima metà dell’Ottocento aveva compiuto gesti spettacolari creando grande scompiglio tra i cittadini e la Gendarmeria Pontificia. Longanesi non si scrollò mai di dosso il fascino per lo spirito di libertà e indipendenza dalla legge del Passatore.
Tutto questo, però, aveva un prezzo: l’anticonformismo esasperato – «eppure è sempre vero anche il contrario» amava ripetere – rischiò spesso di trasformarsi in pura anarchia, in provocazione fine a se stessa, un limite di cui Longanesi era consapevole: «Sai chi sono io? Sono un ago che punge e punge, ma non ha mai cucito niente».
Fu comunque uno dei più brillanti fustigatori del Bel Paese, e lo fece con grande ironia, abbinando il talento letterario a quello artistico, sperimentando impaginazioni e soluzioni grafiche rivoluzionarie. Tutto questo mentre con il suo carisma allevava la futura classe dirigente del giornalismo nazionale e si divertiva ad additare al pubblico ludibrio le malefatte del potente di turno.
Leo Longanesi. Il borghese conservatore è una biografia facile e godibile, ricca di illustrazioni che contribuiscono a rendere ancora più appassionante il viaggio del lettore attraverso la vita di Longanesi. Giubilei imbastisce una narrazione convincente che, sebbene tutt’altro che esaustiva, regala uno spaccato accattivante, infarcito di testimonianze e citazioni.
Un ottimo libro dunque per approfondire la figura del gran maestro di ogni contestatore: «Non fu soltanto uno spirito libero; fu uno spirito chic, che è cosa immensamente più rara».

Il libro: Francesco Giubilei, Leo Longanesi. Il borghese conservatore, Bologna, Odoya, 2015, 200 pagine, 18 euro.

martedì 7 giugno 2016

Ah la “perla dello Jonio” resta senza libri.

di Domenico Bonvegna

Il noto giornalista e scrittore Aldo Cazzullo sulla prima pagina del Corriere della sera del 29 maggio lancia l'allarme sulla chiusura dell'unica libreria di Taormina, la località turistica più famosa del Sud, la storica tappa del “Grand Tour” di Wolfgang von Goethe:“Quando chiude una libreria tutti perdiamo qualcosa”. Certamente per uno che passa quasi sempre una parte del sabato pomeriggio in una libreria dei Navigli milanesi, la chiusura di una libreria fa un certo effetto. Peraltro, mesi fa ha chiuso anche qui una storica libreria in corso San Gottardo nel ticinese milanese. E' da troppo tempo che il libro, ma tutta la carta stampata sono in crisi. Ogni tanto saltano fuori statistiche dove emerge che gli italiani leggono poco e in particolare al Sud. Tempo fa in tv mentre si commentava il grave episodio in un comune calabrese dove una candidata del Pd ha dovuto rinunciare alla candidatura perchè minacciata dalla criminalità locale, perfino un funzionario della polizia sottolineava che nel Sud, la lettura, la cultura e quindi tutto quello che ruota intorno, non vale niente.

Anni fa ho letto un articolo dello scrittore Ferdinando Camon che mi colpì molto per la sua scandalosa provocazione. Il titolo era, “Se non leggi non vivi”. Camon s'interrogava sul perchè bisognava leggere, che cosa significa leggere e cosa significa non leggere. Tra l'altro fa una riflessione utile per capire il funzionario di polizia,la lettura è una vaccinazione, - secondo Camon - chi non legge non si vaccina. Le malattie contro le quali agisce questa vaccinazione sono l'ignoranza, la disinformazione, il disinteresse per la vita politica, l'asocialità. Sono malattie gravi. Le conseguenze di queste malattie gravano sulla società. La società ha interesse a sconfiggere queste malattie, come ha interesse a sconfiggere il vaiolo o le altre malattie endemiche [...]”. In un crescendo sempre più nella provocazione Camon chiude scrivendo che,colui che non legge non può essere un buon figlio, o buon padre, o marito, o cittadino, o buon elettore. Vota male perché è ingannabile, decide male per sé e per i figli, esprime giudizi disinformati, è un danno per la democrazia”. (Ferdinando Camon, Se non leggi non vivi. 5. 5. 2010 Avvenire).
Probabilmente le tesi di Camon possono apparire estreme, liquidatorie, soprattutto quando scrive chesono i libri che ti raccontano e ti spiegano la vita degli altri, tuoi contemporanei o tuoi progenitori. Leggendo, con-vivi con la vita di tutti. Non-leggendo, ti separi da tutti, non li raggiungi più, ti perdi. C'è un numero altissimo di italiani che non leggono nemmeno un libro all'anno: non sono italiani, non sono europei, non sono in collegamento con l'Italia o con l'Europa, non sono in collegamento nemmeno con l'umanità. L'umanità è un intreccio di miliardi di vite, che toccandosi si scambiano informazioni, domande, risposte, scoperte, dubbi. Lo fanno per mezzo della lettura. Chi non legge, non partecipa a questo scambio, ne resta fuori, si esclude dall'umanità. L'umanità parla a tutti, tranne a coloro che non leggono”. (Ibidem).
A questo punto come non pensare alla nostra scuola italiana che non ti aiuta a studiare, lo scrive da tempo la professoressa Paola Mastrocola nei suoi libri. Nella scuola italiana è scomparso il libro, l'idea di studio, sostiene la professoressa.
 Ma la colpa di tutto questo non è dei giovani, é degli adulti, degli insegnanti, che a parole con molta ipocrisia fanno finta di affermare il valore della lettura, ma poi sono i primi a non leggere niente.Il libro di fatto, non esiste più nella nostra vita[...] ci siamo costruiti una vita in cui leggere è impossibile, impensabile, inattuabile”.I nostri figli sono stati educati a vivere senza libri, al massimo se c'è viene tenuto per bellezza nelle nostre eleganti biblioteche.
Ritornando al caso della libreria di Taormina, sembra che il giornalista del Corriere conosca i motivi della chiusura. Ma visto che stiamo affrontando temi socioculturali vorrei lanciarne qualche altro a proposito della“Perla dello Jonio”. Per la verità l'avevo fatto qualche anno fa, facendo delle considerazioni in merito alle difficoltà che stava avendo il mio amico padre Salvatore Sinitò nel promuovere la missione evangelizzatrice in quel territorio. Visto che ogni pastorale religiosa ha anche una valenza socioculturale, esprimevo delle riflessioni sull'ambiente taorminese senza voler giudicare i singoli. Peraltro ricordavo che avevo trascorso quasi dieci anni nel territorio taorminese essendo insegnante e quindi operante sul territorio.
Sostanzialmente ponevo degli interrogativi sulla vita taorminese, prima di tutto a me stesso. Come mai in un centro così conosciuto in tutto il mondo, con una ricezione alberghiera tra le più rinomate del globo, non esiste una radio degna di questo nome, (ricordo un particolare, per essere intervistato, l'ex sindaco e professore Mario Bolognari venne da noi a Raj Stereo Sound di Sant'Alessio) una televisione (l'unica emittente ha sede nella riviera jonica e peraltro pecca molto di “provincialismo”, per non dire altro), non esiste un giornale, addirittura, forse non esiste un sito internet all'altezza della città. E che dire dell'edicola di Castelmola, altro centro turistico, attaccato a Taormina, dove ogni mattina arrivavano (ora non lo so) solo 3 quotidiani, per giunta di una sola testata, per la precisione, La Sicilia di Catania.
Ricordo che allora un lettore mi criticò aspramente sui socialnetwork rasentando il delirio perchè avevo osato trattare Taormina alla stessa stregua di un Burkina Faso qualsiasi.
Tuttavia le mie erano soltanto degli interrogativi che ponevo e continuo a porre oggi, anche se non so se nel frattempo, in questi ultimi anni, sia “sbocciato”, sia nato qualcosa in più, ma temo di no visto che perfino il Corriere della Sera ricorda ai suoi lettori che sta chiudendo uno spazio culturale come la libreria Bucolo . 

sabato 4 giugno 2016

Leonardo Eulero: matematico, filosofo (in lotta con Voltaire)

di Francesco Agnoli

Considerato tra i più grandi matematici di ogni tempo, senza dubbio il più grande del Settecento, Leonardo Eulero è stato dimenticato per quanto riguarda la sua produzione filosofica. Il motivo? Le sue idee non andavano a genio ai brillanti divulgatori contemporanei, come Voltaire, Condorcet, Diderot… che conoscevano Eulero molto bene. E non si capacitavano come colui che era riconosciuto da tutti come il massimo ingegno scientifico del tempo, non condividesse la loro filosofia e traesse dai suoi studi e dalla vita conclusioni teologiche ben diverse dalle loro.
Ricorda John Derbyshire: “Ci è stato raccontato che Eulero, mentre viveva a Berlino (presso l’Accademia di Federico di Prussia, dove era ospite anche Voltaire, ndr), ‘tutte le sere riuniva la famiglia e leggeva un capitolo della Bibbia, che accompagnava con una preghiera’. E questo accadeva mentre frequentava una corte alla quale, secondo Macaulay, ‘l’assurdità di tutte le religioni conosciute tra gli uomini’ era l’argomento principale della conversazione”.
Di seguito un brano dal libro: Leonardo Eulero, “il” matematico dell’età illuminista (Francesco Agnoli, Cantagalli, Siena, maggio 2016, p. 92, euro 8).
[…]
Nelle sue Lettere ad una principessa tedesca su diversi soggetti della fisica e della filosofia1, indirizzate alla nipote di Federico II e destinate a diventare un best seller, Eulero entra nel dibattito contemporaneo intorno alle questioni fisiche, astronomiche, matematiche… Si occupa di corpi celesti, della Luna, della forma della Terra, della gravitazione, del magnetismo, dell’elettricità, dei parafulmini… ma anche di questioni filosofiche e teologiche.
Nonostante alcuni lo invitino a lasciare il campo, e considerino i suoi interessi teologici una sorta di vezzo analogo alla passione di Newton per la Bibbia in generale e l’Apocalisse in particolare, Euler non cede: crede che la matematica e la fisica, sin dai tempi di Talete, sono figlie della filosofia, e che ad essa, in determinati casi, riconducono.
Così nella lettera 80, intitolata Sulla natura degli spiriti e datata 29 novembre 1760, critica i filosofi materialisti perché “nulla vi potrebbe essere di più urtante del dire che la materia è capace di pensare. Pensare, giudicare, ragionare, sentire, riflettere e volere sono qualità incompatibili con la natura dei corpi, e gli esseri che ne sono in possesso devono essere dotati di una natura del tutto differente. Tali esseri sono le anime e gli spiriti, fra i quali quello che possiede tutte queste qualità nel più alto grado di perfezione è Dio”.
Prosegue poi sostenendo che i materialisti “si fanno vanto del titolo esprits forts, quantunque vogliano bandire dal mondo l’esistenza degli spiriti, cioè degli esseri intelligenti e ragionevoli. Ma tutta questa saggezza immaginaria, di cui ancora oggi si vantano coloro che, affettando il carattere degli esprits forts, vogliono distinguersi dal popolo, tutta questa saggezza immaginaria, dico, trae origine dal modo grossolano con cui si è ragionato sulla natura dei corpi, cosa che non torna certamente a loro gloria […] E’ dunque certo che in questo mondo vi siano due specie di esseri: gli esseri corporei o materiali, e gli esseri immateriali o spiriti, che hanno natura assolutamente differente… Non c’è nessun dubbio che gli spiriti costituiscano la parte più importante del mondo e che i corpi esistano solo per stare al loro servizio […] Ora questa unione di ogni anima con il suo corpo è, e senza dubbio resterà, il più grande mistero dell’onnipotenza divina, mistero che non potremo mai penetrare”2.
Nella lettera 89 Euler scrive: “Dopo tali riflessioni, Vostra Altezza durerà fatica a credere che ci siano mai stati uomini capaci di sostenere che tutto il mondo era solo un’opera dovuta al puro caso, senza nessun disegno.Pur tuttavia ce ne sono stati in ogni tempo, e ve ne sono ancora: ma si tratta di persone che non hanno nessuna solida conoscenza della natura, o piuttosto di persone che il timore di essere costrette a riconoscere un Essere supremo ha fatto precipitare in questa stravaganza”.
Nella lettera 90 si trovano una spiegazione e un elogio della preghiera; nella lettera 92 Euler afferma che “l’anima non esiste in un certo spazio (non avendo estensione, e quindi neppure divisibilità, come i corpi, ndr), ma agisce in un certo spazio”; nella lettera 93 definisce la morte come “la dissoluzione dell’unione sussistente fra l’anima e il corpo durante la vita”, mentre nella lettera 94 ricorda che “l’anima agisce sul corpo” e “il corpo agisce sull’anima”; nella lettera 96 prende le distanze sia dall’idealismo sia dal materialismo, che però viene considerato più “assurdo” ancora dell’idealismo; nella lettera 97 scrive: “Ma il legame che il Creatore ha stabilito fra la nostra anima e il nostro cervello è un mistero così grande che noi non sappiamo altro che certe impressioni prodottesi nel cervello, là dove è dimora dell’anima, suscitano nell’anima certe idee o sensazioni; ma il come di questa influenza ci è assolutamente sconosciuto”; nella lettera 111, dedicata ai mali morali e fisici, scrive che “la virtù è l’unico mezzo per rendere uno spirito felice”, e aggiunge: “Gli esprits forts, sentendo parlare dei diavoli, vi ironizzano sopra; ma come gli uomini non possono pretendere di essere i migliori di tutti gli spiriti ragionevoli, così essi non possono vantarsi neppure di essere i più malvagi; vi sono indubbiamente esseri più malvagi degli uomini, più maliziosi, e questi esseri sono appunto i diavoli”.
Infine, nella lettera 113 sostiene che “il peccato allontana gli uomini da Dio e li rende incapaci di pervenire alla vera felicità”, mentre nella 115, che ne precede altre, volte a confutare le posizioni degli scettici, si legge: “tutte le verità accessibili alla nostra conoscenza si dividono in tre classi essenzialmente distinte. La prima classe comprende le verità dei sensi; la seconda le verità dell’intelletto; e la terza le verità della fede…”.[…]

giovedì 2 giugno 2016

Il Referendum che divise l'Italia dalla Monarchia alla Repubblica 2-19 Giugno 1946

Il 2-3 giugno 1946 italiane e italiani furono chiamati a scegliere tra monarchia e repubblica e a eleggere l'Assemblea Costituente. I risultati delle votazioni furono e rimangono molto discussi. Misero in evidenza la profonda differenza tra le regioni del Mezzogiorno e le isole, prevalentemente e talora nettamente monarchiche, da quelle dell'Italia centro-settentrionale (con l'eccezione del Lazio), che, non va dimenticato, aveva alle spalle venti mesi di Repubblica sociale italiana e di guerra civile. Anche nelle regioni settentrionali gli esiti non furono affatto omogenei. In quattro province prevalse la Monarchia: Cuneo e Asti nella Circoscrizione Cuneo-Asti-Alessandria (nel cui ambito essa risultò tuttavia minoritaria, a causa dell'orientamento nettamente repubblicano dell'Alessandrino), Bergamo e Padova.
In Piemonte (all'epoca comprendente la Valle d'Aosta) la Repubblica ottenne il 57,1% dei voti validi; in Liguria il 69%, in Lombardia il 64,1%, nel Trentino del democristiano Alcide De Gasperi un bulgaro 85%, nel Veneto il 59,3 e in Emilia-Romagna, slittata in massa dal filofascismo al socialcomunismo, il 77%.
Manca una storia esauriente del cambio istituzionale. Occorrono ricerche analitiche sul territorio e la rimozione di tanti luoghi comuni. Il nostro editorialista Aldo A. Mola, autore di Il referendum monarchia-repubblica del 2-3 giugno 1946. Come andò davvero?, con prefazione della Principessa Maria Gabriella di Savoia (Ed. Bastogi Libri, pp. XXI+440, maggio 2016) in due articoli passa in rassegna quegli eventi e i molti dubbi che ancora li avvolgono.
     Red. di Aldo A. Mola

I referendum spianano la via ai regimi

La Repubblica italiana non è nata il 2 giugno 1946 ma il 19, quando uscì il n. 1 della sua “Gazzetta Ufficiale”. Il 2 giugno è una data convenzionale, come il “25 aprile”, che cerca di dare valenza nostrana alla fine della guerra tra anglo-americani e tedeschi in Italia, chiusa il 2 maggio1945. Benché superfluo, va precisato che il 19 giugno 1946 non nacque uno Stato Nuovo. Rimasero vigenti codici, leggi e decreti emanati durante il Regno. Le forme passano, gli Stati restano, se non vengono annientati. Merito storico indiscutibile di Vittorio Emanuele III fu di aver propiziato la resa dell'Italia agli anglo-americani (3-29 settembre 1943) evitandone la debellatio, sorte riservata invece alla Germania.
Il 2 giugno 1946 fu il primo dei due giorni del referendum sulla forma dello Stato e dell'elezione dell'Assemblea Costituente, chiamata a tagliare l'abito sul corpo preferito dai votanti. Secondo l'Istat (Elezioni per l'Assemblea Costituente e Referendum Istituzionale, febbraio 1948) gli elettori erano 28.005.449. Per motivi diversi, tre milioni (quasi il 12%) rimasero esclusi dal voto (prigionieri di guerra, cittadini di province inquiete o occupate, radiati per motivi politici o non reperiti dagli uffici elettorali comunali). Su 25 milioni di votanti i partiti dichiaratamente monarchici alla Costituente ottennero circa due milioni di suffragi e un numero modesto di seggi, mentre al referendum la monarchia ottenne 10.719.284 voti contro i 12.717.923 assegnati alla repubblica. Le schede bianche, nulle, contestate e non assegnate sommarono a circa 1.509.735, pari al 6,1% dei votanti). La repubblica ottenne quindi il 54% dei voti validi: un pelo più del 50% dei votanti e il 45% degli elettori. Nacque minoritaria. Però l'Assemblea Costituente, ove i repubblicani erano maggioranza schiacciante (Partito comunista, Partito socialista, Democrazia cristiana i cui dirigenti monarchici vennero zittiti, Partito d'azione…), ignorò i quasi undici milioni di cittadini monarchici, confiscò la volontà degli italiani, blindò la forma repubblicana dichiarandola immodificabile per via costituzionale (art. 139 della Carta), vietò il rientro e soggiorno in Italia dei re e dei loro discendenti maschi (confondendo “discendenti” con “eredi dinastici”, un oceano), criminalizzò la restaurazione della monarchia e i monarchici stessi, declassati a “nostalgici”, (termine spregiativo che li accomunò ai “fascisti”) e scatenò una ottusa damnatio memoriae dell'età sabauda (1848-1947), che pure fu tutt'uno con il Risorgimento e l'unificazione d'Italia.
Quel referendum non fu traumatico di per sé, per come venne concepito e svolto. Esso però offrì ai vincitori (terrorizzati dalla modestia del loro “successo”) la via per attuare una lacerazione radicale, storica ed etica tuttora aperta.
Del resto i referendum sono destinati a dividere. Instillano nel vincitore la sete di annientare il vinto e di perpetuare la sua vittoria rottamando l'avversario, additato come nemico. Guerra civile permanente. Il primo referendum fu l'elezione a suffragio universale dei 749 membri della “Convenzione” (20 settembre 1792) che in Francia proclamò la Repubblica, dalla quale datò la “novella storia”, e ghigliottinò Luigi XVI e la regina Maria Antonietta, proprio per dare un taglio netto col passato. Altrettanto fece Napoleone I con i plebisciti dopo il colpo di stato del 18 brumaio 1799 e la creazione dell'Impero, suggellata con la fucilazione del Duca d' Enghien. Nel 1851 lo imitò suo nipote, Napoleone III, finito male. Per imporsi i regimi rivoluzionari hanno bisogno di referendum e/o di plebisciti. Gli Stati solidi no. Il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda non ha neppure una costituzione. Esso c'è, come mostrano i riti, celebrati dalla sovrana novantenne, come ricorda Francesco De Leo in Elisabetta II Regina (ed. Aracne).
Gli Stati durevoli reggono sulla distinzione tra sovrano (o presidente, nelle repubbliche presidenziali), loro incarnazione formale e sostanziale, esecutivo, legislativo e ordine giudiziario, tutti incardinati sul Capo dello Stato: esattamente l'opposto di quanto accadde in Italia nel giugno 1946, quando il presidente della Repubblica fu investito di poteri da definire e il governo tenne per sé il legislativo mentre l'Assemblea (prorogata due volte) redigeva la Carta. Successivamente la Costituzione è stata ripetutamente modificata. Recentemente essa è stata stravolta da un Parlamento dichiarato in parte illegittimo dalla Corte Costituzionale, screditato dai cambi di casacca dei suoi componenti, ricattato con l'asfissiante richiesta di voti di fiducia (un assurdo per riforme costituzionali) da un governo infine obbligato a sottoporre le modifiche a referendum confermativo: occasione unica per i cittadini di dire la loro dopo anni di espropriazione della loro sovranità.
La consultazione degli elettori su temi etici e costituzionali ha sempre spaccato e lacera il Paese. Avvenne nel giugno 1946. Lo sarà nell'ottobre 2016. Perciò il referendum di 70 anni or sono merita l'attenzione sinora elusa dalla narrativa, che solitamente liquida il cambio monarchia/repubblica con un retorico omaggio al “re gentiluomo” che “tolse l'incomodo”, come, in estrema sintesi, ripete Gianni Oliva in Gli ultimi giorni della monarchia (Mondadori).

Dallo Statuto albertino alle “costituzioni provvisorie” (1944-1946)

Negli strumenti della resa incondizionata, gli anglo-americani non posero in discussione la monarchia, chiamata anzi a garantirne l’applicazione, a cominciare dalla consegna della flotta. Quando il Re lanciò agli italiani il messaggio radiofonico da Brindisi (12 settembre 1943), nelle regioni non occupate da reparti germanici i cittadini consapevoli capirono che lo Stato era salvo. Iniziava la ricostruzione. Altrove però il quadro risultò del tutto diverso. A Roma il 16 ottobre il Comitato centrale di liberazione nazionale dichiarò la monarchia complice del fascismo e chiese un governo formato dai partiti. Anche il Re lo voleva, ma incontrava la riluttanza del capo del governo, Pietro Badoglio, “marionetta” nelle mani degli anglo-americani come scrisse Paolo Puntoni, aiutante di campo del sovrano. Il 28 gennaio 1944 il sedicente congresso dei CLN, autoconvocato a Bari, chiese con veemenza l’abdicazione del Re. Si accodò anche Benedetto Croce. Badoglio, piagnucolando, propose al re di abdicare, ignorare il figlio, Umberto di Piemonte, e di passare la Corona al nipote, Vittorio Emanuele principe di Napoli, di soli sette anni, tutelato da un Reggente: si offrì egli stesso. In violazione dello Statuto. Fu il napoletano monarchico Enrico De Nicola a proporre la Luogotenenza, figura prevista dallo Statuto.
Il 14 marzo 1944 Stalin, Capo dell'URSS, riconobbe il governo Badoglio per sparigliare il gioco degli anglo-americani nel Mediterraneo. Il 27 il comunista Palmiro Togliatti, arrivò a Napoli dall’URSS, via Algeri, per attuare la “svolta partecipazionistica” su mandato di Stalin. Il 12 gli anglo-americani imposero ruvidamente al Re di farsi da parte e di trasferire tutti i poteri al figlio. A Vittorio Emanuele non restò che accettare. Il 27 aprile a Salerno nacque il secondo governo Badoglio, comprendente i sei partiti del CLN. I ministri giurarono sul proprio onore. Il 5 giugno Umberto divenne Luogotenente del regno.

Il referendum fu il punto di arrivo di una serie di modifiche formali e sostanziali dello Statuto. Il 25 giugno 1944 il Luogotenente Umberto emanò il decreto 151, il cui articolo 1 recitava: “Dopo la liberazione del territorio nazionale le forme istituzionali saranno scelte dal popolo italiano che a tal fine eleggerà a suffragio universale diretto e segreto una assemblea costituente per deliberare la nuova costituzione dello Stato”. Rimise la sovranità ai cittadini. Malgrado la “tregua istituzionale” promessa dai partiti, si moltiplicarono violentissimi attacchi alla Corona. Ne furono approdo il  libello di Luigi Salvatorelli Casa Savoia nella storia d'Italia e i “manifesti” diintellettuali repubblicani” in gran parte ex fascisti petulanti.
Per preparare la futura Costituente, il 5 aprile 1945 fu istituita una Consulta nazionale di 304 membri (poi elevati a 430). Si insediò il 25 settembre. Presieduta da Carlo Sforza, cavaliere della SS. Annunziata ma repubblicano così vociferante da infastidire il premier britannico Winston Churchill, essa fu composta quasi esclusivamente da repubblicani. Il ministero per la Costituente, istituito il 31 luglio 1945, a sua volta formò varie commissioni, una delle quali (con 84 membri, quasi esclusivamente repubblicani, presieduta da Ugo Forti), tracciò le linee della futura Carta.  
Al termine della guerra (2 maggio 1945), il contributo delle Forze Armate alla liberazione fu messo sotto silenzio. Il Luogotenente incontrò seri ostacoli a visitare l’Italia settentrionale. Il socialista Sandro Pertini, futuro presidente della repubblica, vantò le fucilate contro le finestre della dimora milanese che lo ospitava. Se solo lo avessero potuto, altrettanto avrebbero volentieri fatto tanti militanti della Repubblica sociale, la cui velenosa propaganda antisabauda giovò enormemente al successo dei repubblicani nell'Italia centro-settentrionale.

La preparazione delle votazioni

Dopo un lungo braccio di ferro politico, il 16 marzo 1946 il Luogotenente emanò i DLL n. 98 e 99  su referendum istituzionale ed elezione dell’Assemblea Costituente. Erano in corso le elezioni amministrative, indette anche per tastare il polso dell’elettorato. Per la prima volta le donne vi esercitarono il diritto di voto attivo e passivo. Alle urne furono chiamati 19.548.888 elettori di 5.680 comuni: 3.158 dell’Italia meridionale e insulare, 804 della centrale, 1.255 del nord. Votò il 79,37% degli aventi diritto. I democristiani conquistarono 2.020 comuni, contro i 1.985 dei socialcomunisti. Agli altri andarono le briciole. I liberali, in parte monarchici, ne ebbero 99; 345 andarono a concentrazioni di centro, 65 a blocchi di destra.
L’articolo 2 del DLL n. 98 sancì: “Qualora la maggioranza degli elettori votanti si pronunci a favore della Repubblica...”. Il DLL 219 del 23 aprile seguente sulle norme per lo svolgimento del referendum dimenticò che la maggioranza andava calcolata sulla base dei votanti, comprese schede bianche e nulle, e prescrisse che gli Uffici centrali circoscrizionali (Corti d’Appello o Tribunali ai sensi di precedente decreto) computassero solo i voti validi per la monarchia o per la repubblica.  “Appena pervenuti i verbali” degli uffici centrali circoscrizionali, il primo presidente della Corte suprema di cassazione, partecipi sei presidenti di sezione, dodici consiglieri e il procuratore generale, avrebbe proclamato “i risultati del referendum”. La Corte doveva anche deliberare su contestazioni, proteste e reclami presentati agli uffici delle singole sezioni elettorali, agli Uffici Elettorali Circoscrizionali (Ue-Cir) a quello centrale (Ue-Cen) o direttamente a essa. Un compito immane.
Sull'Italia incombeva la divisione dei vincitori della seconda guerra mondiale in blocchi contrapposti: USA, Gran Bretagna e (per quel che contava) Francia da un canto, URSS dall’altro. S’avvicinava inoltre l'intimazione del trattato di pace, duramente punitivo. L’Italia aveva urgenza di stabilità interna. Per i cittadini la scelta tra monarchia e repubblica investiva memorie, sentimenti, sogni. Per la generalità dei partiti Casa Savoia era un impiccio di cui liberarsi una volta per tutte. Così si andò alle urne. I votanti dovevano tracciare una croce accanto a (o sopra ) uno dei simboli.“Due rami di quercia e di alloro attorno a una testa turrita di donna” contrassegnava la repubblica; una corona (senza croce sommitale) sovrapposta alla Stella sabauda indicava la monarchia. Entrambi si stagliavano sull’Italia.
Il 9 maggio Vittorio Emanuele III abdicò e lasciò l'Italia per l'Egitto. In vista del voto, Umberto II  sciolse dal giuramento al “bene indivisibile del Re, dei Reali successori e dell’Italia” quanti l’avevano prestato entrando a servizio nei pubblici uffici. L’esito del referendum non era affatto scontato. Le votazioni si svolsero complessivamente in buon ordine. Fu una prova di maturità democratica.
Il governo De Gasperi-Togliatti-Nenni conosceva le condizioni precarie in cui si sarebbe svolta la consultazione. Il ministro dell’Interno, Giuseppe Romita, repubblicano anche per avversione verso   suo padre (come egli stesso scrisse nelle memorie), si cautelò. Fece stampare due serie di certificati elettorali: il 2C (normale) e 3C (sostitutivo del primo in caso di smarrimento, distruzione accidentale, ecc.): ottanta milioni di schede, tre volte più degli aventi diritto al voto. Alle prefetture   venne mandata una scorta di certificati sostitutivi corrispondente al 40% degli ordinari.

Quella immensa nuvola di carte avvolse le votazioni del 2-3 giugno 1946: la scelta tra monarchia e repubblica e l'elezione dell'Assemblea Costituente